Vinitaly 2026, al Verona Fiere Orvieto parla sé con mari antichi e vulcani estinti

All'edizione 2026 del Vinitaly, Orvieto si è presentata compatta nel proposito di comunicare le proprie radici attraverso la viticoltura. Alcune aziende orvietane hanno presenziato nell'esordiente Padiglione "D" per la prima volta destinato a rappresentare l'Umbria tutta sotto il claim "Stili di Vite", mentre altre si sono collocate in aree differenti del Verona Fiere.
Tutte unite, però, dal filo conduttore di rilanciare il brand orvietano di vini che hanno affrontato complesse situazioni di mercato, specie negli anni '90, ed ora hanno l'opportunità di far conoscere al mondo i propri pregi. In un mercato globale in cui sempre più spesso le sfide annunciate riguardano costi di produzione crescenti, dazi commerciali e temi emergenti, talvolta controversi, come la tendenza al biolgico-biodinamico e la dealcolazione, le aziende orvietane si mostrano impavide e pronte ad accogliere qualsiasi visitatore presso i rispettivi stand. 
È Angelica Rocchini, ad esempio, a ricevere l'ospite al banco riservato a Decugnano dei Barbi. Quando si trova ad Orvieto è responsabile della conduzione nelle wine experiences. A Verona è altrettanto responsabile nel dover trasportare l'avventore dalla città scaligera in quel mare antico che un tempo sovrastava il suolo di Orvieto. E vi riesce in modo efficace, non solo per l'abilità multitasking, dote indispensaibile per operare in una fiera vorticosa avara nel concedere soste, ma soprattutto per le comepetenze linguistiche necessarie a interloquire con una variopinta clientela internazionale.
Lei stessa narra della scoperta di quel territorio e della sua potenzialità vitivinicola da parte del titolare dell'azienda, che giunto dalla Lombardia nel 1973, appena due anni dopo il riconoscimento dell'Orvieto come “Doc”, non avrebbe più lasciato quella passione sino ad oggi, contribuendo alla rinomanza dei prodotti orvietani. A suo dire, alcuni consumatori approcciandosi per la prima volta ad Orvieto cadono dalle nubi, dopo aver infranto la radicata convinzione che l'area sia vocata in prevalenza ad uve a bacca rossa. E sì, infatti proprio in questo luogo le uve autoctone di trebbiano e grechetto si fondono per dar vita alle eccellenze vanto di ogni orvietano.
Eccellenze che per quanto concerne Decugnano dei Barbi, sono destinate per il 70% a soddisfare il mercato italiano, mentre il residuo 30 approda all'Estero, fra Europa e mercati emergenti. Ad integrare i racconti di Angelica, seppur distante da Verona, anche l'enologo di Decugnano dei Barbi Emanuele Lessio vuol pronunciarsi, intervenendo sul dibattito circa le nuove frontiere del mercato legate alla produzione del biologico certificato. Secondo quest'ultimo, infatti, sarebbe in corso una vasta riflessione nel settore, veicolata anche dalle sempre più imprevedibili condizioni climatiche, circa l'opportunità di adesione a tali filosofie produttive che incidono sulla necessità di sacrificare prodotto e incrementare i costi in un periodo storico già gravato dall'inflazione nelle spese produttive.

Inoltre, lui stesso si domanda quanto possa essere ampia la fascia di mercato costituita dal consumatore che esige con consapevolezza la produzione biologica. Il Vinitaly freme e grati dell'accoglienza dell'equipe di Decugnano ci si lascia alle spalle quel mare arcaico e quei fossili di cui si fregia il terroir che l'azienda celebra nella grafica delle etichette imprimendo l'immagine delle conchiglie. Si approda quindi ad un altro stand orvietano, si tratta dell'azienda Battisti. All'ente fiera sono presenti Romano Battisti con a fianco Giovanni Biagioli nel ruolo di responsabile commerciale. Oltre all'Orvieto Classico, qui svetta un Malbech, vino rosso di pregiata fattura, che racconta un'altra fase del passato di una certa area di Orvieto, tormantata da eruzioni vulcaniche. Particolarmente evidente il fenomeno in località “Velette” sede dell'azienda.
