sociale

Non più soli: la psichiatria che scende in strada

sabato 18 luglio 2026
di Angelo Palmieri

A Cagliari il progetto "Agorai" porta la salute mentale fuori dagli ambulatori: pazienti, familiari e operatori si incontrano nelle piazze per abbattere lo stigma e ricostruire legami

Prendo spunto da un articolo pubblicato su Vita.it il 14 luglio 2026, a firma di Luigi Alfonso, che racconta l'esperienza di Alessandro Coni, direttore del Centro di salute mentale di Cagliari. Una storia che merita di essere raccontata anche qui, perché offre uno sguardo diverso – e prezioso – su come si può fare psichiatria oggi.

Un'idea nata da un bisogno pratico

Coni ha ideato un progetto che ribalta il modo tradizionale di intendere la cura psichiatrica. Ogni secondo lunedì del mese, pazienti, familiari, operatori e semplici cittadini si ritrovano in piazza per parlare liberamente, senza gerarchie né giudizi. L'iniziativa, nata nel 2024 a Cagliari, si è ormai diffusa in tutta Italia, coinvolgendo oltre cento città, ed è stata accolta anche dal Collegio nazionale dei dipartimenti di salute mentale.

Le regole della piazza

Gli incontri, della durata di circa 90 minuti, seguono poche regole essenziali: pochi minuti di parola a testa, telefoni spenti, nessun giudizio, si parla solo in prima persona. Alle spalle di questo approccio ci sono due riferimenti precisi: la terapia di gruppo, nata durante la Seconda guerra mondiale, e il pensiero di Franco Basaglia, per cui la vera cura non sta nel chiudere le persone, ma nel farle incontrare.

Dare voce a chi l'ha persa

Il progetto si rivolge in particolare a chi, dopo il lockdown, è precipitato nell'isolamento. In piazza non esiste il "dottore" che interpreta dall'alto, ma un clima orizzontale in cui ognuno può raccontarsi alla pari. Per Coni, la diagnosi non è la sintesi di un sintomo, ma la storia di una persona. E ogni essere umano resta un'entità unica.

Un contributo contro lo stigma

Al progetto "Agorai" si affianca anche "Sentieri di libertà", percorso di guarigione interiore nato a Sanluri e poi esteso a livello nazionale. Iniziative come queste, secondo Coni, servono anche a raccontare un'immagine della psichiatria diversa da quella spesso veicolata dai media, troppo legata solo a episodi di cronaca o carenze di personale, nonostante i disturbi psichiatrici colpiscano oggi una persona su otto.

Ha senso parlare di psichiatria di comunità?

Credo di sì, e non per ragioni ideologiche o nostalgiche. Sappiamo da tempo che l'isolamento sociale è insieme un fattore di rischio e un aggravante dei disturbi psichici, e che il contesto relazionale in cui vive una persona incide sul decorso della malattia quanto – talvolta più di – la sola terapia farmacologica. Esperienze come Agorai non "curano" in senso clinico stretto, ma agiscono su un elemento che la psichiatria spesso trascura: lo stigma, che non è un effetto collaterale marginale, ma spesso parte del problema, perché determina se una persona chiede aiuto, se lo riceve in tempo, se dopo la crisi riesce a reinserirsi nella vita sociale e lavorativa.

Serve, però, una precisazione, per onestà: la dimensione comunitaria non sostituisce la cura clinica. Farmaci, psicoterapia, presa in carico specialistica restano necessari, soprattutto per le patologie più gravi. Inoltre funziona solo se resta aggiuntiva, e non se diventa una toppa per colmare la carenza di personale e risorse che affligge la sanità pubblica. Con questi due paletti, iniziative come Agorai non sono solo belle storie da raccontare: sono un tassello coerente con l'evidenza scientifica sul peso delle relazioni nella salute mentale.

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