"Nazionalizzare la sanità privata è una proposta affascinante, ma è davvero praticabile?"

Il Servizio sanitario nazionale si trova da anni stretto tra due problemi strutturali: la cronica carenza di personale sanitario e la costante insufficienza di risorse economiche. Per garantire cure, prevenzione e assistenza, il sistema pubblico ha progressivamente fatto ricorso alle convenzioni con strutture private accreditate, che mettono a disposizione personale, tecnologie e servizi in cambio del rimborso delle prestazioni erogate. Nelle regioni considerate benchmark questo modello di collaborazione pubblico-privato funziona, consentendo ai cittadini di accedere alle prestazioni entro standard generalmente soddisfacenti. Oltre questi casi virtuosi esistono, naturalmente, situazioni patologiche e casi di mala gestione che devono essere perseguiti senza esitazioni, ma non possono diventare il parametro con cui giudicare l'intero sistema.
Negli ultimi mesi, tuttavia, è tornata ad affacciarsi una proposta destinata a far discutere: la nazionalizzazione della sanità privata. È una tesi che, almeno sul piano teorico, può apparire affascinante. Ma prima ancora di discuterne la praticabilità occorre chiarire un equivoco di fondo: non tutta la sanità privata è uguale. Il punto di partenza è identico. Un imprenditore realizza, con capitali propri, un centro diagnostico o una struttura sanitaria senza gravare sulle casse pubbliche. Da quel momento si aprono due strade: rimanere completamente sul mercato privato oppure chiedere l'accreditamento e operare anche in convenzione con il Servizio sanitario nazionale. Ed è proprio qui che nasce il principale malinteso. Molte campagne che chiedono di "nazionalizzare la sanità privata" sembrano confondere il settore privato puro con quello privato convenzionato, che invece rappresenta uno degli strumenti attraverso cui il Servizio sanitario nazionale eroga prestazioni ai cittadini.
Cosa dice la Costituzione
Dal punto di vista giuridico, una nazionalizzazione è possibile. L'articolo 43 della Costituzione prevede infatti che, per motivi di utilità generale, una legge possa trasferire allo Stato, mediante espropriazione e previo indennizzo, imprese che svolgono servizi pubblici essenziali o rivestono un preminente interesse generale.
Nella storia della Repubblica, però, questo principio è stato applicato sostanzialmente una sola volta: con la legge n. 1643 del 6 dicembre 1962, che portò alla nazionalizzazione delle aziende elettriche con la nascita dell'Enel. Da allora il legislatore ha privilegiato il principio della libera concorrenza e della collaborazione tra pubblico e privato.
Cosa prevede oggi il Servizio sanitario nazionale
Anche la legge istitutiva del Servizio sanitario nazionale (Legge n. 833 del 1978) ha previsto fin dall'origine la possibilità per le Regioni di stipulare convenzioni con strutture private. Per ottenere l'accreditamento, le strutture devono superare specifiche verifiche qualitative, organizzative e tecnologiche. Solo dopo questo percorso possono erogare prestazioni per conto del SSN. Il recente disegno di legge di riforma presentato dal ministro della Salute Orazio Schillaci punta a rafforzare l'assistenza territoriale, aggiornare l'organizzazione ospedaliera e migliorare la presa in carico dei pazienti, senza mettere in discussione il modello dell'accreditamento né prevedere la nazionalizzazione delle strutture convenzionate.
Nazionalizzazione e internalizzazione non sono la stessa cosa
È importante distinguere anche tra nazionalizzazione e internalizzazione. La nazionalizzazione comporta il trasferimento della proprietà di un'impresa privata allo Stato, con obbligo di corrispondere un indennizzo congruo al proprietario. L'internalizzazione, invece, consiste nella scelta delle aziende sanitarie di gestire direttamente servizi precedentemente affidati all'esterno, assumendo personale e acquistando attrezzature proprie senza alcun esproprio. Sono due strumenti completamente diversi, sia sul piano giuridico sia sotto il profilo economico. Quanto costerebbe una nazionalizzazione? È probabilmente questa la domanda centrale.
Nazionalizzare le numerose strutture diagnostiche e sanitarie convenzionate comporterebbe costi enormi. Lo Stato dovrebbe innanzitutto indennizzare tutti i proprietari. Il valore di mercato di queste imprese è spesso elevato, anche perché il settore della diagnostica continua a crescere e rappresenta uno dei comparti più dinamici della sanità. A questo si aggiungerebbero: il costo del personale; l'acquisto e il rinnovo delle apparecchiature; la manutenzione degli immobili; l'integrazione informatica nel sistema pubblico; tutti i costi di gestione oggi sostenuti dagli operatori privati. In altre parole, non si tratterebbe semplicemente di acquisire delle aziende, ma di farsi carico integralmente della gestione di un comparto che oggi funziona grazie a investimenti privati.
Restano alcune domande
Esistono poi aspetti spesso trascurati nel dibattito pubblico. La normativa vigente, salvo specifiche deroghe previste dai contratti e dalla disciplina sull'esclusività del rapporto, limita fortemente la possibilità per i medici dipendenti del SSN di svolgere attività presso strutture private accreditate, mentre è diversa la disciplina dell'attività libero-professionale. Ma soprattutto rimane una domanda fondamentale: cosa si vorrebbe realmente nazionalizzare? Solo le prestazioni convenzionate? Oppure l'intera struttura privata, comprese le attività svolte esclusivamente sul mercato? E, nel primo caso, come si potrebbe separare economicamente e patrimonialmente la parte convenzionata da quella privata? Non sono questioni tecniche marginali, ma il cuore stesso della proposta.
Una riflessione finale
La sanità convenzionata rappresenta oggi uno degli strumenti attraverso cui il Servizio sanitario nazionale riesce a garantire visite, esami e prestazioni che il solo sistema pubblico, spesso, non sarebbe in grado di assicurare con la stessa tempestività. Questo modello è adottato, con modalità diverse, in numerosi Paesi europei. Piuttosto che aprire un nuovo fronte politico e giuridico, destinato probabilmente a confrontarsi anche con i principi europei sulla concorrenza e sulla libertà d'impresa, forse sarebbe più utile concentrarsi sul rafforzamento della sanità pubblica.
Più personale, maggiori investimenti, una migliore organizzazione dell'assistenza territoriale, meno sprechi e una programmazione più efficace delle infrastrutture sanitarie rappresentano obiettivi concreti e condivisibili. Pubblico e privato accreditato non sono necessariamente modelli alternativi. Possono convivere e collaborare nell'interesse del cittadino, purché sia il servizio pubblico a mantenere il controllo della programmazione, della qualità delle cure e dell'equità nell'accesso alle prestazioni.
La vera sfida, forse, non è scegliere tra pubblico e privato, ma costruire un sistema capace di utilizzare al meglio entrambe le risorse senza perdere di vista il principio fondamentale: il diritto alla salute non può dipendere né dal profitto né dall'ideologia, ma dall'efficienza e dalla capacità di garantire cure tempestive e di qualità a tutti.
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