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Ricordando Elvio Dal Bosco

martedì 24 febbraio 2026

Venerdì 20 febbraio è scomparso all’età di 90 anni, Elvio Dal Bosco, economista e analista di rilievo tra gli anni ’60 e gli anni ’90, direttore del settore Economia Internazionale nel Servizio Studi della Banca d’Italia. Nato a Fiume nel 1934, negli anni ’50 aveva seguito la famiglia nell’esodo stabilendosi a Genova. Tra gli anni ’70 e ’80 aveva operato presso la Delegazione della Banca d’Italia a Francoforte. Tra i maggiori conoscitori della storia economica tedesca aveva prodotto in quegli anni diversi saggi per la rivista Problemi del Socialismo e altre riviste dell’epoca.

Negli anni ’90 pubblica per il Mulino, “L’economia mondiale in trasformazione” (1993), in cui analizzava il passaggio di fase tra il decennio dei ’70 e gli anni ’80, con la ripresa dell’egemonia dei paesi capitalistici (su quelli in via di sviluppo e del socialismo reale) in uno scenario internazionale caratterizzato da innovazioni tecnologiche e finanziarie, dal peggioramento dei tassi di sviluppo dei paesi del sud del mondo e, nei paesi sviluppati, dalla contrazione delle politiche di welfare causato dalla riduzione del monte salari e parallelo aumento della componente dei profitti nella distribuzione del reddito nazionale; in un contesto di deregolamentazione dei movimenti di capitale e di riduzione della quota destinata agli investimenti (produttivi) destinata ad accentuarsi nel corso dell’ultimo decennio del secolo e a produrre squilibri a livello globale e all’interno dei singoli paesi.

A medio lungo termine, sosteneva Dal Bosco, la stessa riproduzione capitalistica (per come la abbiamo conosciuta nel dopoguerra) può esserne messa in discussione poiché non è compensata dalla crescita di accumulazione finanziaria (in cui si andavano distinguendo in particolare gli Usa e la Gran Bretagna rispetto a quelli, come Germania e Giappone, per i quali gli elementi di programmazione a medio lungo termine e produzione manifatturiera orientata all’export restavano prevalenti). Sul piano internazionale, una delle conseguenze prevedibili di tali squilibri sarà la crescita esponenziale dei flussi di emigrazione verso i paesi sviluppati da sud e dall’est sottoposto alla terapia shock dopo il crollo del socialismo reale. Ma anche la conflittualità intercapitalistica, tra paesi a maggior tasso di finanziarizzazione (e terziarizzazione dell’economia) e quelli in cui è prevalente l’approccio mercantilista orientato all’export (pianificazione della competitività manifatturiera), è destinata a crescere, con l’indebitamento progressivo di Usa e Uk e con la progressiva perdita di appeal del dollaro come moneta di riferimento negli scambi internazionali.

Elvio Dal Bosco ripeteva spesso che non è indispensabile essere marxisti per capire le tendenze economiche globali e i loro effetti sulle società contemporanee; è sufficiente una lettura attenta (e non ideologica) dei dati disponibili per giungere a conclusioni analoghe: quelle che la tradizione neoliberista, affermatasi con la scuola di Chicago  e con la sua penetrazione a livello accademico in tutto il mondo in sostituzione delle teorie keynesiane, si ostina a celare dietro una asfissiante propaganda e proselitismo.

Sono temi ripresi e approfonditi a 10 anni di distanza, in un altro volume, “La leggenda della globalizzazione. L’economia mondiale degli anni novanta del Novecento” – Bollati Boringhieri – 2004, in cui Dal Bosco chiarisce, nel II° capitolo: “L’economia reale preda della finanza”, quale sia stata la strategia del capitalismo neoliberista nell’affermazione planetaria del suo modello: “sotto il manto della pretesa modernizzazione si sta riportando il mondo all’Ottocento”(…) “L’asettica necessità di contenere i costi salariali nelle aree sviluppate per reggere la concorrenza delle aree emergenti, devia l’attenzione dai guasti prodotti dalle politiche economiche e sociali che si ispirano al neoliberismo.”

L’enorme sviluppo delle attività finanziarie a livello nazionale e internazionale, l’assoluta libertà dei movimenti di capitali, che non sottostanno più ad alcun vincolo amministrativo, ma non sono sottoposti neanche a controlli di mercato, ha accresciuto fortemente i rischi sistemici, ha ridotto l’efficacia delle politiche delle banche centrali, mentre le istituzioni finanziarie internazionali come il Fondo monetario (FMI) hanno addirittura favorito il dispiegarsi incontrollato delle transazioni di capitale a breve termine, penalizzando quei paesi che osavano contrastarlo.

