sociale

A settembre serve un altro modello di scuola

mercoledì 20 maggio 2020
di Franco Raimondo Barbabella, presidente ADi Umbria
A settembre serve un altro modello di scuola

ADi (Associazione Docenti e dirigenti italiani) all’inizio di maggio con il documento “La scuola una priorità: soluzioni per la riapertura a settembre” ha fornito le analisi e le indicazioni di quadro. Ora, con riferimento all’Umbria e al fine di invitare tutti a considerare la riapertura di settembre nella nostra regione un’occasione preziosa per rinnovare il sistema-scuola, aggiungo questo mio contributo.

La ripresa della scuola a settembre non potrà essere un ritorno a prima. Ci vuole un nuovo modello e la parola chiave è humanitas. Dobbiamo puntare ad un grande progetto di cambiamento, altrimenti verremo risucchiati nella ripetizione del già visto, che non è un bel vedere. O scuola per la società del sapere, delle competenze, dell’equità, della fiducia nei valori umani e della responsabilità civica, o il declino. Si può fare, ma la scuola deve diventare una priorità per tutti, dallo stato ai comuni allo stesso sistema scolastico, nel senso che bisogna crederci.

L’a-normalità dell’emergenza ha squadernato importanti problemi

Se nell’emergenza il sistema scolastico per un verso ha rivelato una notevole capacità di resilienza, per un altro ha portato alla luce carenze non di poco conto, non solo strutturali e di avanzamento tecnologico. Due soprattutto:
1. una buona parte dei nostri giovani non sa fare buon uso del digitale: carenze di competenza tecnica, ma soprattutto mancanza di consapevolezza della possibilità di vivere il digitale in modo critico e da protagonisti;
2. mentre una parte consistente del personale se l’è cavata bene e una parte ottimamente, un’altra parte, variabile in quantità e dislocazione, si è rivelata non all’altezza della sfida di cambiamento soprattutto per voler continuare la vecchia didattica trasmissiva anche in modalità digitale. Assurdità di una scuola che resiste ad adeguarsi ai nuovi bisogni di formazione.

Perciò ci sarà bisogno di una nuova normalità

Appare dunque necessaria la ricerca di una nuova normalità. Ecco perché:
1. non sarà uno scherzo, né per i singoli né per le istituzioni scolastiche, convertirsi alla cultura digitale, cosa ben diversa dall’essere smanettoni;
2. non si potrà evitare di ricorrere ad un piano straordinario di formazione del personale sotto la diretta responsabilità dei ddss;
3. Soprattutto, la scuola non può essere anche questa volta una pura riproduzione di se stessa.

Dannosa la vecchia normalità, caratterizzata da arretratezze culturali, organizzative, tecnologiche e logiche, non può diventare normalità nemmeno l’a-normalità dell’emergenza. Per due ragioni:
a) l’incidenza sui diritti del cittadino delle disuguaglianze culturali e sociali;
b) l’incidenza sulla crescita intellettuale, sull’equilibrio di personalità e sugli orientamenti civili, di periodi lunghi di isolamento sociale, spesso all’interno di contesti poveri di stimoli, quando non inadatti o addirittura dannosi.

La ripartenza in sei punti

La nuova normalità perciò è tutta da costruire. Ci sono decisioni da prendere da parte di tutti i soggetti istituzionali, decisioni complesse, che non si possono affidare a tecnici esterni alla scuola. Spettano a chi poi deve rispondere del proprio operato, dimostrando di sapere quali sono le cose necessarie e di saperle fare per tempo e per bene.

1.   Assicurare ai futuri cittadini, a tutti, il diritto all’istruzione e alla formazione intellettuale, professionale e civica

Lo si può fare in sicurezza e per tutti, passando dall’organizzazione spontanea a quella gestita con lungimiranza e competenza. Dopo questo lungo isolamento bambini e ragazzi hanno bisogno di regolarità di frequenza e di riscoprire la vita sociale con i compagni. Devono tornare a scuola. I bambini insieme, i ragazzi anche con doppi turni in alternanza di giorni o meglio di settimane, tornino a vivere l’esperienza dell’apprendimento in presenza. Come cittadini si cresce così.

