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"È necessario separare la previdenza dall'assistenza"

lunedì 8 giugno 2026
di Mauro Marino

I recenti dati forniti dall’Osservatorio Statistico dell’INPS forniscono una situazione non del tutto positiva per quanto riguarda la previdenza in Italia e come ci sia ancora molto da lavorare per raggiungere un equilibrio dei conti e contrastare le troppe disparità esistenti. Il dato più eloquente che è anche quello che fa preoccupare di più gli addetti ai lavori è quello che riguarda la crescita continua ed esponenziale dell’assistenza sul complesso delle pensioni erogate dall’INPS. Nell’anno appena trascorso (ricordiamo che i dati sono al netto della gestione dei dipendenti pubblici) sono state erogate complessivamente oltre 1.400.000 pensioni, e quasi il 40% di queste sono di natura assistenziale il cui dato è aumentato rispetto all’anno precedente del 7%. 

Di queste pensioni di natura assistenziale erogate dall’INPS il 21% sono costituite da pensioni e assegni sociali e quasi il 79% da prestazioni erogate ad invalidi civili sotto forma di pensione e/o indennità. Analizzando, poi, i singoli dati per aree geografiche si rileva che l’incidenza di queste prestazioni assistenziali sono per lo più erogate nel centro e sud Italia retaggio di un triste passato di assistenzialismo anziché di investimenti in sviluppo economico. 

Il totale complessivo delle pensioni pagate dall’INPS in Italia è di quasi 18 milioni, il cui costo annuo complessivo è di 254 miliardi di cui 227 sostenute dalle gestioni previdenziali e 27 miliardi da quelle assistenziali. Da segnalare poi che il 53% delle pensioni erogate è inferiore a 750 euro e che vi è un grosso gap tra gli importi delle pensioni erogate alle donne che sono oltre il 25% più basse di quelle degli uomini.

Per quanto riguarda la speranza di vita questa continua a crescere e nell’anno appena trascorso è salita a 83,4 anni (media tra uomini 81,4 e donne 85,4) con un aumento di 6 mesi che tolti i quattro persi nel periodo del Covid si traduce in un aumento dal 2027 che sarà di un mese e dal 2028 di ulteriori due mesi. In pratica dal 2027 per la pensione di vecchiaia saranno necessari 67 anni e 1 mese e dall’anno 2028 addirittura 67 anni e tre mesi. Per la pensione anticipata invece dal 2027 sono necessari 42 anni e 11 mesi e dal 2028 si arriva a 43 anni e 1 mese (uno in meno per le donne) a cui bisogna aggiungere i tre mesi di finestra mobile.

Tale aumento ci sarà anche sulla pensione anticipata contributiva che passerà a 64 anni e 1 mese nel 2027 (con almeno 20 anni e 1 mese di contribuzione) e a 64 anni e 3 mesi (con almeno 20 anni e 3 mesi di contribuzione) nel 2028. Perché allora non provvedere finalmente con urgenza alla definitiva e completa separazione tra i due istituti di previdenza ed assistenza che sono completamente diversi (come anche evidenziato nella Costituzione e come espressamente previsto dall’art. 37 della legge n. 88/1989).

La previdenza, infatti, si alimenta mediante i contributi versati dai lavoratori e dai datori di lavoro durante l’attività lavorativa per maturare il diritto, al termine della prestazione lavorativa, di una retribuzione differita ed è legata al rapporto tra lavoratori attivi e pensionati, mentre l’assistenza ha tutta una altra natura e deve tutelare le situazioni di bisogno indipendentemente dai contributi versati. È del tutto evidente che l’invalidità civile, le integrazioni al minimo, la quattordicesima, gli assegni sociali, ecc. non siano previdenza ma debbano essere ricompresi nelle varie forme di assistenza esistenti in Italia che debbono ascriversi alla fiscalità generale e finanziate dalle tasse e imposte versate da tutti i cittadini italiani.

Ma quello che sembra logico e facilmente intuitivo evidentemente nel nostro Paese non lo è, ed infatti dopo vari tentativi fatti negli ultimi vent’anni per fare chiarezza e distinguere finalmente due aspetti di natura così diversi, la Commissione Tecnica istituita nel 2021 per studiare tale problema ha concluso che “non appare praticabile una separazione netta della previdenza dall’assistenza anche a causa della natura spesso ibrida della prestazione che rende complicata una distinzione delle fonti di finanziamento”.

È un paradosso che continua ad appesantire i conti della pura previdenza e che fa apparire tale spesa come esagerata e fuori controllo quando invece non lo è. Se andiamo ad analizzare la spesa previdenziale osserviamo come questa sia cresciuta del 7% rispetto all’anno precedente ma vediamo anche che grazie all’aumento dell’occupazione arrivata ai massimi aumentano anche le entrate contributive che ammontano a oltre 260 miliardi e benché il dato resti in negativo migliora di circa cinque miliardi il saldo previdenziale che passa da -30,72 ai -25,55 dell’anno 2024. Inoltre, migliora il rapporto tra attivi e pensionati che arriva a quota 1,47 (teniamo presente che per essere in pari il sistema abbisogna di un rapporto tra 1,6 e 1,7).

Inoltre, analizzando meglio le singole voci si evince che dal rapporto spesa/PIL se andiamo a scorporare la quota della Gias (Gestione Interventi Assistenziali) tale rapporto scende dal 15,3% al 13,05% e se andiamo poi a togliere anche l’IRPEF, che poi ritorna all’Erario, si evince che la spesa pensionistica al netto dell’assistenza e dell’IRPEF scende addirittura al 9% del PIL ben al di sotto della media dell’UE. Oltretutto calcolare la spesa pensionistica al netto delle imposte rende i dati molto più omogenei perché molti Stati sia in sede UE che Ocse, che vengono sempre presi come parametri di confronto, non tassano le pensioni o le tassano in maniera considerevolmente più bassa rispetto all’Italia.

È vero che la spesa nel suo complesso non cambia ma innanzitutto verificare i reali bisogni assistenziali erogati negli anni porterebbe un risparmio di alcuni miliardi risultato di assegni non dovuti ma tenuti in essere da politiche clientelari di natura elettorale e inoltre potrebbero essere modificate anche le politiche dei governi che penalizzano le perequazioni delle pensioni superiori di quattro volte il trattamento minimo con evidenti problematiche di natura costituzionale. In conclusione, e semplificando la problematica, si può tranquillamente affermare che il sistema previdenziale italiano costituito sulla base dei contributi versati, a discapito di quanto ripetutamente affermato, è assolutamente in linea con la spesa sostenuta ed è addirittura in avanzo e operando una corretta distinzione possa impostare una necessaria riforma pensionistica senza penalizzare i pensionati attuali e futuri con la scusa del “buco” previdenziale. 

mauromarinopensioni@gmail.com 

 

 

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