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Sulla tv cinese banditi i cartoni animati stranieri. E da noi? Riflessioni su un genere di largo consumo

martedì 15 agosto 2006
di davidep
Su decisione del governo di Pechino, per 250 milioni di bambini cinesi i cartoni animati d’importazione saranno vietati nelle ore di prime time, dalle cinque del pomeriggio alle otto di sera, per ragioni economiche, con lo scopo di difendere l’industria cinematografica nazionale dal dilagare dei programmi esteri. Dietro il protezionismo commerciale si nascondono in realtà radicati motivi ideologici, legati a fenomeni come la globalizzazione, la censura e il nazionalismo. Senza entrare nel merito della notizia, comparsa ufficialmente oggi su molti quotidiani nazionali tra cui Repubblica che la inseriva in prima pagina, né pretendendo di sbilanciarsi sulla giustezza o meno della decisione, cogliamo lo spunto per fare alcune riflessioni sullo stato di salute dei cartoni animati nel nostro Paese. Conclusasi con gloria l’era blu dei Puffi, i quasi trentenni vanno cantando oggi la sigla dell’invincibile Ken il Guerriero, mentre i più piccoli assistono alle battaglie fantastiche dei Digimon o alle evoluzioni dei Pokemon, di cui conoscono nomi e caratteristiche specifiche. Al pari di telefilm, fumetti e cult vari, i cartoni animati sono diventati i libri di testo di generazioni educate dalla televisione, che nell’immaginario collettivo ha sostituito curiose bestiole a romantiche piccole donne ed eroici personaggi della letteratura per bambini. Infinte le manifestazioni, le fiere, gli incontri a tema dedicati al mondo degli irriverenti Simpson e i politicamente scorretti South Park (da ricordare a Perugia Cartoombria, la mostra internazionale delle immagini animate). Ma anche i nostalgici forum che prolificano su Internet, pregni della melassa sentimentale di Candy Candy, Pollyanna e Georgie, dove le caprette fanno ciao alla montanara Heidi o prendono il the con la cara Anna dai Capelli Rossi. E se una volta il cartone animato era per definizione quello Disney, oggi il colosso d’animazione americano, che a lungo ha monopolizzato il mercato dei lungometraggi portando le famiglie al cinema non appena cominciavano a spirare brezze natalizie, compete con case di produzione come la Dreamworks di Spielberg e i Blue Sky Studios. I padri di Topolino negli ultimi anni sono usciti dall’atavica routine produttiva, moltiplicando l’annuale fatica e sfornando film ad ogni stagione, spesso solo sequel per il mercato dell’home video, spesso anche a discapito della qualità. Molti storcono il naso di fronte alle fiabe, sordi al richiamo magico dell’eterna lotta imbrigliata nel duopolio fisso tra bene e male, nel gioco dei ruoli e delle caratterizzazioni dove il debole ma virtuoso trionfa sul forte ma meschino. Grandiose colonne sonore ed animazioni sempre più realistiche, personificazioni di buffi animaletti doppiati da testimonial celebri e tutti gli ingredienti, in attesa che la bestia si trasformi in principe, che il principe baci la bella e che la bella viva felice e contenta, con o senza bestia. Anche dall’altra parte del planisfero si attende il principe, ma questo oltre ad essere vestito di azzurro, ha gli occhi a mandorla ed è frutto di un’altra scuola di pensiero. In Giappone il cartone animato non è un genere inteso alla maniera occidentale, un angusto spazio di intrattenimento infantile, ma una tecnica espressiva come un’altra, un codice linguistico adattabile a qualsiasi tema e utilizzabile per la creazione di prodotti destinati a qualsiasi pubblico. Il protagonista dell’animazione, lì non era un soggetto produttore, ma una logica d’assorbimento che prendeva le mosse direttamente dal filone fumettistico, dominato dai manga, e indicava destinatari diffusi, ispirando creazioni differenziate. Quando una trentina d’anni fa, le filosofie nipponiche hanno cominciato a invadere i nostri palinsesti, con l’avvento della tv commerciale, hanno portato con esse, questa logica rivoluzionaria per la quale molti cartoni sono e restano un prodotto solo per adulti o comunque destinato agli adolescenti. Nel tempo molte cose sono cambiate, la tecnologia digitale ha fatto passi da gigante, gli effetti sono diventati veramente speciali, un concreto elemento d’attrazione per il mercato cinematografico e soprattutto la concezione del cartone come tecnica ha contagiato anche le strategie di produzione di queste nuove realtà d’animazione. Dilatato il giro d’affari, tanto da far gola a molti Lupin, strettamente connesso all’ampliamento del target di riferimento, tutto sembra concretizzarsi, perfino le favole. Svanita l’illusione di incantati castelli, i temi trattati si calano profondamente nella realtà, problematizzando vicende e attualizzando storie. I valori trasmessi restano sempre legati alle contingenze della vita quotidiana: famiglia, amicizia, amore possibile, ma da conquistare, non dovuto al protagonista in funzione delle sue virtù. Vince il bene, ma a fatica. I personaggi sono sfumati, non più idilliaci, subiscono una caratterizzazione maggiormente corrispondente alla complessità umana, perché non si è solo buoni, né solo cattivi. Il linguaggio si fa elevato e il cartone si arricchisce di sketch e allusioni, come in “Shrek” o ne “L’Era Glaciale”, che intrattengono il bambino e divertono l’adulto. L’umorismo non si concentra soltanto nelle immagini e, pur restando solidi i tradizionali escamotage di occhi fuori orbite, mascelle che si staccano e corpi snodabili, si ride soprattutto per la battuta, in un botta e risposta che nobilita il lessico e serra i dialoghi, creando tormentoni per il pubblico, già sommerso dai gadget tematici. Ma il cartone ha anche una sua funzione istruttiva. Attraverso esso è infatti possibile trasmettere valori, educare e informare, utilizzando il mezzo di comunicazione da sempre rivolto ai bambini per dar vita a uno spazio dove i colori e la fantasia sposano eventi e personaggi della realtà storica, letteraria ma soprattutto religiosa. Ora che Sampei è stato rimpiazzato da Padre Pio, che il gatto Doraemon ha fatto posto alla biografia animata di Madre Teresa, e che Cristoforo Colombo ha colonizzato la terra dell’Uomo Ragno, persino Sant’Antonio e Giovanni Paolo II hanno trovato spazio fra i colorati disegni. Perché il regno dei cartoni si evolve, ma non avrà fine.

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