sociale

"Parrano e i suoi infiniti mondi..."

domenica 26 luglio 2026
di Alessandro Mattaroli

26.06.2026, Secondo viaggio. Primo giorno. La mattina.

Nuovo invito a Parrano. Molteplici restano le aspettative una volta letto il programma dell’iniziativa. Un’ora e trenta di treno dalla Capitale (staz. Tib.); sono a Fabro, è qui ad attendermi Fabio (34 anni, dell’accoglienza di Parrano), poi Francesco (23 anni) ex-studente di Filosofia di Roma Tre, sopravviene dalla mia stessa banchina (ora ricordo! compagno di letture...). Con l’auto lasciamo la stazione a ridosso del centro urbano moderno, con palazzine basse, ove possibile interrotte da alberi; salendo lievemente incrociamo un parco per i bambini, per separarci infine, dalle infrastrutture dell’ingegneria civile “muscolose”, che s’innestano nel territorio circostante. Dopo pochi chilometri però, si apre il verde a perdita d’occhio, i boschi, le colline, sento la postura dei miei polmoni cambiare, ci avviciniamo alla “biodiversità” direbbe Valentino, sindaco della “Terra delle upupe” (lat. Parranum, di cui parra, upupa). 

Valentino ed Edoardo (23 anni, il mio contatto) hanno deciso di costruire assieme “nuovi mondi”. Il sindaco vuole riportare qui soprattutto i giovani, per ripopolare il borgo che ha ripreso ad accogliere le persone, grazie alle sue buone politiche pubbliche (fibra ottica, pannelli solari, co-working gratuiti, forno e frantoio sociali, valorizzazione delle acque termali, abitazioni in locazione a meno di 250 euro, l’accesso alle acque termali, ecc.), che hanno invertito la decrescita demografica, fino a raggiungere circa 500 abitanti. Il “patto” tra i due: Valentino indirizza le risorse per valorizzare il posto, richiama personaggi di spicco, è aperto a nuove iniziative; mentre Edoardo invita le persone avvicinate soprattutto presso la Facoltà di Filosofia, i gruppi di lettura, i docenti, i suoi amici o compagni di studio. Fanno rete. Entrambi sono convinti che nella dialogica della Communitas virtuosa risiedano le risposte a questa sfida.

Eccoci arrivati, sono circa le 11 e salgo con i bagagli direttamente nella Sala consiliare… piccola… buia… niente paura: “sono già iniziati i lavori, in silenzio, sono tutti in ascolto”. Il caldo diviene secondario. Si sta proiettando un collegamento in conferenza, purtroppo un malore ha relegato il relatore a casa. Ascolto anch’io e trattengo concetti con la penna…tra un bicchiere d’acqua e l’altro, subito offerti da Valentino agli ultimi arrivati. Edoardo è assorto nella esposizione frontale del convegno: al solito, ha gli occhi sgranati di chi già percorre nuovi mondi. 

La prima parte è dedicata alla recente enciclica del Papa. Di certo, qui è di casa l’humanitas, cioè la volontà intellettuale e morale di ricondurre la persona umana ad una vita armoniosa, così lo spazio e il tempo possono tornare ad essere rispettati, a partire dall’acqua (24.06 Festa dell’Acqua), dall’aria (07.11 Parano Respira), dalla Madre terra (02.05 Festa della Terra). Il Comune fa parte della “Green Community” (assieme ad altri 11) e non risparmia iniziative in tal senso. Non a caso entra pure a far parte della filosofia dei borghi “slow”, quella del buon vivere.

