sociale

Riccardo, il nome che il silenzio non cancella

domenica 25 gennaio 2026
di Angelo Palmieri

Ci sono mattine in cui la vita sembra domandare soltanto il consueto: un’agenda, un impegno da onorare, una pratica da chiudere. Una di quelle mattine ho avuto un colloquio con la nostra responsabile del personale. Stavamo provando a dare forma, con realismo e misura, ad alcuni passaggi che, in questa fase, mi parevano urgenti. Poi, poche ore dopo, la notizia: suo figlio, Riccardo, strappato alla vita da un incidente.

Una morte così giovane ha una risonanza particolare: non è soltanto strappo, è anche un interrogativo che non trova appoggio. Un interrogativo che non cerca spiegazioni rassicuranti: davanti a certi eventi, le spiegazioni si sbriciolano come gesso tra le dita. Si apre una mancanza che non è astratta: è una presenza rovesciata, che abita le stanze e cambia l’aria. È l’assenza di un nome pronunciato e subito inghiottito da una pausa più grande di noi. È lo scarto tra ciò che ci attendiamo dalla vita e ciò che, a volte, la vita infligge.

In questi giorni mi sorprendo a cercare parole e, insieme, a temerle. Perché la parola può suonare come miele; e quel miele, talvolta, ferisce: addolcisce l’insopportabile, mette un fiore dove non c’è stagione, costruisce frasi che sembrano “belle” e invece non reggono davanti alla sofferenza vera, quella che toglie il respiro. Il rischio è doppio: l’enfasi e la morale. L’enfasi che mette in scena, la morale che spiega. E invece qui, davanti alla morte di Riccardo, non c’è nulla da mettere in scena e nulla da spiegare. C’è da riconoscere, con un rispetto che somiglia a preghiera, che siamo toccati nel punto più scoperto: quello in cui ci accorgiamo che la vita non è un possesso e che l’amore non è garantito dal tempo.

E quando accade, non siamo “sconfitti”: siamo, piuttosto, trafitti. Don Tonino Bello usava un’immagine netta, capace di restituire dignità alla fragilità: “Se noi dovessimo lasciare la croce su cui siamo confitti (non sconfitti), il mondo si scompenserebbe.” Non è un elogio della sofferenza; è una parola che sottrae lo strappo alla vergogna e ricorda che, quando la ferita non si può spiegare, può almeno essere custodita.

La perdita così prematura di un ragazzo non fa soltanto male: scoperchia. Rivela la struttura nascosta delle nostre giornate, la loro precarietà sottile. Ci mostra l’abilità con cui parliamo di futuro come se ci appartenesse, la facilità con cui rimandiamo l’essenziale, la tentazione di vivere come se il tempo fosse un diritto acquisito. E, insieme, ci inchioda a un’evidenza che la modernità tende a coprire con frastuoni e distrazioni: la morte non è un concetto, è un’esperienza che irrompe. Non si discute. Si subisce. Si attraversa. E, soprattutto, si patisce non da soli: perché quando muore un figlio, la morte non colpisce un individuo soltanto, ma riscrive l’intero alfabeto affettivo di una madre e di un padre.

È qui che torna alla mente una frase che non consola in modo facile, ma indica una disposizione interiore: “State con quello che c’è, imparate lo stare.” Ma questa frase, detta con cautela, non deve mai suonare come un imperativo rivolto a chi è nel lutto, quasi bastasse “stare” per rendere sopportabile l’insopportabile. È, piuttosto, un appello rivolto a noi che guardiamo da fuori: imparare a stare accanto senza invadere; rimanere senza aggiungere rumore; offrire una vicinanza che non pretende risultati, non pretende parole perfette, non pretende di “aggiustare” ciò che non si aggiusta.

Nella tradizione cristiana, questo rimanere ha un nome antico e tremendo: Stabat Mater. La Madre sta. Non commenta la Croce. Non la interpreta. Non la rende più sopportabile con una spiegazione. Sta, semplicemente, nel punto in cui l’amore è ferito. È una figura che non chiede applausi: chiede presenza. E forse è proprio questo che più manca quando la morte arriva: qualcuno che sappia restare senza invadere, senza frasi di riempimento, senza fretta di “tirare su”.

