cultura

Con "Inediti in Biblioteca" torna la Poesia alla Camera dei Deputati. Marie Noël e Antonia Pozzi protagoniste del primo incontro

sabato 13 dicembre 2008
di laura
Torna la Poesia alla Camera dei Deputati, che lo scorso giovedì ha riaperto le porte della sua Biblioteca di Palazzo San Macuto, nella splendida Sala di lettura del Refettorio, per la 5^ rassegna letteraria di "Inediti in Biblioteca", curata dalla nota poeta Maria Luisa Spaziani, Presidente della Universitas Montaliana. La rassegna, nata nel 2005 su impulso di un gruppo di amici di Maria Luisa Spaziani, ha trovato la sua naturale collocazione nell'ambito delle attività culturali che la Universitas Montaliana di Poesia porta avanti da anni, con il duplice obiettivo di perpetuare la figura di Eugenio Montale, senatore a vita e massimo poeta, e di diffondere e far volare alto il prestigio dell'arte poetica in generale. Questa quinta edizione di "Inediti In Biblioteca", che con sette seminari (11/12/2008, 16/1/2009, 13/2/2009, 13/3/2009, 17/4/2009, 8/5/2009 e 22/5/2009) prevede una rivisitazione dell'immagine critica e degli aspetti più o meno noti della poesia del '900, si svolge sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, con il Patrocinio del Senato della Repubblica, della Camera dei Deputati, della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Ministero dell’Università e Ricerca. Ha voluto concedere il proprio patrocinio all’iniziativa anche l’ufficio della Consigliera di Parità del Ministero del Lavoro, a nome della Rete nazionale delle Consigliere di Parità. La rassegna è resa possibile grazie alla preziosa collaborazione dell’On. Giuliano Cazzola, Vice Presidente della Commissione Lavoro della Camera, editorialista, autore e coautore di numerosi libri sul welfare e sulle tematiche del lavoro. L'interessante seminario inaugurale dello scorso giovedì 11 dicembre è stato dedicato a due intense figure poetiche femminili, di rara profondità e perfezione formale, ma pressoché dimenticate dall'editoria e dalla critica una volta spenta la loro vicenda esistenziale: la francese Marie-Noël (al secolo Marie Rouget, Auxerre, 1883-1967), dalla stravagante e misteriosa biografia, amorevolmente esplorata dalla stessa Maria Luisa Spaziani, e l'italiana Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – 3 dicembre 1938), di cui ricorre il settantenario della prematura morte, offerta con raro garbo e penetrazione da Alberto Toni. Contributo fondamentale, per toccare lo spessore delle due poete – entrambe comprese nella rosa delle belle interviste immaginarie di Maria Luisa Spaziani alle sue venti “Donne in poesia” (Venezia, Marsilio, 1992) - è stata la lettura di loro testi svolta da Walter Maestosi. Di Marie Noël non esiste, in Italia, un'edizione sistematica. In parte mirabilmente tradotti dalla stessa Spaziani, i suoi versi non hanno mai trovato posto in un corpus che ne possa far conoscere, nel nostro Paese, lo spessore poetico e, al tempo stesso, la leggenda esistenziale. Anche se cantò Charles De Gaulle, invitandolo a liberare la Francia e i paesi oppressi d'Europa quando, nel '42, era ancora un oscuro ufficiale d'Algeria, la sua poesia è quasi sempre costruita sull'amplificazione lenta e mistica del registro quotidiano, delle annotazioni apparentemente minime della sua piccola, sommessa vita. Come Emily Dickinson, che esplorò a vasto raggio mondo e natura umana senza allontanarsi dalla sua stanza e dal suo giardino di Amherst, Marie Noël sonda profondità universali senza mai lasciare il suo orto di Borgogna, dilatando fino a imprevedibili altezze metafisiche il piccolo grande evento di una foglia che cade, osservando l'incedere delle generazioni dei suoi domestici ragni. E se la Dickinson esortava il celebre De Soto ad esplorare le profondità del sé piuttosto che il “continente sconosciuto”, Marie Noël si pone, dai suoi legumi e dalle sue casalinghe marmellate, come l'anti-Malraux, l'inquieto Ministro di De Gaulle che non ha fatto che viaggiare, come colei che non ha bisogno di spingersi fino al continente nero o alla Tailandia per arrivare a una straordinaria, visionaria scrittura. Un mistero, la sua esistenza, come ha ben evidenziato Maria Luisa Spaziani: sarà stata vera la vergine ignoranza che amava affettare? Verrebbe da dubitarne di fronte alla sua perfezione metrica, alla meraviglia dei suoi ottonari e dei suoi alessandrini; forse quella dichiarata ingenuità era solo la stravagante volontà di alimentare una possibile leggenda. Altro mistero, meno insondato ma altrettanto interiormente riposto, quello dell'inquietudine esistenziale di Antonia Pozzi. Di severa bellezza, ricca, colta, eburneo orgoglio della Milano bene, morì suicida a 26 anni il 3 dicembre 1938, sdraiandosi su un prato della periferia e lasciandosi irrigidire dal freddo dopo aver ingerito una forte dose di barbiturici: forse il contrastato amore per il suo professore di latino e greco, ma non solo; forse il dissidio tra quello che effettivamente era e il prototipo femminile che la famiglia e la società fascista le chiedevano di incarnare, le amicizie spezzate dalle leggi razziali, progetti alti falciati da un secolo sbagliato, quel mal di vivere che sembrava trovare pace solo nella purezza della montagna, protagonista metaforica di tanti suoi versi. Laica ma accesa da profondo riverbero spirituale, tesa verso una continua ansia di libertà, la Pozzi trova il suo dio proprio negli elementi della natura e nella solitudine della montagna. Recensita da Montale, che evidenzia nella sua poesia un'”aerea uniformità”, Antonia Pozzi non si logora, è sempre più attuale proprio per questa versificazione apparentemente monocorde. Misto di studio e di esplorazione di un autentico seppur scomodo sé, la sua è l'uniformità della riflessione, del sentimentalismo riportato alla logica del pensiero, della perfezione formale che illumina una condizione interiore. Nel prossimo incontro di "Inediti in Biblioteca", previsto per il 16 gennaio, Valerio Magrelli parlerà dell' “Archetipo della traversata” in Joyce, Apollinaire, Céline, D'Annunzio.

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