opinioni

"Ma sulle pensioni i nostri governanti dormono davvero?"

martedì 16 giugno 2026
di Mauro Marino

L’altro giorno mi è capitato tra le mani un interessante articolo pubblicato su La Stampa del 17 aprile 2017 (quindi oltre nove anni fa) che affrontava il problema della tenuta del sistema previdenziale in Italia e che indicava gli anni compresi tra il 2030 e il 2035 come quelli a rischio del sistema previdenziale italiano. Analizzando le proiezioni di diversi esperti e incrociando le previsioni demografiche il quotidiano di Torino tracciò un quadro molto poco edificante della situazione previdenziale italiana con cittadini sempre più vecchi e dove oltre un milione di nuovi pensionamenti che avverranno il 2030 ed il 2035 potrebbero rischiare di mettere in pericolo i conti dell’INPS.

L’articolo evidenziava come i figli del baby boom quelli nati cioè nel 1964-1965 al compimento dei 67 anni andranno giustamente a bussare alle casse dell’INPS che si troverà un picco di richieste che potrebbero mettere in crisi l’istituto previdenziale soprattutto se la crescita economica sarà modesta. Poi dopo l’anno 2038 quando andranno in pensione tutti quelli assunti dopo il 1996 e che hanno totalmente il calcolo effettuato col sistema contributivo la situazione dovrebbe leggermente migliorare per stabilizzarsi tra il 2045 ed il 2060.

Angelo Raffaele Marmo già collaboratore dell’ex Ministro del Lavoro Sacconi affermava nel 2016 che “con la disoccupazione attuale e la mancata crescita economica, in un Italia sempre più anziana, l’INPS rischia di saltare entro 20 anni. Anche perché la stessa INPS, che tranquillizza a parole su scenari apocalittici, presuppone per la tenuta del sistema un canonico aumento dell’1,5% annuo di crescita del PIL, ma chi assicura che ciò si verificherà, conclude affermando “servirebbe un nuovo miracolo economico”.

Gian Carlo Blangiardo ordinario di Demografia all’Università Bicocca di Milano affermava in quegli anni che “Il rapporto tra la popolazione attiva (20-65 anni) e i pensionati si raddoppierà nel giro di una generazione con la conseguenza che la percentuale di pensionati rispetto ai lavoratori passerà dal 37% di oggi al 65% del 2040”. Già adesso nel 2016 ci sono oltre 150.000 nuovi pensionati più che decessi, nel 2030 questo disavanzo salirà a 300.000 unità fino al 2038 e poi scenderà lievemente fino al 2048 quando i due gruppi si equivarranno. Effetto della crisi demografica che nel 2015 ha toccato il nuovo minimo storico di 488.000 nati”.

La situazione che ben nove anni fa sembrava compromessa è purtroppo ulteriormente peggiorata perché nel frattempo abbiamo avuto la brutta bestia del Covid che ha portato tutto il mondo in recessione per due anni e poi stiamo vivendo due guerre di cui una (Russia/Ucraina) da oltre quattro anni che hanno compromesso quell’1.5% di aumento del PIL previsto annualmente e che hanno causato un’impennata dell’inflazione con costi insostenibili per famiglie ed imprese. Inoltre, il dato della natalità che già nel 2015 con 488.000 nuovi nati era record storico negativo è andato progressivamente a decrescere fino a raggiungere nel 2025 il dato scoraggiante di 355.000 nuovi nati con un decremento di oltre 130.000 nascite in appena 10 anni.  

È incredibile che dopo ben nove anni la problematica, molto bene evidenziata dal quotidiano torinese e che i vari Governi che si sono succeduti conoscevano perfettamente, non sia mai stata affrontata compiutamente non intervenendo in maniera radicale e rimandando sine die una riforma previdenziale vecchia, non più attuale e attenta solo a discorsi di propaganda elettorale. Mai niente di strutturale e senza mai distinguere i vari mestieri diversificando l’età di uscita delle persone. Abbiamo detto migliaia di volte che non possono essere messi sullo stesso piano lavori da scrivania e mestieri effettuati all’esterno come l’edilizia o l’agricoltura e sono molti gli anni che parliamo di separazione di previdenza da assistenza il cui costo è più che raddoppiato nell’ultimo decennio figlia di un clientelismo elettorale radicato da decenni.

Non si capisce perché chi è completamente nel sistema contributivo (entrato cioè nel mondo del lavoro dopo il 1° gennaio 1996) dal momento che percepirà una pensione in base a quanto effettivamente versato non possa andare in pensione quando voglia e non come adesso che deve raggiungere una quota soglia di importo praticamente impossibile da conseguire. Non si capisce perché coloro che sono andati in pensione con le varie quote 100, 102, 103 non possano fare altri lavori retribuiti se non soltanto fino a 5.000 euro annui di lavoro autonomo occasionale.

Non si capisce perché le donne che pure svolgono molto spesso lavoro di “caregivers” non possano conteggiare quegli anni come effettivo lavoro con contributi, non si capisce perché non è stato fatto un serio programma di incremento delle nascite fornendo alle coppie tutta una serie di servizi e benefici per implementare la voglia di far figli (come fatto da alcuni Paesi del Nord Europa) perché soltanto una politica attenta all’incremento delle nascite può far progredire un Paese. Non si capisce perché non è stato fatto un serio programma di accoglienza di immigrazione regolare per implementare tutta una serie di lavori che gli italiani non vogliono più fare, non si capisce, infine, perché in un sistema a ripartizione che ovviamente dopo 80 anni incomincia a fare acqua non si è mai pensato ad investire in forma prudenziale almeno una parte dell’enorme massa di risorse che versano i lavoratori alla previdenza.

Tutti i vari Governi che si sono succeduti in questi anni hanno lasciato la situazione nella loro staticità affermando che mancano i fondi e lasciando che, complice l’aspettativa di vita che fortunatamente aumenta ma che è collegata alla previdenza, si lavori sempre di più (aumento di un mese dal 1° gennaio 2027 e di tre mesi dal 1° gennaio 2028) sia sulla pensione anticipata che su quella di vecchiaia che sulla pensione totalmente contributiva. Oltretutto per l’effetto combinato che avviene tra aspettativa di vita e coefficienti di trasformazione ogni qualvolta questa aumenta diminuiscono tali coefficienti rendendo l’assegno previdenziale più basso.  

Probabilmente la nostra classe dirigente non vuole o forse non sa come affrontare realmente questo problema e quindi lascia cadere l’argomento cercando di parlarne il meno possibile al limite inserendo pochi interventi molto spesso peggiorativi confinati nella legge di Bilancio di fine anno. È un quadro veramente sconfortante e desolante dove oltre il 40% dei pensionati percepisce meno di 1.000 euro mensili e dove i giovani (quelli che non se ne vanno all’estero) lavoreranno ben oltre i 70 anni e con una pensione che non arriverà al 50% del loro ultimo stipendio.  

mauromarinopensioni@gmail.com 

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