L’analisi dei presenti procede linearmente, coniugando locuzioni come “plusvalore dell’algoritmo” (in rif. alla Intelligenza Artificiale) e “bene comune”; e tale bene sarebbe possibile, propriamente, allorquando le istituzioni assolvano al loro compito primario, cioè rispettando il principio di sussidiarietà (cit. Rerum Novarum). Una assunzione che passa inevitabilmente per un’altra locuzione: “essere umano”. La riflessione allora vede considerare i consociati orientarsi diversamente piuttosto che “sostituiti dalla IA”. Difatti, sostituire, significherebbe produrre un disvalore (e non plusvalore) la cui fonte è l’antropotecnica. Un’antropologia segnata e costretta dal progresso, strettamente subordinato alla tecnologia digitale, che assume l’uomo ad identificarsi nello sviluppo precipitoso ed incontrollato del c.d. “libero mercato” globale. Una turbo-competizione tra operatori finanziari che male si assesta nel perimetro delle c.d. democrazie (occidentali), ove anche i limiti della nostra Carta Costituzionale (definita “rigida”) spesso s’incrinano e lasciano il passo al mero formalismo (di estrazione Kelseniana/Schmittiana, ritengo) della “tecnica del bilanciamento”.

La “alta finanza” radicata nel digitale attraversa la asservita “pratica politica” utilizzando tempi sempre più effimeri, nell’ordine dei nanosecondi o meno, ritmi “algoritmici” si diffondono ovunque nell’ecosistema della società, proiettata verso le “smart-city”. Tali alte frequenze sono inconciliabili con la natura umana. La nostra attenzione viene così drogata ed intrappolata, senza quasi accorgersene, nell’infosfera dei beni e servizi, quelli di una nuova accumulazione, che vede la monetizzazione dei nostri comportamenti e la ripetuta violazione della nostra riservatezza (c.d. privacy). Siamo ormai abituati a considerare superficialmente accettandoli i “cookies” (cioè fornendo il nostro consenso contrattuale), pensando di utilizzare un servizio “gratuito”, mentre dietro si alimentano servers con i nostri “dati sensibili” condivisi, di cui difficilmente sapremo ove sono stati immagazzinati e per quanto tempo (non a caso nel periodo 2008-2011 cambia il paradigma di accesso ai pc tramite browsers: “data is the new oil”, qualcuno diceva, sfregandosi le mani).

La riflessione sostanziale verte ora sull’individuo che diviene un consumatore sempre più conciliante. Qui bene s’innesta quella esperienza immersiva del digitale, che mira a ridurre un soggetto al pieno coinvolgimento (v. la realtà aumentata o il visore della “realtà” virtuale, addirittura nella scuola primaria, sic!) per una buona parte dei suoi sensi, in quanto il marketing (astutamente) detta e prevede le emozioni dell’utente. Tale sistema perciò sfrutta la “materia umana” come fine ultimo, al pari di un giacimento. Parafrasando Illich, la persona non è più colui che usa uno strumento o un bene (oramai, prodotto in stile “black-box”), consapevolmente, ma piuttosto è una certa élite a governare quel mezzo come fine (“La convivialità”, 1973). La tecnica viene inscritta nei giovani. La subiscono. Le anime, il talento e l’immaginazione dei giovani vengono svuotate (specie se catturati e ammansiti in tenera età con uno “smartphone per baby-sitter”). Si tratta del consumismo più sfrenato, che già annunciava il caro Pasolini, poiché lo intendeva come una forma di “fascismo totale”, una omologazione strisciante, osservando con uno sguardo profetico “l’Età dell’oro” ove, l’essenziale è sostituito con il superfluo.

