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"Salviamo l'Orvietana Calcio"

venerdì 3 luglio 2026
di Pasquale Di Paola

Gli inquirenti hanno usato parole da Codice Penale per raccontare una vicenda che, in origine, parlava solo di pallone, di ragazzi in maglia biancorossa e di domeniche in tribuna. "Pactum sceleris": patto di scelleratezza. È il termine che la Procura di Terni ipotizza a margine dell’indagine sui lavori pubblici lungo la Strada Provinciale 12 Bagnorese e sulla cessione dell’Orvietana Calcio.

Un'inchiesta ancora alle prime battute, coperta dal velo necessario, e da sottolineare, della presunzione di innocenza, ma che spalanca una domanda inevitabile: come si è arrivati al punto che il nome dell’Orvietana Calcio, storica e prestigiosa squadra della Rupe con 116 anni di onorata e sempre apprezzata militanza, venga accostato a un sospetto "pactum sceleris" per l’affidamento di lavori e la cessione di quote societarie?

Per capire la portata di questa parola bisogna uscire per un attimo dallo stadio e rientrare nel lessico del diritto penale. "Pactum sceleris" è l’intesa, anche non scritta, tra più soggetti per commettere un reato, il collante occulto che tiene insieme corruzione, turbativa d’asta, accordi sottobanco.
Quando questa formula si affaccia sulle cronache dell’Orvietano, non parla solo di carte e appalti: fa risuonare l’idea che dietro la scomparsa dell’Orvietana Calcio non ci siano soltanto errori o fatalità, ma un intreccio di scelte e interessi su cui oggi la magistratura vuole vederci chiaro.

Negli ultimi mesi il nome dell’Orvietana è stato accompagnato da parole come "cessione", "funzione sociale", "priorità per il settore giovanile".
Il Comune di Orvieto ha dovuto chiarire più volte che l’obiettivo principale era non disperdere il patrimonio educativo e sociale legato alle attività giovanili, mentre le vicende societarie si facevano via via più complesse. La stessa stampa locale ha raccontato "una triste storia" fatta di annunci, trattative, ipotesi di nuova proprietà e un finale che, per molti tifosi, ha il sapore di un vero e proprio "omicidio sportivo" della squadra di riferimento della città.

La cronologia parla di un progressivo logoramento: passaggi di mano, scenari di fusione con altre realtà calcistiche, timori per la perdita del titolo sportivo e per il destino dei vivai. In mezzo, l’ombra di operazioni societarie collegate a interessi più ampi, che travalicano il rettangolo di gioco e lambiscono la politica provinciale, le scelte sugli appalti, le strategie di rilancio di altre società calcistiche umbre.

È qui che, per gli inquirenti, potrebbe essersi disegnato quel "pactum sceleris": un patto, tutto da verificare e da provare, in cui l’affidamento di lavori pubblici e la cessione di una società di calcio si sarebbero intrecciati in modo opaco. Mentre la Procura ribadisce che siamo nella fase delle indagini preliminari e che vale la presunzione di innocenza per tutti gli indagati, la città continua a fare i conti con un’assenza dolorosa. 

Nel racconto dei cronisti locali "ci sono storie che non si cancellano, si depositano": la storia dell’Orvietana è una di queste, perché non riguarda solo una società, ma un modo di sentirsi comunità. Ogni ragazzo che ha vestito quella maglia, ogni famiglia che ha affidato i figli a quell’ambiente, ogni allenatore che ha trasformato il campo in una palestra di vita, oggi percepisce il vuoto lasciato da quel cancello chiuso come una ferita collettiva.

Nelle piazze e nei bar di Orvieto, il lessico tecnico dell’indagine, corruzione, turbata libertà del procedimento, "pactum sceleris", si traduce in parole più semplici: delusione, tradimento, sfiducia. È come se Orvieto fosse diventata una parte civile silenziosa: non nei tribunali, ma nella coscienza, in quel sentimento diffuso che chiede conto di come si sia potuti arrivare a sacrificare un pezzo di identità sportiva in nome di non si capisce bene cosa.

In questo senso, parlare di "omicidio sportivo" non è una formula giornalistica eccessiva, ma il tentativo di dare un nome alla percezione di molti orvietani: non è solo una squadra ad essere venuta meno, è un simbolo che è stato consumato altrove. Se un "patto di scelleratezza", ancora tutto da provare,viene ipotizzato per spiegare l’intreccio tra lavori pubblici e cessione di una società calcistica, il compito della comunità locale può essere quello di immaginare un patto di segno opposto.

Un patto di trasparenza, in cui ogni operazione futura che riguardi il calcio cittadino sia chiara, partecipata, discutibile in pubblico prima che sancita nelle buie e chiuse stanze dove si decidono appalti e cessioni. Un patto di responsabilità, in cui istituzioni, scuole, associazioni e tifoseria organizzata si riconoscano nel valore sociale dello sport e lo difendano come bene comune, non come merce di scambio.

La vicenda dell’Orvietana, per quanto dolorosa, può diventare una lezione civile: insegnare che i "pacta sceleris" non nascono dal nulla, ma prosperano dove la comunità abbassa la guardia, si disinteressa, si accontenta di annunci rassicuranti. Raccontarla oggi, con le parole crude dei codici e con le emozioni semplici dei tifosi, significa non chiudere questa storia in un faldone di tribunale, ma tenerla viva come monito e come punto di ripartenza.

Perché l’"omicidio sportivo" di una squadra può essere reversibile solo se, accanto alle indagini degli inquirenti, nasce un nuovo patto: quello di una città che decide di vigilare, partecipare, farsi protagonista della prossima pagina, quando il calcio, in qualunque forma, tornerà a vestire i colori di Orvieto. Con una voce imperante che circonda la Rupe: salviamo l'Orvietana Calcio.

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