Vivono immersi in un flusso continuo di immagini, suoni, messaggi. Scrollano non solo lo schermo, ma la vita. Ogni gesto del dito è una fuga dal silenzio, un bisogno di esserci, di non sentirsi esclusi dal branco digitale. Ma quella connessione costante è solo un’illusione di vicinanza: effimera, vacua, fatta di “ti lovvo” e “tvb” al posto del semplice e vero “ti voglio bene”. È una comunicazione che anestetizza, un oppiaceo che regola l’autostima a colpi di like.
Dietro quei filtri che rendono appetibile l’immagine e pericolosa l’identità, si nasconde la fragilità di chi non si sente mai abbastanza. Le nuove generazioni si confrontano con modelli falsi di bellezza, successo e felicità, fino a smarrire il sé reale. L’attenzione si frantuma, la mente si abitua a ritmi sincopati: pochi minuti di concentrazione, ore di ipnosi visiva. La paura di “essere tagliati fuori” – il FOMO – alimenta ansia, stress, solitudine.
Mancano emozioni autentiche, sentimenti, affetti. Conta solo il corpo, la posa, la performance. Le parole, lungi dall’essere leggere, diventano pietre che feriscono: messaggi veloci, chat notturne, offese digitali. Il cyberbullismo si muove invisibile, e ogni stringa grigia sullo schermo è un colpo al cuore. Genitori disorientati o vanitosi, incapaci di educare alla misura, finiscono per spingere i figli verso l’apparire o verso derive di dipendenza.
La famiglia, intanto, vive la sua metamorfosi. Nuclei affettivi ma vulnerabili, narcisistiche o deleganti. C’è chi rinuncia alla funzione educativa – “deciderà lo psicologo”, “ci penserà la scuola” – e chi trasforma il figlio in un prolungamento del proprio ego. In entrambi i casi si perde l’arte dell’accompagnamento. Educare, allora, non è dirigere ma provocare al volo, come suggerisce l’etimologia del termine: suscitare libertà, non dipendenza; generare fiducia, non sorveglianza.
La cura autentica nasce da un cuore che sa lasciarsi ferire e comprendere. È da lì che può germogliare un’educazione digitale critica, capace di restituire misura e discernimento.
Dietro quella connessione continua si nasconde spesso una solitudine profonda, intrecciata con nuove forme di vulnerabilità e dipendenze. Quando lo sguardo si perde nello schermo, cresce il rischio di cercare altrove un sollievo immediato: l’uso precoce di sostanze, la fuga nell’onnipotenza virtuale, la smania di apparire.
È in queste crepe che l’educativa di strada può farsi presidio di speranza: spazio di prossimità dove la teoria dell’intervento si fa carne, e l’ascolto diventa forma di resistenza al silenzio sociale.
Servono presenze competenti e stabili, capaci di relazione autentica. Ogni ragazzo che si perde nello scroll rivela un deficit relazionale del sistema adulto, un vuoto educativo che ci riguarda tutti.
Siamo ancora in tempo, però, per tornare a essere custodi di relazioni vere, capaci di generare libertà e non dipendenza, presenza e non controllo. Per ricordare, finalmente, che la vita non si scrolla: si incontra.
Antonella Agostino, italianista, collabora con l’Università della Calabria
Angelo Palmieri, sociologo e referente Osservatorio sulle Povertà Caritas Cassano all’Ionio