2.   Liberare le scuole dai vincoli che rendono la programmazione, le decisioni e le azioni, incerte e problematiche

Bisognerà modificare molte cose nell’organizzazione e nell’erogazione della didattica: più elasticità di orario, modifica degli organici, dei regolamenti e delle prassi vigenti. Un compito del governo e del MI. Su tre aspetti bisogna essere molto chiari:
1. I curricoli vanno rimodulati, riducendo, snellendo e distinguendo la funzione delle materie, anche con aree opzionali;
2. l’orario di servizio dovrà essere reso, se non onnicomprensivo, almeno flessibile, ad es. con doppi turni su 5 giorni e ora di 45’;
3. vanno chiarite le responsabilità che creano apprensione e contenzioso: oltre alla responsabilità della scuola nei confronti del minore, le responsabilità effettive dei dirigenti scolastici oggi assimilati impropriamente ai datori di lavoro.

3.   Riorganizzare gli spazi, gli orari, i trasporti. Un’occasione per fare manutenzione per una didattica trasformativa

Ai compiti del governo devono affiancarsi in modo integrato i compiti delle scuole e quelli degli enti locali, province e comuni, e per la rete scolastica nei territori anche quello delle regioni. Il distanziamento comporterà la riorganizzazione degli spazi. Cambieranno calendario e orari, e con ciò l’organizzazione del lavoro e delle attività didattiche. Bisognerà riorganizzare i trasporti e gli altri servizi. Per gli enti locali è un test importante. Si abbia allora il coraggio di cambiare logica alle attività: intendere la manutenzione come occasione di modernizzazione strutturale in funzione di una didattica trasformativa; abbandonare gli edifici ormai inadatti, modernizzare quelli adattabili, eventualmente costruirne di nuovi. La scuola non può restare la preoccupazione dell’anno che verrà.

4.   Riprogettare i curricoli e la didattica

Ripeto, la ripartenza di settembre non potrà essere in alcun modo la ripresa delle modalità organizzative e didattiche interrotte a febbraio. Bisognerà entrare in un’ottica di cambiamento progressivo e continuo. Bisognerà interrompere la bulimia dei curricoli. Perché appare ormai evidente che l’attuale enorme quantità di nozioni, che si pretende di far diventare competenze e abilità con un’organizzazione rigida come quella in vigore, non può reggere all’impatto con la riparametrazione delle competenze che si affacciano con prepotenza sulla scena del mondo.

5.   Fare posto alle nuove competenze dell’era digitale e globale

Oltre a un modo nuovo, c’è anche qualcosa di nuovo da insegnare e da imparare. Il documento ADi sottolinea due nuove competenze: 1. le competenze globali e 2. le competenze digitali. Secondo il prof. Yong Zhao, Università del Kansas, competenza globale vuol dire possedere strumenti per comprendere la “natura dell’interconnessione e dell’interdipendenza dell’umanità nel mondo globale”. Mentre competenza digitale “è un insieme di conoscenze, abilità, capacità socio-emotive e di saggezza necessarie per vivere, imparare e lavorare nel mondo virtuale”. DigComp 2.0 poi identifica i componenti chiave delle competenze digitali in 5 aree: Information and data literacy; Communication and collaboration; Digital content creation; Safety; Problem solving. Prima le assumeremo come indicazioni che ci riguardano e meglio sarà.

6.   Curare le competenze sociali ed emozionali per recuperare l’humanitas

Insieme a questi nuovi contenuti si affaccia poi l’esigenza di curare un aspetto finora trascurato: il ruolo dell’apprendimento sociale ed emozionale nell’insegnamento di ogni disciplina. Si tratta di riscoprire l’esigenza di humanitas. Ci aiutano le scienze umane e in particolare le neuroscienze. Il prof. Anantha Duraiappah, ex Direttore UNESCO, ha indicato in quattro competenze la capacità umana di riconoscere e regolare le emozioni:
1. Empatia: capacità di capire l’altro a partire dalla sua prospettiva;
2. Mindfulness: consapevolezza, capacità di prestare attenzione all’esperienza del momento in modo non giudicante;
3. Compassione: capacità di agire positivamente per alleviare la sofferenza dell’altro;
4. Indagine Critica: continua capacità di mettere in discussione e valutare decisioni, azioni e cambiamenti comportamentali attraverso l’osservazione, l’esperienza, il pensiero, il ragionamento e il giudizio. Queste sono le prospettive che incalzano i nostri compiti, ciascuno nel proprio ruolo. Hic Rhodus, hic salta! Elementi di riflessione non mancano. Ora bisogna agire sul serio. Ne va del futuro della nazione e delle diverse comunità. Non dimentichiamolo, il futuro sono i nostri giovani.