cultura

"Figlie e madri": sabato incontro con Manuela Fraire. Il filo di Eloisa propone una raccolta fotografica sul tema

giovedì 22 gennaio 2009
"Il filo di Eloisa - Associazione culturale Eloisa Manciati" ha curato, all’interno di Venti Ascensionali, l’organizzazione dell'incontro “Figlie e madri - Interrogare la madre e la sua ombra” con la nota psicoterapeuta e saggista Manuela Fraire, che si svolgerà sabato 24 gennaio alle ore 17,00 alla Sala del Carmine di Orvieto, in Via Loggia de’ Mercanti. L'incontro, che è stato preceduto da alcuni seminari laboratoriali, affronta uno dei nodi di esperienza e di pensiero - il rapporto madre/figlia - su cui il femminismo nazionale e internazionale ha più volte discusso, posizionandosi - e riposizionandosi - da molteplici e diversi punti di vista. Manuela Fraire, autrice di vari scritti sul tema, porterà la sua preziosa esperienza pratica e teorica per un confronto sull'argomento, che sarà integrato anche da letture di testi letterari narrativi. Contestualmente, l’Associazione "Il filo di Eloisa" rilancia la proposta, a chi è interessata/o a collaborare, per una raccolta di fotografie sul tema “figlie e madri” dal Novecento ad oggi, che sarà utilizzata, in collaborazione con il Liceo d'Arte di Orvieto, per successivi lavori (mostra o altri materiali multimediali) e spunti di riflessione. Per facilitare la collazione delle immagini, è stato organizzato un punto di raccolta presso il Liceo d’Arte di Orvieto, Via di Marsciano, 1. Le fotografie possono essere consegnate presso la portineria tutte le mattine in orario scolastico, facendo riferimento alla raccolta del prof. Fabrizio Boggi. Sarà cura del prof. Boggi fare copia digitale delle foto e renderle disponibili per la restituzione entro 20 giorni. E' possibile inviare copia delle foto direttamente in formato digitale con risoluzione 300 dpi all’indirizzo ilfilodieloisa@orvietonews.it. Informazioni sullo statuto e l'attività dell'associazione sono reperibili sul blog http://www.orvietonews.it/ilfilodieloisa Per tornare all'argomento dell'incontro di sabato 24 gennaio, forniamo di seguito una scheda a cura de "Il filo di Eloisa" per fornire alcuni spunti di conoscenza e riflessione.
Sia il femminismo contemporaneo americano che quello europeo hanno utilizzato, talvolta con modalità diverse, il rapporto madre - figlia come paradigma e modello attraverso cui pensare le relazioni tra donne, da quelle tra insegnante e allieva, a quelle tra le studiose di letteratura e le autrici di cui si occupano, a quelle che si strutturano nel lavoro politico. Da parte di alcune studiose sono state individuate tre fasi nell’evoluzione del pensiero femminista sul materno: inizialmente c’è stato nel pensiero femminista un rifiuto della madre, ne è seguito poi il recupero e la celebrazione e infine si è passate a una fase di riflessione critica, che ha messo in luce la complessità, l’ambivalenza e la contraddittorietà della pratica materna. Il primo femminismo contemporaneo ha visto per lo più le madri come responsabili delle difficoltà delle figlie ad affermare la propria individualità e a vivere serenamente la propria sessualità, proprio perché non solo non si sono ribellate al patriarcato, ma spesso ne hanno sostenuto l’ideologia in modo più determinato dei padri, costringendo le figlie a sottomettersi ai valori prescritti alle donne. Tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta le donne cominciano ad elaborare il rapporto madre e figlia in modo più complesso, analizzando anche il contesto storico e sociale della maternità. Il nemico non sono più le madri, neanche quelle che hanno passato alle figlie il disprezzo di sé e la convinzione dell’inferiorità femminile, ma l’ideologia del patriarcato. Si ricercano modalità diverse di narrare il rapporto tra madri e figlie e tra donne in genere, rispetto alle verità proposte dalla psicoanalisi e dalla letteratura patriarcali. Importante in Europa è il contributo della psicoanalista francese Luce Irigaray