Il lutto apre una sospensione che non è soltanto assenza di suoni: è una gravità muta che spoglia le parole, le mette alla prova, le riduce all’osso. In quella sospensione, le frasi ben confezionate risultano straniere. Si può offrire molto di più con poco: una vicinanza discreta, un gesto concreto, una disponibilità reale, un tempo restituito. In certe ore non serve “dire”: basta non lasciare soli. Occorre proteggere questa ferita dall’indifferenza e dalla curiosità. Bisogna difendere la dignità di chi soffre.

Eppure, per chi crede, resta anche un’altra domanda - ancora più scomoda: dov’è Dio quando muore un figlio? Sarebbe facile rispondere con teologia pronta all’uso. Ma la fede non è un meccanismo che produce spiegazioni: è una relazione che resiste nella notte. La speranza cristiana, se è autentica, non cancella lo scandalo; non lo nega; non lo addomestica. Lo attraversa, senza pretendere di capirlo fino in fondo. È una speranza che non nasce dalla “buona riuscita” della vita, ma dalla promessa che la vita non finisce nel nulla.

Qui, sorprendentemente, la letteratura sa dirci qualcosa proprio perché non finge di aggiustare. Cesare Pavese ha scritto: “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.” È una frase che non è una carezza: è una lama lucida. Perché, quando arriva, spesso ha davvero gli occhi di qualcuno che amiamo: non ci colpisce come un’idea, ma come un legame spezzato. La morte diventa personale, ha un volto, un nome, una storia interrotta.

E tuttavia, per un credente, proprio lì si apre una faglia: quegli occhi che la morte sembra prendersi non sono consegnati al nulla. La fede cristiana osa dire che ciò che amiamo non è destinato a perdersi come polvere nel vento, e che il nome di Riccardo non è un suono che svanisce, ma una vita custodita.

Non è un’affermazione facile. Non è una frase di circostanza. È un atto interiore che spesso comincia come un filo sottilissimo: una preghiera breve, quasi muta, a volte persino ferita. Perché anche la protesta, davanti a Dio, può diventare preghiera quando non si chiude nel cinismo. Nel Vangelo, la speranza cristiana non è ottimismo: è fedeltà. È la convinzione che l’ultima parola non appartenga alla morte. “Io sono la risurrezione e la vita”: non è un argomento, è una presenza promessa. E questa promessa non toglie le lacrime: le raccoglie, le porta dentro una storia più grande.

Per questo, se devo scegliere parole lievi davanti alla morte di Riccardo, scelgo parole che non occupano lo spazio della madre, non pretendono di rappresentarla, non trasformano la sua ferita viva in un simbolo utile agli altri. Scelgo parole che si limitano a riconoscere: una vita spezzata ci riguarda; ci ridimensiona; ci richiama all’essenziale; ci chiede di essere più umani, più veri, più presenti. E ci chiede, nel concreto, di restare: con rispetto, con discrezione, con gesti reali e non con frasi facili.

A lei, madre ferita, non si deve una lezione. Le si deve una vicinanza. Alla sua casa, al suo respiro interrotto, alla sua quotidianità devastata, non si deve curiosità: si deve custodia. E a Riccardo si deve ciò che si deve ai morti amati: una memoria spoglia e fedele; una preghiera che veglia; un tacere che custodisce, non la chiacchiera che consuma.

E allora la chiusura, se può essere dolce, non sarà un’idea, ma un affidamento. Riccardo con la sua giovinezza interrotta, con la promessa che portava, con l’amore che ha generato — non è perduto nel buio: è consegnato a Dio, che non è estraneo alla ferita, perché ha attraversato la morte e l’ha abitata dall’interno. A noi resta il compito sobrio e alto di non tradire questo strappo: rimanere, custodire, pregare. E dire, con voce bassa ma non vinta, che la speranza cristiana non nega la notte, ma osa credere che la notte non sia eterna — e che, oltre il nostro vedere, esista un compimento in cui ogni nome amato viene chiamato per sempre.

Riccardo, nella luce che non tramonta.

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