Cara Umbria, è ora di rovesciare la piramide

“Rovesciare la piramide” era lo slogan con cui nel 2019 il nascente movimento civico “Umbria dei territori” si presentò sulla scena della politica regionale con l’intento programmatico di una radicale riforma del regionalismo umbro storicamente caratterizzato da un esercizio verticale e centralistico del potere non scalfito né nel passaggio delle generazioni di partito né nell’alternanza delle alleanze e delle coalizioni.
Si trattava di superare il lungo periodo di un sistema regionale chiuso ed autoreferenziale spostando il baricentro del governo dal centro tradizionale e dai suoi corollari alle comunità territoriali, di dare più potere di rappresentanza e di decisione alle amministrazioni periferiche e di passare così da un policentrismo proclamato ad un policentrismo reale.
Ne sarebbe derivata una pianificazione condivisa delle risorse e una riorganizzazione dei servizi secondo le reali necessità dei territori con la visione di una regione dinamica che si apre alle regioni contermini e trasforma le aree periferiche e di confine da aree marginali a ponti di collaborazione interregionale.
Era un progetto autenticamente civico. Allora per diverse ragioni il progetto non riuscì, ma le ragioni da cui nasceva sono ancora tutte lì a testimoniare la sua intrinseca validità. Stefania Proietti allora era parte di quel progetto; oggi forse nemmeno se lo ricorda, ed è un peccato, perché altrimenti non accetterebbe che il suo governo si caratterizzi ormai strutturalmente per la riproduzione aggravata di quel centralismo verticistico.
Lo dimostra la triste vicenda dell’addizionale regionale, giustificata con l’urgenza di tappare un buco del bilancio sanitario in sostanza inesistente, decisa per altri obiettivi non esplicitamente dichiarati e perciò diventata di fatto il prelievo di un potere centralistico vissuto come ingiusto e arbitrario.
Lo dimostra la congiunta vicenda della sanità, cavallo vincente della campagna elettorale, diventata poi oggi, alla prova di realtà, un gran problema di scelte non fatte, di problemi che si accumulano, un punto esplosivo di contraddizioni, dimostrazione anch’essa di un sistema di potere centralistico che si ferma e si impantana per non saper adottare criteri democratici di programmazione e logiche di sistema e di rete.
Lo dimostra soprattutto la vicenda dei rifiuti, che ha nell’ampliamento della discarica orvietana di Le Crete la metafora del potere che si illude di potere tutto e che con ciò inevitabilmente si incarta da solo arrivando a sfidare istituzioni territoriali e cittadini. Una vicenda che il governo regionale è riuscito a trasformare in una diatriba assurda che lacera la comunità locale e quella regionale quando intorno a questo come ad alcuni altri temi di fondo (sanità, trasporti, energia, ecc.) sarebbe suo compito cercare di raggiungere il massimo di unità.
Non è qui il caso di ripercorrerne tappe e termini particolari. Per l’essenziale, ciò che leggendo atti e dichiarazioni si capisce è che, poiché nel patto elettorale per volontà dei cinquestelle c’era la condizione del no al termovalorizzatore (individuato dal governo Tesei come chiusura del ciclo dei rifiuti entro il 2029) l’assessore De Luca porta avanti un progetto alternativo che punta sulla riduzione dei rifiuti e sul riciclo, che dovrebbe andare a regime nel 2050. Progetto molto ambizioso ma a quanto pare anche piuttosto fumoso, con tappe intermedie e strumenti operativi che non convincono per la loro indeterminatezza e che perciò preoccupano molto.
Dunque un progetto indeterminato che in nome dell’innovazione si traduce però da subito nell’autorizzazione all’ampliamento della discarica, la procedura più arretrata, che in queste condizioni non si sa bene quanto durerà. Ha perciò ragione da vendere la comunità orvietana a ribellarsi e la sindaca Tardani, che se ne fa giustamente interprete, a mettere la presidente Proietti di fronte alle sue responsabilità: Orvieto ha già dato e non intende diventare il capro espiatorio di una Regione che non trova il coraggio di indicare una chiusura del ciclo credibile in termini di modalità, di strumenti e di tempi.
Non vale proteggersi dietro le decisioni dei precedenti governi, i quali, da Marini a Tesei, avevano messo in frigo l’ampliamento, mentre quello attuale ne ha sbloccato l’iter. Non si può sfuggire alle proprie responsabilità di una decisione di governo. Una decisione, occorre esserne consapevoli, di puro stile centralistico, che la comunità orvietana ha il sacrosanto diritto di contestare.
Anzi, proprio questa vicenda semmai dimostra che questa comunità è stata troppo accondiscendente con le classi dirigenti umbre che hanno governato con metodi verticistici e marginalizzanti. Perciò sarebbe questa l’occasione per porre il vero problema, che è, oltre che di Orvieto, soprattutto dell’intera Umbria, quello di continuare a ragionare come se i problemi di fondo siano da risolvere rigorosamente dentro i confini regionali, tutti tra noi, magari scannandoci.
Orvieto può fare da apripista, proprio per rompere la deleteria logica del centralismo amministrativo e del verticismo politico. Un patto tra le istituzioni sostenuto trasversalmente dalle forze politiche per trasformare la politica locale in politica territoriale: Orvieto accoglie i rifiuti dell’Umbria in quantità determinate compatibili e in tempi precisamente determinati a patto che il suo territorio esca dalla marginalità e diventi avamposto di una nuova regione che fa dei territori il punto di forza di politiche di collaborazione con le altre regioni.
Orvieto dovrebbe promuove per questo un’apposita conferenza programmatica: nuovo ruolo del territorio e nuova idea di regione. Ne dovrà derivare una diversa e coerente concezione del sistema sanitario (Orvieto polo ospedaliero interregionale), una nuova organizzazione del trasporto, della formazione e in generale dei servizi e dello sviluppo. Insomma, cara Umbria, è ora di rovesciare la piramide!
Vaste programme!, direbbe il generale De Gaulle. So bene che forse sto solo predicando agli uccelli. Ma chissà, nell’anno di San Francesco …
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