Oggi la “corsa all’oro” è quella della IA (enormi quantità di dati sono già stati raccolti, ascoltati, v. big-data). Non possiamo esimerci(!?). Eppure questo fenomeno ci induce addirittura ad esercitare attraverso un dispositivo (“smartphone”) un vero e proprio pseudo-lavoro, ovviamente non retribuito, che ci vede addestrare anche la IA, intrappolandoci in una esistenza-assistita sempre più profilata e guidata nel prendere decisioni, ovviamente, a scapito della nostra autodeterminazione. La pervasività del digitale (o militarizzazione?) non risparmia nemmeno l’ambiente, è semplicemente dappertutto; un occhio indiscreto è sempre in allerta (“1984”, Orwell, 1949), in grado di recapitarti una email o un buon consiglio in ogni “santo” momento, anche quando chiudi il frigorifero oppure quando usi degli “e-glasses” se sei riuscito ad andare fuori di casa. Eh sì, l’interazione costante con i dispositivi stimola la dopamina, con un meccanismo simile a quello della cocaina, per farci sentire apprezzati, accettati e amati, specie nel mondo dei “social”. Ci “affascinano” pure l’e-commerce e il delivery (senza considerare lo sfruttamento dei bikers), sempre alla ricerca del “buon affare” senza alzarci dal divano; il mondo è “a portata di mano”. Ecco che si delinea l’homo-comfort (Boni, 2014) innanzi alla smart-TV, alle console, all’IoT (Internet of Things). Ripetiamo gesti compulsivamente, quelli di una quotidianità tracciata su uno schermo, in tutto e per tutto (GPS, dati biometrici comprese le impronte e l’iride, abitudini, diete, tutto ciò che in genere preferiamo, foto, video e messaggi vocali, ecc.). Le nostre vite vengono orchestrate nella “efficienza comune”. Nota bene, non più “bene comune” ma l’efficienza comune consegnata finemente alla IA, ove i compiti reiterati a noi delegati di questo “speciale” processo produttivo, sembrano improvvisamente anch’essi essere superflui. Gli stessi giovani si interrogano storditi se può esserci, ancora, davvero uno spazio per loro (sperando cioè non diventino “hikikomori”), diverso, magari per un lavoro dignitoso, un futuro da immaginare liberamente nella società del digitale; però essa è sempre più caotica e liquida (professava il caro Bauman), precaria, incomprensibile e complessa, con l’automazione sempre più presente (dei modernissimi robot) che prende il sopravvento rispetto al diritto al lavoro (a Davos, quest’anno si parlava della perdita di 92M di posti di lavoro entro il 2030 con l’introduzione della IA). 

Nella gremita sala allora giungiamo a coniare un’altra locuzione: la “giustizia ecologica”, visto che l’IA è in grado di divorare una enormità incredibile di risorse (acqua per il raffreddamento delle CPU e tanta energia per garantire la ridondanza dei sistemi sempre attivi; per estensione, un CED può raggiungere la dimensione di 11 campi da calcio messi assieme!!!). Nel senso più ampio, stiamo parlando di preservare acqua-energia-aria-terra pulite, ma di costruire con urgenza una nuova istituzione educativa (che risorga dal basso direi), che ci liberi dalla morsa tecnologica, o meglio dalla tecnocrazia assoluta. L’essere umano non è completamente oggettivabile, esso vive nelle relazioni, innanzitutto implica l’appartenenza ad una Comunità a partire da valori condivisi (qui penso al rinvio ad Adriano Olivetti), che insiste prima della società. La partecipazione così esperita implica la consapevolezza della responsabilità di ciascuno, soprattutto in co-scienza, non in competizione ma in collaborazione, trattenendo dalla storia, la memoria di chi si è speso con la vita per la libertà di un altro (“[...]sono pronto a battermi fino al prezzo della mia vita perché tu, la tua idea, possa esprimerla liberamente”, Voltaire). Di proposito Calamandrei enfatizzava i suoi discorsi di prolusione definendo la Carta Costituzionale il Testamento di 100.000 morti. 

