sociale

"Le parole che fanno male: quando il linguaggio diventa violenza"

mercoledì 26 novembre 2025
di Paola Cellamare

"Le parole che fanno male: violenza sulle donne e linguaggio", l'annunciata iniziativa organizzata martedì 25 novembre dall’Università degli Studi di Perugia nella Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, ha riportato al centro del dibattito un tema troppo spesso ignorato o considerato di poca rilevanza: il linguaggio come strumento di discriminazione e, talvolta, come primo gradino della violenza di genere. Non solo un riflesso della società, dunque, ma uno degli ingranaggi che la muove e la orienta.

Ad aprire i lavori è stato il professor Antonio Preteroti, presidente Comitato Unico di Garanzia dell’Università che sottolineato come il Comitato ritenga che "la promozione di un linguaggio consapevole rappresenti un passo fondamentale e un dovere per educare al rispetto". Ha poi portato i saluti istituzionali dell’Ateneo perugino, il professor Massimiliano Marianelli, magnifico rettore dell’Università, che ha posto l’accento su come le parole possano: "uccidere e togliere il silenzio, ma anche unire una comunità e diventare impegno e testimonianza".

L’incontro si è sviluppato con l’intervento di Maria Giuseppina Pacilli, docente di Psicologia Sociale dell’Università di Perugia, che ha evidenziato come il sessismo linguistico costituisca un presupposto della violenza e ha posto l’accento su come: "il linguaggio normalizzi ciò che normale non è. Succede nella vita quotidiana, nei luoghi di lavoro, nelle relazioni. Alla base della piramide della violenza troviamo parole che sminuiscono e denigrano e al vertice c’è l’uccisione". Pacilli ha, inoltre, ricordato anche che "in Italia giornaliste e donne impegnate in politica siano spesso bersaglio di insulti e svalutazioni, mentre la pubblicità per anni ha esposto il corpo femminile a una mercificazione plateale. La svalutazione delle competenze , la maternità usata come strumento di disciplinamento, la sessualizzazione e l’infantilizzazione linguistica contribuiscono a sottrarre spazio, ruolo e voce alle donne".

Ma le vittime non sono solo donne. Pacilli, infatti, ha sottolineato che "la cultura della mascolinità dominante colpisce anche gli uomini che non vi si conformano, esponendoli a derisione e marginalizzazione. La fragilità maschile viene ridicolizzata. Di rado si parla agli uomini e anche le donne possono perpetuare quegli schemi tossici. È una cultura interiorizzata da tutti. Il cambiamento passa da un nuovo modo di intendere il potere".

Ad intervenire anche Beatrice Curci, una delle fondatrici dell’Associazione GIULIA Giornaliste, che da oltre dieci anni lavora per modificare il modo in cui i media rappresentano e raccontano le donne. "Volevamo cambiare la narrativa - ha detto - di come le donne sono viste e percepite dai media siano essi giornali, televisione, social. Le parole sono il primo passo per educare al rispetto e laddove non c’è rispetto c’è violenza verbale, psicologica e fisica. Sono le parole che costruiscono la realtà e una consapevolezza sociale. Anche a partire dal declinare al femminile ruoli e professioni, perché ciò che non nominiamo non esiste Eppure, nonostante il moltissimo lavoro fatto, assistiamo ancora a un uso improprio del maschile sovraesteso.

Direttore, invece di direttrice, ingegnere invece di ingegnera, avvocato invece di avvocata e molto altro. Un linguaggio che denota l’assorbimento inconsapevole di modelli culturali arretrati e patriarcali". "Ci definiamo al maschile – ha spiegato la rappresentante di GIULIA Giornaliste – perché pensiamo che l’uso del femminile in qualche modo sminuisca, mentre è il risultato di una cultura che per secoli ha assegnato e spesso continua ad assegnare alle donne un ruolo per lo più domestico".

Da qui l'invito a rompere le abitudini linguistiche a partire dal proprio ambiente familiare. "Dimmi come parli – ha aggiunto – e ti dirò chi sei. Scegliamo di declinarci al femminile per raccontare chi siamo. La strada è ancora lunga, per raggiungere una reale parità di genere e per porre fine alla violenza subita dalle donne, che quasi quotidianamente occupa la cronaca. Proviamo a partire dal linguaggio perché anche attraverso un corretto uso delle parole possiamo evitare rivittimizzazione e soprusi nei confronti delle donne".

L’importanza di osservare i dati è stata, invece, dall’intervento di Maria Giovanna Ranalli, vicepresidente del CUG dell’Università di Perugia, che ha sottolineato come "l'analisi degli omicidi in Italia negli ultimi vent’anni mostra che gli uomini uccisi sono diminuiti drasticamente, mentre la riduzione delle vittime donne è molto più lenta. C’è uno zoccolo duro che non si scalfisce. Questo conferma che non affrontiamo il problema alla radice. La violenza psicologica, economica e le micro-aggressioni rimangono quasi invisibili: non abbiamo ancora l’alfabeto per riconoscerle".

Il filo rosso della giornata e il comune sentire è stato all’insegna del potere del silenzio. Non intervenire, non obiettare, non contestare, abbassare lo sguardo può trasformarsi in complicità: la battuta sessista, l’uso del nominalismo e del vezzeggiativo, un ruolo non declinato secondo la persona e pertanto non riconosciuto, è un’autorizzazione implicita e rompere il silenzio è una responsabilità collettiva. Se la violenza nasce da una concezione distorta del potere, del senso del possesso, il cambiamento passa da una società che faccia della cura e del valore delle parole un principio di giustizia. La sfida è culturale e quotidiana. Perché le parole feriscono, ma possono anche guarire. E iniziare a usarle con consapevolezza non è solo un atto linguistico: è un atto politico.

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