cultura

Mastro Titta, il boia per eccellenza

sabato 22 febbraio 2003
Ai tempi in cui la città era governata dai papi (cioè dal Papa Re), fino al 1870, le pubbliche esecuzioni erano uno degli spettacoli preferiti dal popolino, che trovava questa pratica ripugnante non solo di proprio gradimento, ma addirittura portava con sé i figli ad assistere all'evento a mo' di strumento educativo, come in seguito verrà detto. Le leggi pontificie, una commistione di codice civile e religioso, erano tanto rigide con il popolo e con i liberali quanto erano permissive con la nobiltà, specialmente se di appartenenza a famiglie che annoveravano fra i loro membri uno o più vescovi o cardinali, i quali a quei tempi rappresentavano il "sistema": giudici, ministri, persino il capo della polizia, appartenevano tutti al clero.

Dal 1796 al 1864, a mettere in atto le alquanto frequenti esecuzioni, a Roma operò un uomo solo, Giovanni Battista Bugatti, il cui nomignolo mastro Titta divenne leggendario: nel corso di un'attività durata 70 anni, mise in atto 516 condanne (o giustizie, come si chiamavano allora). È da lui che il termine "mastro Titta" cominciò ad essere usato a Roma come sinonimo di boia, tanto per i molti che lo precedettero quanto per i pochi che seguirono.

Pur professando uno dei mestieri più orribili, mastro Titta faceva il suo dovere con distacco. Talvolta era uso offrire ai condannati un'ultima presa di tabacco, quasi a voler dire loro "non ve la prendete con me se oggi vi trovate qui", o "coraggio: non ci vorrà molto tempo, farò un bel lavoro". Insomma, non svolgeva quell'attività per piacere, ma poiché qualcuno doveva pur farlo... ce la metteva tutta per fare del suo meglio!

Mastro Titta viveva di un lavoro ufficiale: era verniciatore d'ombrelli, un'attività per la quale possedeva una bottega sotto casa, nel quartiere di Borgo, sulla sponda occidentale del Tevere, non distante dai palazzi pontifici. Infatti, a causa del suo secondo "lavoro" occasionale, a salvaguardia della sua stessa incolumità, non poteva accedere al centro della città (sulla sponda opposta del Tevere) se non per il ben noto motivo ufficiale: quando si diceva mastro Titta passa ponte, significava che qualcuno stava per rimetterci la testa.

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