Nella Sala consiliare poi, ci si apre alla trascendenza e perciò segue il provvidenziale intervento del parroco di Parrano, che sottolinea come al centro della Magnifica Humanitas vi sia insito il concetto de “la custodia della persona umana”, attorno, la pretesa di Verità, di dignità sul lavoro, la pace come giustizia sociale. La risposta attiene anche alla – teologia della comunione – che si costruisce (necessariamente) l’uno con l’altro, e nell’altro (ritengo) percepito tramite l’empatia (ove ancora presente, v. il fenomeno inverso del narcisismo sui “social”). La persona quindi non è una risorsa da sfruttare, o peggio, una riduzione al brocardo “consumo ergo sum” e nemmeno è riconducibile a quell’ingranaggio della mera produzione. A questo modo il Diritto viene assediato e abusato, ribadisco, che ivi, si annidano i traditori delle libertà. Senza esami di coscienza o solida morale, si infrange il codice etico del Giusto (e ripenso all’Etica Nicomachea o ad altro brocardo: ius est ars boni et aequi), per perseguire la sola efficienza e il profitto fine a se stesso. Il diritto abdica al potere della corruzione. Questa la risposta della mera cifra mercantile dell’ultra-capitalismo. Un circolo davvero insidioso.

Dobbiamo ritornare ad indagare più approfonditamente dentro di noi, attraverso una ricerca di senso, per contrastare la regressione del cuore, quello da tornare a custodire veramente, quello del sentire e non lasciar correre, fino a rassegnarsi. Bisogna riedificare una nuova – alleanza pedagogica – ove non ci si smetta mai di porsi delle domande (nel senso ermeneutico), qui è certamente previsto il digiuno dalla IA e non è permesso scambiare la grazia con il conflitto. La violenza e la guerra sono divenuti “il nostro pane quotidiano”. Qui rivedo Bobbio e Cotta (suo allievo) vivacemente “contrapporsi” nell’ambito delle argomentazioni della Filosofia del Diritto (che vorrebbero togliere nelle Facoltà di Giurisprudenza). Per economia del discorso però, voglio giusto sottolineare quella riflessione di Cotta che puntava a non rimanere incantato dalla scienza e dalla tecnologia, che identificò come possibili – vettori di violenza – (“Perché la violenza?”, 1978). Difatti, quelle notizie riverberate sui mass-media che costantemente instillano la paura, concorrono a non contrastare il recente connubio tra guerra e IA (che non assasinerebbe i civili!!!). A questo modo anche la violenza diviene un prodotto omologante, normalizzabile anche innanzi ad un genocidio... Ancora una volta, quelle soglie di natura conviviale sono superate producendo esiti inaccettabili, piegando ripetutamente il Diritto (specie se internazionale), ogni volta che si salta il confine della dignità (umana). Difatti, nella speculazione sui mass-media il concetto di dignità non regge il confronto con la violenza. Forzando il concetto, “l’istituto della dignità” come alto ufficio civile, ha perso le sue qualità tangibili, rimanendo astratte e vacue innanzi al vivido sangue rintracciabile nella violenza materiale. Tutto ciò, rimane di difficile comprensione anche all’interno delle aule di giustizia ormai (v. le sentenze CEDU avverso l’Italia), ove spesso la dignità della persona umana risulta un inutile orpello o peggio, un dato giuridico non decifrabile, frutto di una letteratura “utopica” e impolverata nelle biblioteche dell’Ateneo. Questi sono gli stimoli che hanno sollecitato le mie riflessioni a questo modo, a partire proprio dalla minuta aula di questo Comune in provincia di Terni.

Si avvicina l’ora del pranzo e dobbiamo trasferirci presso le Terme di Parrano, ma ancora ci si trattiene, ci incorpora un certo “magnetismo”, ci si interroga su cosa significhi effettivamente la costruzione del desiderio e dei bisogni dell’individuo immerso nella “industria dei sensi”, paradigma della società attuale. Mente, corpo, amore e la dimensione della spiritualità sono oggi conciliabili e riconoscibili? Di mia sponte, propongo di riflettere sulla capacità ed il coraggio di imparare a dir di NO al progresso e alla tecnica – fine a se stessi –: nella scuola, a casa, per i minori, per le strade, per la salute, nelle istituzioni. 

Caro lettore, se vuoi saperne di più e far parte di questa Comunità virtuosa, contatta Valentino o Edoardo, partecipa anche tu attivamente alla interpretazione dei nuovi mondi da percorrere nelle strade fisiche e metafisiche di Parrano. 

Arrivederci a Parrano.

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