Con Romano e Giovanni, si trova conferma di quanto aveva anticipato Angelica, ossia che in poca distanza Orvieto assume una biodiversita' di terreno sorprendente tale che il viticoltore è condizionato nella scelte produttive. Infatti, Angelica per Decugnano poneva l'accento su come anche una singola collina possa avere una composizione di suolo differente che va valutata in combinato con le circostanze climatiche. Ciò implica che si sia prediletta la coltivazione di uve rosse per terreno argilloso con marcata esposizione solare in contrapposizione alla bacca bianca peferita per un terreno di matrice sabbiosa all'interno del medesimo promontorio collinare. 
Romano Battisti che dispone altresì del titolo di sommelier, proviene da una famiglia con lunga esperienza nel campo alimentare, in particolare legata al mondo della lavorazione delle carni, le cui competenze si stanno sempre di più specializzando nel ramo vitivinicolo. Ed a quanto pare dai vini schierati a Verona, tale impegno evolve per il meglio. Compito dell'intraprendenza di Giovanni Biagioli è quella di tradurre e comunicare la passione dei vini Battisti finalizzandola al palato del consumatore finale. Nella vastità del Vinitaly, sarebbe bello udire ogni voce orvietana, ma l'ampiezza della fiera limita questo desiderio. Bisogna fare una scelta! Non si puo' terminare un Vinitaly senza aver dato spazio a quello che è il principe delle varietà Orvietane. Il Muffato! Già, perchè in questa zona specifica d'Italia si verificano delle condizioni microclimatiche singolari che permettono una produzione unica nel suo genere.
Autrice di questa specialità orvietana è la cosiddetta Muffa Nobile che, a discapito di quello che farebbe pensare il nome, ha un'azione benigna sugli acini di uve specifiche. Queste ultime, se raccolte nel momento opportuno ricevono una qualita' degna del miglior vino passito. Una sorta di procedimento di appassimento naturale che deve tutto a quella che i tecnici chiamano con il nome scientifico di Botrytis Cinerea. Per comprendere le peculiarità di questo vino, si è consultata l'azienda Agricola Pomario sita in Piegaro che si colloca ai margini della zona orvietana in Provincia di Perugia guardando verso il poco distante Lago Trasimeno.
A rappresentare Pomario a Verona si trova il dottor Giangiacomo Spalletti Trivelli che spiega quanta minuzia debba essere riservata all'esecuzione delle tecniche di produzione del Muffato. Vino, quello di Pomario, battezzato in etichetta con l'appellativo di "Muffato delle Streghe", imbottigliato con l'esclusivo formato di di 50 cl. per un massimo di 2.000 bottiglie. Le uve a cio' destinate devono essere esaminate costantemente dallo staff aziendale giorno dopo giorno, anche perchè solo un equilibrato sviluppo delle nebbie consente l'insorgere della muffa nobile e la sua pacifica azione. Ogni annata è una incognita, e la vendemmia in cui si deve far, ahimè, a meno del muffato, resta di certo impressa nella mente del viticoltore!
Si è assistito ad un Vinitaly 2026 che guarda al futuro di Orvieto, consapevoli che Verona è per tutti gli operatori del settore un impegno economico e di energie non di poco conto. Da Tutte le aziende emerge un proposito di rilancio, sebbene ciascuna con le proprie differenti filosofie di produzione e orientamento di mercato. Tutte però chiamate a onorare il brand di Orvieto,...e quindi perchè no, appuntamento dall'11 al 14 aprile 2027 per misurare i risultati di un nuovo anno di lavoro nel corso della prossima edizione del Vinitaly.
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