Se io fossi sindaco di Orvieto...

Stimolato da un sondaggio della piattaforma "La Piazza Orvieto del Movimento 5 Stelle", che chiedeva quali potessero essere tre idee che un sindaco dovrebbe mettere in pratica, ho scritto alcune riflessioni più generali. Un sindaco dovrebbe innanzitutto occuparsi e preoccuparsi dei luoghi lasciati indietro, in particolare le frazioni, le periferie "dell’impero", qui inteso come centro storico. Questi luoghi stanno diventando i più popolati, ma allo stesso tempo i meno salvaguardati: vengono utilizzati in campagna elettorale per avanzare promesse di interesse e cura, promesse che quasi mai vengono mantenute. Ma anche il centro storico è lasciato indietro: si svuota di beni e servizi, luoghi di istruzione, svago e tutela della salute.
Una proposta-provocazione sarebbe quella di pensare di far tornare l’Ospedale sulla Rupe, magari al posto del Car o anche posizionare lì un plesso scolastico dove riunire istituti diversi. Orvieto sta perdendo attrattività, o forse ne ha già persa una discreta quantità, non solo come centro storico culturale e meta turistica, ma anche come luogo vivo con prospettive economiche e di impiego elevate. Quali sono gli asset delle industrie orvietane ad oggi? Qualche eccezione c’è stata, ad esempio l’Itelco, che impiegava però, pur nella sua eccellente qualità e fama, poche unità lavorative.
O le ormai pressochè scomparse imprese edili. O le filiali delle banche, che davano ossigeno e posti di lavoro, garantendo alle famiglie una discreta sicurezza. Un tempo il comparto agro-eno alimentare rappresentava una risorsa importante anche in termini di impiego: i tabbacchifici offrivano un’altra possibilità lavorativa (per quanto io sia contrario al fumo). Ricordo molti giovani, anche studenti, che in estate potevano trovare un impiego che permetteva loro tra le altre cose di pagarsi gli studi o magari le vacanze e così non gravare sul bilancio familiare.
Si è sempre pensato che Orvieto avesse la sua gallina dalle uova d’oro nel turismo, ma non si è mai voluto veramente investire o formulare un progetto a lungo termine. C’era quasi una sorta di refrattarietà, nella falsa convinzione che potesse essere fonte di guadagno e utilità solo per pochi, ovvero le attività che di quello direttamente vivevano. Occorrerebbe superare il divario, che è anche mentale e sempre più crescente, tra “grande centro” ovvero “grandi imprese”, ma anche tra cittadini di Serie A e cittadini di Serie B, e il resto del territorio e dei suoi abitanti.
È necessario recuperare una modalità di governo che tratti ogni luogo e ogni attività come se contassero tutte allo stesso modo, soprattutto perché contano democraticamente, demograficamente ed economicamente tutte allo stesso modo. La crescente distanza tra i luoghi e le professioni che contano e quelli che non contano è oggi uno dei principali fattori di fragilità. Le diseguaglianze non si manifestano più solo tra individui, ma tra territori: è nei luoghi trascurati e fra i cittadini considerati meno “importanti” dalle istituzioni, che si radicano il risentimento e la sfiducia.
Cresce il malcontento politico che si sovrappone alla sensazione della marginalità sociale, generando un sentimento collettivo di esclusione. Si evidenziano fratture territoriali che diventano fratture sociali, dove l’interesse non è più quello del bene comune, ma è teso a ottenere egoisticamente vantaggi e attenzioni individualistiche. Occorre allargare l’analisi e l’intervento in modo olistico: un puzzle senza un unico pezzo è comunque incompleto.
Nei territori colpiti dalla deindustrializzazione, dal calo demografico e dall'impoverimento delle infrastrutture civiche, la perdita di opportunità e di riconoscimento sociale si traduce in una perdita di senso della propria esistenza e fa cadere in una depressione che non è solo economica, ma che è l’anticamera del disinteresse e dell’abbandono di ogni speranza. L'assenza di fiducia nelle istituzioni, che a loro volta non hanno più lo stimolo e la spinta a cambiare è l'inizio della stagnazione che porta desertificazione, ovvero la consunzione naturale dei tessuti sociali, economici e culturali.
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