"Poggi di Baschi: quel No non può essere negoziabile"

Ai Poggi di Baschi la partita non è più un'ipotesi sulla carta. C'è una compravendita privata, un preliminare che riguarda oltre 42 ettari di terreni agricoli, per un valore di circa 1,8 milioni di euro, a cui si aggiunge la disponibilità di un altro proprietario per ulteriori 10-15 ettari. Messe insieme, le due operazioni fondiarie disegnano un'area di 50-55 ettari destinata, secondo quanto emerso in Consiglio Comunale, a un maxi-impianto fotovoltaico. Non stiamo parlando di un rumor, di un sospetto, di un timore genericamente agitato. Stiamo parlando di un atto, di un contratto depositato agli atti, di cifre precise. Chi prova a derubricare la questione a semplice voce di corcridoio dovrebbe fare i conti con questo dato: un impegno economico di quella portata non si prende per un progetto campato in aria.
I Poggi di Baschi non sono un'area industriale dismessa, né un capannone da coprire di pannelli, né un terreno agricolo abbandonato. Sono una zona collinare di pregio, fatta di boschi e vigneti, con un affaccio diretto sul Lago di Alviano. E soprattutto: l'area è attraversata dalle rotte della fauna migratoria legata all'Oasi WWF di Alviano, uno dei più importanti punti di riferimento per la biodiversità dell'intera regione. Su un territorio come questo, la logica del "progetto sì, ma con qualche modifica", del "vediamo di limitare l'impatto", del "troviamo un compromesso accettabile" semplicemente non regge. Non è una questione di dettagli tecnici da limare in una trattativa, ma di compatibilità di fondo: un impianto di decine di ettari e un corridoio ecologico protetto non possono coesistere senza che uno dei due venga sacrificato.
E qui ad essere sacrificato sarebbe il territorio. La transizione energetica è necessaria, nessuno lo mette in discussione. Ma si fa sui tetti, sui capannoni, sulle aree industriali dismesse, sui terreni agricoli marginali, con l'agrivoltaico che non consuma suolo. Non si fa strappando 55 ettari di collina di pregio a ridosso di un'oasi naturalistica. Di fronte a un dossier di questo tipo, al sindaco Damiano Bernardini non è più consentito il silenzio, né l'attesa a bordo campo. I consiglieri di opposizione hanno già chiesto con chiarezza che il Comune avvii la procedura dell'articolo 136 comma 1 del Codice del Paesaggio, così come stanno facendo i Comuni di Orvieto, Castel Giorgio e Castel Viscardo per casi analoghi.
Essere primo cittadino non significa amministrare l'ordinaria amministrazione e rimandare le decisioni scomode a un tavolo tecnico regionale. Significa prendere posizione quando la comunità che si rappresenta rischia di perdere, in cambio di un assegno fondiario, un pezzo di paesaggio che non si può ricomprare. Bernardini ha il dovere istituzionale, non solo politico, di dire con chiarezza da che parte sta: se dalla parte di chi ha già firmato un preliminare per incassare, o dalla parte dei cittadini che quel territorio lo abitano, lo coltivano e lo custodiscono. Un no a metà, condito da rassicurazioni generiche sulla sostenibilità o da rinvii alla valutazione degli enti sovraordinati, in questo caso equivale a un sì.
La cittadinanza chiede una parola sola, netta: no. Senza se, senza ma, senza margini di trattativa su un progetto che per collocazione, dimensione e impatto sul corridoio ecologico dell'Oasi di Alviano non è semplicemente compatibile con la tutela di questo territorio. L'annunciata assemblea pubblica convocata per martedì 18 agosto sarà il primo banco di prova. I cittadini di Baschi si aspettano un impegno chiaro, non un ennesimo rinvio.
Alba Maria Uffreduzzi,
consigliere indipendente di opposizione Comune di Baschi
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