sociale

L'asticella alta, il terreno basso

domenica 4 gennaio 2026
di Angelo Palmieri

Nel messaggio di fine anno del 31 dicembre 2025, il Presidente Sergio Mattarella ha scelto di chiudere con un indirizzo netto ai più giovani: "non rassegnatevi", "siate esigenti e coraggiosi", "scegliete il vostro futuro". È un passaggio che interrompe la retorica del lamento e rimette al centro una parola quasi scomparsa dal lessico pubblico: responsabilità. Non come colpa individuale, ma come capacità di stare nella storia senza farsi ridurre a osservatori passivi; senza accettare che l’unica intelligenza riconosciuta sia quella immediatamente spendibile sul mercato.

Davide Rondoni, intervenendo a caldo, sposta però il baricentro con una domanda che non ha nulla di sentimentale: l’Italia ama davvero le nuove generazioni? È una domanda di struttura. Un Paese "ama" quando rende praticabili le possibilità: quando non si limita a distribuire incoraggiamenti, ma costruisce condizioni. Perché si può invitare un ragazzo a essere rigoroso solo se il contesto smette di educarlo, giorno dopo giorno, alla rinuncia: percorsi lunghi e opachi, accessi selettivi ma spesso non trasparenti, stage e lavori poveri, autonomia abitativa rinviata a tempo indeterminato, territori progressivamente desertificati di servizi.

In questo senso, l’appello del Presidente è anche un esame per la società adulta: se ciò che si chiede a chi cresce oggi non incontra opportunità concrete, può tradursi in frustrazione o, peggio, un’uscita silenziosa.

Qui i dati non sono un feticcio: sono un termometro. Nel 2024 i NEET (15–29 anni) sono stimati al 15,2%: meno che negli anni peggiori, ma ancora una quota enorme di energie sospese. E sullo sfondo resta la dinamica migratoria: nel periodo 2019–2023 l’Istat stima una perdita netta di 58 mila giovani laureati italiani (25–34 anni) a favore dell’estero

Non è solo “fuga di cervelli”: è una frattura del patto generazionale, un segnale che la promessa di futuro - studio, lavoro, autonomia, riconoscimento - non appare credibile a una parte significativa di chi dovrebbe costruire il domani.

“Invertire il trend”, allora, non significa moltiplicare convegni sulla “condizione giovanile” né produrre diagnosi pietose. Significa riaprire contesti reali di incontro tra adulti e giovani, dove contino davvero strumenti e responsabilità condivise. Penso a laboratori civici come cantieri di lavoro, non come tavoli di ascolto: poche priorità, un piano di azione, responsabilità chiare e risultati (micro-interventi, patti, proposte regolamentari). Servono alleanze tra terzo settore, comuni, scuole e imprese. Ma le imprese disposte a metterci risorse e tempo ci sono? E con quale orizzonte credibile?

Io ho l’impressione che non si possa aggirare il terreno del confronto intergenerazionale: c’è un tema di trasmissione, di adulti che tornano a esporsi - non a predicare - e a rendere visibile che cosa significa prendersi un rischio, assumersi un vincolo, costruire una traiettoria. Senza luoghi, la relazione tra generazioni resta un discorso ben fatto: e i discorsi, da soli, non trattengono nessuno.

E poi c’è la scuola, il punto che continuiamo a sfiorare senza avere il coraggio di affrontare fino in fondo. Se la scuola resta prevalentemente un dispositivo di adempimenti, verifiche e classificazioni, non libera il desiderio: produce difesa. Metterla in discussione non è destabilizzare; è aggiornare la sua missione pubblica. Una scuola davvero abilitante dovrebbe tenere insieme cultura e orientamento, saperi e pratiche, studio e territorio, con percorsi seri di apprendimento per progetti, laboratori, competenze linguistiche e simboliche non subordinate alla sola utilità immediata. Ascoltare un giovane che ama la letteratura e la poesia non è un lusso di tempi lenti: è investire nella qualità del pensiero, nella capacità di nominare il reale e dunque anche nella capacità di governare la tecnologia senza esserne governati.

Infine: la vita concreta. Se un ragazzo vuole provare, con piccoli risparmi, a rimettere in moto i campi dei nonni, a sottrarsi alla compressione degli affitti nelle metropoli e alla provvisorietà urbana, non va romanticizzato né scoraggiato: va reso possibile. Oggi sappiamo che le aziende agricole condotte da under 35 sono solo il 7,5%, eppure incidono in modo rilevante sulla vitalità del settore.

Il punto non è lo storytelling del “ritorno alla terra” come favola alternativa: è costruire una politica di accesso (credito, terra, filiere, formazione, servizi nei territori) che trasformi una traiettoria individuale in una chance collettiva.

Mattarella ha ragione: ai giovani serve tenere alta l’asticella. Ma perché questa richiesta non diventi un boomerang, occorre una controparte: un Paese che alzi gli standard anche per sé, capace di smettere di invocare domani e iniziare a produrlo. È qui che si vede, senza scorciatoie, se l’Italia “ama” davvero i suoi giovani. E questa verifica può cominciare dalle comunità che conosciamo meglio, dove la distanza tra parole e vita è immediata: Orvieto, che dite?

 

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