Quella triste storia dell'Orvietana Calcio

Ci sono storie che non si cancellano, si depositano. Rimangono nei muri, nelle abitudini, nei racconti ripetuti a bassa voce, nelle domeniche che sembravano uguali e invece costruivano un’appartenenza. L'Orvietana Calcio era uno di questi nomi. Non una semplice squadra di calcio, non soltanto una storia sportiva, ma una forma di presenza, quasi una maniera di abitare la città.
Per oltre un secolo ha accompagnato il respiro di Orvieto come fanno le cose necessarie. Senza clamore, eppure con una forza che si avverte solo quando viene a mancare. Ha attraversato generazioni, stagioni, mutamenti, e ha custodito dentro di sé la trama umile e tenace di tante vite comuni. C’erano i padri che portavano i figli allo stadio, i ragazzi che sognavano una maglia, gli anziani che ricordavano partite lontane come si ricordano i volti amati, i giorni di festa, le perdite che insegnano a stare al mondo. Ora per dinamiche non da tutti comprese l’Orvietana Calcio non esiste più.
Resta un vuoto che non è soltanto sportivo. È il vuoto lasciato da ciò che, per tanto tempo, ha dato forma a un rito collettivo. Perché una squadra di calcio, in una realtà come quella orvietana, non è mai soltanto una squadra, ma una lingua condivisa, un'abitudine del cuore, un appuntamento con la memoria. Quando si spezza, non si interrompe soltanto una storia agonistica. Si incrina un paesaggio interiore. E ciò che fa più male è proprio questo: la sensazione che a svanire non sia stato solo un nome, ma una parte riconoscibile di noi.
L’Orvietana Calcio apparteneva alla categoria delle presenze silenziose e indispensabili. Era nel freddo delle gradinate, nel fruscio delle radiocronache immaginate, nelle foto sbiadite che sopravvivono alle persone, nel lessico familiare di chi diceva "la nostra squadra" con una naturalezza quasi sacra. Era una continuità, e la continuità è una delle forme più profonde dell’amore: non chiede di essere celebrata, chiede soltanto di durare,di poter continuare a restare in vita.
Per questo il suo addio pesa come pesano le cose che non si possono sostituire. Non perché il calcio finisca qui, ma perché finisce un modo di riconoscersi. E quando una città perde uno dei suoi emblemi più antichi, la nostalgia non è semplice rimpianto: diventa una disciplina della memoria, una fedeltà ostinata a ciò che ci ha fatti crescere. Restano i racconti, i volti, le voci. Restano i gol dimenticati e quelli impossibili da dimenticare. Resta soprattutto la necessità di non consegnare tutto all’oblio.
Forse è questo il solo modo giusto di salutare l’Orvietana. Non con la retorica del commiato, ma con la precisione affettuosa del ricordo. Tenere vivo il nome significa riconoscere che anche le cose fragili, se amate abbastanza, diventano parte della biografia di un luogo. E allora il tempo non distrugge del tutto, trasforma. Fa della perdita una stratificazione, del dolore una traccia, della fine un deposito di senso.
Così, nel silenzio che segue, l’Orvietana Calcio continuerà ad esistere non come ciò che era soltanto, ma come ciò che ha lasciato. E in una città passionale e antica come Orvieto questo conta quasi quanto la presenza. Anzi, forse di più: perché certe storie, quando sembrano finite, cominciano davvero a vivere nella memoria di chi le sa ricordare e raccontare.
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