alla rielaborazione della teoria freudiana. Si ritiene necessario rifiutare l’idea che il rapporto tra donne debba essere inevitabilmente conflittuale e competitivo, che per le donne l’individuazione di sé avvenga attraverso la rottura della relazione simbiotica con la madre e che le donne debbano per forza trasferire il loro amore dal corpo materno a quello del padre. Negli anni Ottanta Nancy Chodorow, Carol Gilligan e altre sociologhe e psicologhe individuano la differenza femminile nella relazionalità. La filosofa americana Sara Ruddick parla della maternità come pratica sociale che richiede metodologia e disciplina specifiche. Il lavoro di cura dell’altro, che le donne mettono in atto attraverso la pratica materna, non può non creare un “pensiero materno” che interviene nella scena pubblica ed è fondamentalmente orientato alla pace, all’antimilitarismo, all’ecologia. Molte donne negli anni Novanta criticano il pensiero di queste studiose e non si riconoscono nel soggetto femminile relazionale e incline al lavoro di cura da esse individuato. Nonostante Ruddick sia esplicita nel rifiutare una dimensione biologica al pensiero materno, critiche vengono mosse soprattutto da donne che non sono madri biologiche o eterosessuali e sostengono che anche altre relazioni, come l’amicizia, possono fornire un modello per i rapporti tra donne. Altre critiche vengono mosse da donne la cui esperienza autobiografica nega la madre buona che caratterizza la teoria del pensiero materno, sebbene questa sostenga che eventuali anomalie di comportamento non incrinano la fondamentale positività della relazione madre-figlio. La relazionalità delle donne viene denunciata come un addestramento al sacrificio di sé funzionale al patriarcato e al capitalismo e non alla libertà delle donne, anzi l’etica della cura sembra confermare la divisione dei ruoli per genere. In opposizione si sostiene che l’identità relazionale delle donne dovrebbe essere bilanciata attraverso l’educazione delle giovani a un “ individualismo relazionale”, che le aiuti a pensarsi come soggetti in una rete di rapporti. Non bisogna dimenticare poi tra le voci di opposizione quelle delle donne provenienti dalla classe operaia, dai paesi colonizzati o da minoranze etniche e razziali che spesso avevano esperienze completamente diverse del fare materno. In America il femminismo nero contrapponeva esperienze e rivendicazioni opposte rispetto alla maternità. In Italia tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta comincia una stagione feconda di riflessione. La comunità filosofica Diotima, di cui Luisa Muraro è una delle fondatrici, comincia a riflettere sulle implicazioni ideologiche e politiche che il difficile rapporto del femminismo con il materno può comportare e sulla necessità di favorire un cambiamento nella teoria e nella metodologia della conoscenza perché le donne possano passare dalla fase di critica a quella della produzione di un immaginario femminile alternativo, che ponga la figura della madre al proprio centro. Le donne hanno imparato a guardare al passato con sguardo critico, hanno ravvisato la necessità di riscrivere la storia dei rapporti tra donne in altri termini, è necessario, sostiene Muraro, impegnarsi in un progetto politico, mosso dal desiderio di “rimettere al mondo se stesse” attraverso la creazione di un ordine simbolico, alternativo a quello maschile, che ponga la figura della madre al proprio centro dando accesso alla produzione di un pensiero originale da parte delle donne. In questi ultimi anni la riflessione e l’attività politica di Diotima, pur non esente da critiche all’interno del movimento, è stata feconda e produttiva. In recenti seminari e pubblicazioni la Comunità filosofica ha cercato di far affiorare ciò che nel rapporto con la madre può costituire un ostacolo che limita il percorso di libertà che l’ elaborazione sul materno ha aperto alle donne (v. "Diotima, L’ombra della madre", Liguori).

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