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Proposta per una Palombella simbolica

martedì 19 maggio 2020
di Guido Barlozzetti
Proposta per una Palombella simbolica

Il 31 maggio ricorre la Pentecoste che per noi è la Palombella. E’ una festa a cui gli Orvietani sono molto affezionati, nata da un lascito di Giovanna Monaldeschi ormai lontano nei secoli, nell’atmosfera che respirava la pace dopo le sanguinose vicende dei rami della famiglia.

Quella domenica si riuniscono nella piazza davanti al Duomo e aspettano la discesa della palomba bianca che parte dalla sommità posteriore di San Francesco e viene giù, assicurata a un cavo, fino a concludere il volo in cima al baldacchino sistemato sul sagrato. Lì, al suo arrivo, tra scoppi di mortaretti, si accendono le fiammelle sulla testa degli Apostoli a significare della Discesa dello Spirito Santo.

Non so se nella sua lunga storia la Palombella abbia mai mancato all’appuntamento, se qualche guerra o calamità si siano messe in mezzo per interromperne lo svolazzo miracoloso. Quest’anno il Covid-19, un virus invisibile e indifferente alle ritualità culturali e religiose, ha costretto ad annunciare che la Festa non ci sarà.

Le ragioni sono evidenti: i rischi che comporta un assembramento, la folla incompatibile con la distanza sociale. E dunque domenica 31 maggio la Palombella non verrà ad onorare la secolare scadenza e a chiudere quel patto di amicizia e di fedeltà che la lega alla città che la attende riconoscendovi un segno di buona fortuna e di vitale prosperità.

Confesso di avere avuto un rapporto complicato con la festa. Spesso l’orologio inflessibile che dà al Vescovo il segnale per sventolare il fazzoletto bianco con cui dà il via alla Discesa - ha anticipato i miei tentativi automobilistici di essere presente, ma questo fa parte della cronaca irrilevante, quello che invece mi preme di sottolineare è il valore che la festa riveste nella dimensione comunitaria della nostra città, come d’altronde capita in tanti centri italiani carichi di storia e di tradizioni. La Palombella sul bordo che separa la primavera dall’estate rappresenta una scadenza che dà ordine e senso al tempo e alla fragilità della nostra esistenza che vi diviene. Cadenza la ciclicità della natura e riunisce un retaggio atavico e antropologico alla simbologia del Cristianesimo. In effetti, cosa associamo a questa giornata oltre alla celebrazione festiva? Illuminazione, speranza, fiducia, rinascita, rinnovamento..

Ebbene, i sentimenti, profondi che  ci attraversano in questi giorni non  rimandano a quelli trepidanti con cui vediamo venire giù quel pennuto che abbiamo caricato di simboli così impegnativi? E non siamo, ora e adesso, anche noi sospesi su quel filo, sospesi tra la luce e il buio, in mezzo tra un passato che non sarà più e un futuro che non sappiamo come sarà?

Tutto questo per dire che forse la Palombella esplicita ancor più il suo significato profondo. Non è che si carica di un altro, dovuto a un’occasione,  piuttosto  manifesta se stessa come non mai proprio in questo passaggio insicuro  che ci mette su una soglia incerta sulla quale siamo chiamati a ripensarci, a ripensare al mondo che abbiamo costruito, alla scala dei valori che ci siamo dati, alla pretesa di metterci sempre al centro forti della tecnica e di una presunzione all’onnipotenza, e a riflettere anche su noi stessi, perché il fuori e  il dentro si tengono, sono l’uno la faccia dell’altro.

Se è così, me lo domando e rivolgo la domanda alla Città, cancelliamo la festa perché le condizioni oggettive non  ne consentono lo svolgimento? Cediamo fino in fondo al ricatto malefico del virus? Archiviamo e aspettiamo il prossimo anno? Permettetemi di ricordare che con i riti bisogna avere prudenza, il loro significato sta anche nella continuità, nella ripetizione che è la cifra della loro fatalità rassicurante.

E allora, e finalmente arrivo alla proposta, perché non pensiamo ad una Palombella dell’Emergenza? A un gesto, una situazione che ne riassuma ancor più simbolicamente il valore.. simbolico? Senza per questo dover tirare su il baldacchino e scomodare la Palombella.

Faccio solo un esempio, un mortaretto o un rosario di mortaretti, ma forse meglio Uno, che viene sparato a mezzogiorno in punto e la cui detonazione si avverta in tutta la città. Senza convocare gli Orvietani, che ognuno stia dove gli pare, acceso - con tutte le cautele del caso - dal Vescovo e naturalmente alla presenza del Sindaco che tutti ci rappresenta. Oppure, l’accensione di un braciere in mezzo alla piazza che arda per la giornata.

A me convince l’idea di una Palombella in assenza, una Festa ridotta a un segno essenziale, un… botto, uno solo, nel silenzio della piazza, ma si possono fare tutte le proposte che si vuole. L’importante è dare un segno alla Città e al tempo stesso che la Città lo senta come un invito alla coesione e a uno scatto di orgoglio e di identità.

Una Palombella minimalista, ma pur sempre una Palombella, per sentirsi nello spirito che fu di Giovanna Monaldeschi, per ricominciare e per un istante che ha le radici nella storia sentirsi Orvietani. Non una piazza vuota davanti al portone sigillato del Duomo.

A qualcuno potrà sembrare una proposta estemporanea. E magari lo è.

La lascio alla discussione e alla riflessione.