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Aspettando Umbria Jazz Winter. La città fuori e dentro

lunedì 15 dicembre 2008
di Manuela Ricci
Una città irriconoscibile: le vie animate tutto il giorno; bar aperti fin dopo mezzanotte; l’incrocio della Torre del Moro divenuto l’incrocio del mondo. Non si riesce a passare, “è troppo”! Il salto dalla solitudine percepibile nelle sere, soprattutto invernali, è fortissimo. Si afferra tra le luci e la folla. Si percepisce nell’allegria delle persone, nella libertà del modo di vestire, in particolare dei giovani, ma anche dei meno giovani. Finalmente scomparse le pance nude (il freddo costituirà ben un freno…), si vedono grosse scarpe, sciarpe coloratissime, berretti delle fogge più strane, giacconi “coprenti”, qualche rara pelliccia, anche perché tutto sommato il tempo è piuttosto mite per la stagione. Questa libertà del modo di vestire e la scioltezza del comportamento, che sembrano indicare una risoluta libertà interiore proveniente dalla forza del jazz, traspare anche dagli artisti: chi in giacca con camicia grigia, chi in jeans e maglietta nera, chi in completo grigio con cappello. E non fanno meraviglia gli asciugamani, anche rosa, o i fazzoletti che gli artisti usano sulla scena per asciugarsi il sudore e poggiano non curanti sul palcoscenico: è tutto naturale, fa parte della produzione, di un lavoro che coinvolge fino in fondo l’artista, che esprime la fatica fisica dell’atto del suonare lo strumento, di farlo proprio, di farlo diventare tutt’uno con se stesso. È un’esplosione di libertà e di entusiasmo che coinvolge anche il pubblico, che applaude anche durante l’esecuzione, che esprime giudizi a voce alta, che rimane incantato e coinvolto. E la città vive di queste emozioni e entusiasmi. La libreria Mondadori è frequentatissima, per l’occasione organizzata sulla letteratura del jazz. Pullulano le vendite di Cd, anche rari. Il cortile del Palazzo dei Sette vive di musica tra i tavoli. Alle sei di sera un gruppo di giovani toscani suona correndo per la città. I corsisti del Master in “Pianificazione e gestione dei centri storici minori” rimarrebbero a bocca aperta: la solitudine delle sere invernali, cui sono abituati, è scomparsa, folla e musica invadono la città. Che dire? Allora è possibile vedere Orvieto pullulare di gente! Ma la città non è solo questo; è anche la lenta rarefazione della folla man mano che si passa dal centro verso l’esterno; è l’incontrare persone conosciute in atmosfere diverse. È la presenza non percepibile nel centro storico di qualcosa che è al di sotto della rupe (peccato che siamo in pochi a conoscerla). Una passeggiata sotto la rupe, di mattina. Avevo percorso (si fa per dire percorso) l’anello tra cespugli rovi e strade sterrate, tre anni fa. Ritrovo una realtà completamente cambiata, un’atmosfera surreale, dettata anche dal clima dolce e dalla luce leggera che traspare dalle nuvole che vanno e vengono. La forza della rupe è esaltata dal tufo, che sfaccettato nella sua configurazione, mostra colori cangianti dalla terra al giallo. La passeggiata è stata trattata con estrema sensibilità, con estremo rispetto dell’ambiente: vince su tutto la presenza/incombere della rupe, ma si apprezza il percorso, il verde tenue, le staccionate di legno che lo accompagnano a tratti, l’appropriatezza dei rari oggetti di arredo urbano. E se da una parte la rupe attrae lo sguardo e il colore lo irretisce, dall’altra la vista della collina, mediata da una lieve nebbia, produce una forza centrifuga che allontana dalla rupe e spinge a vagare per i profili dei piccoli boschi e dei casolari, fino a terra, dove le coltivazioni di vite e ulivi sembrano voler dichiarare il valore ancora vivo della campagna. Un incredibile sotto-sopra! Dicembre 2006

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