Perché alla base di questo atteggiamento non vi è altro che il profitto massimizzato e a breve termine, cioè un’economia che risponde ormai solo al profitto in sé e che non è più al servizio della società. E il miglior investimento da questo punto di vista, è quello che evita di misurarsi con la dimensione produttiva, ma si riduce tendenzialmente alla produzione di denaro attraverso denaro, con i corollari di bolle finanziarie e crolli che possono mettere al tappeto da un momento all’altro interi paesi.

L’effetto più preoccupante infatti, è quello esercitato dal peso eccessivo della finanza rispetto all’economia reale, con l’allocazione del reddito a favore dei consumi privati dalle classi agiate, a scapito degli investimenti produttivi, che sono il fulcro dell’accumulazione capitalistica. “Grande è invece l’insicurezza del posto di lavoro provocata dalla martellante campagna volta a esaltare le virtù del lavoro flessibile. In concreto, si può affermare che tali forme di lavoro sono positive, da un lato, se vengono incontro ai bisogni di alcune categorie di lavoratori, purché inserite in un sistema di garanzie simili a quelle godute dai lavoratori a tempo pieno; si osserva, dall’altro, che l’imposizione di forme di lavoro senza regole e non concordate con i lavoratori e con le loro organizzazioni conduce a un ritorno a condizioni di lavoro e di vita tipiche dell’Ottocento per fasce crescenti di popolazione nei paesi capitalistici sviluppati.”

“L’aumento della disoccupazione e il contenimento dei salari mettono in crisi i pilastri del welfare state classico. Lo Stato sociale è non soltanto un ammortizzatore che garantisce una vita dignitosa a tutti i cittadini e uno stabilizzatore automatico che sostiene l’economia nelle fasi negative del ciclo, ma anche un elemento fondamentale di legittimazione delle democrazie moderne. La gestione privatistica della sanità e delle pensioni, oltre a essere molto più costosa di quella pubblica, implica una ulteriore crescita delle attività finanziarie, con i connessi rischi sistemici e con gli effetti negativi sull’economia reale.”

Lo scoppio della crisi del 2008, proseguita per il quinquennio successivo, non pone purtroppo argine a questo andazzo e il decennio che arriva ad oggi è scandito da ulteriori crisi nazionali e internazionali fino alla pandemia, al succedersi di guerre di aggressione per l’appropriazione diretta e violenta di risorse, all’ascesa di movimenti politici che mettono in discussione l’assetto democratico fin nel cuore sistemico degli Usa, per arrivare alla guerra in Europa e al genocidio a Gaza; sembrano successive conferme della qualità nefasta e irresponsabile del modello inaugurato da “un mediocre attore di Hollywood e proseguito dalla Lady di ferro” e dai loro epigoni composti di élite politiche e finanziarie la cui qualità profonda sembra avere a che fare con qualcosa che esula dall’economia e che pare trovare qualche elemento di chiarimento dentro le migliaia di files di Epstein.

Letti a distanza di oltre trenta anni, il primo, e di oltre 20 anni, il secondo, questi due agili, quanto densi, libri di Elvio Dal Bosco scritti con lo stile sintetico degli analisti, continuano a fornirci elementi interessanti (che sarebbero da approfondire da adeguate competenze) per comprendere ciò che è accaduto in questo scorcio di secolo e che si sta svolgendo oggi sotto i nostri occhi, nel momento in cui le contraddizioni innescate dal neoliberismo intaccano ormai non soltanto l’ambito economico, ma anche quello dell’ecosistema e della costruzione democratica delle società: cioè delle vite concreta delle generazioni attuali e future. Cose, queste ultime, che Elvio non ha purtroppo potuto seguire negli ultimi anni di malattia.

Tra la fine dei ’90 e i primi anni 2000 abbiamo avuto modo di lavorare con Elvio alla realizzazione di una serie di ricerche della Filef sul lavoro autonomo e le piccole e medie imprese nate nei contesti emigratori degli italiani in Europa e in America Latina. Nel 2000 ci donò una dispensa per i nostri corsi di formazione su "Globalizzazione e movimenti migratori" parte di un lavoro realizzato assieme a Enrico Pugliese e successivamente, nel 2012, un saggio per Cambiailmondo: "La crisi si supera salvando il pianeta". In entrambi ricorrono, con dovizia di riferimenti, le questioni più sopra indicate e alcune ipotesi prospettiche per un futuro meno tragico dell’attuale.

Sono disponibili qui e qui in formato digitale per chi voglia approfondire il pensiero di un economista no-mainstream, come a volte si autodefiniva con una certa fierezza; anche perché, diceva scherzando (ma non troppo), la traduzione di mainstream, in latino, sarebbe cloaca maxima.

Rodolfo Ricci
www.cambiailmondo.org 

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