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La scuola che verrà...

venerdì 15 maggio 2020
di Pasquale Di Paola
La scuola che verrà...

La didattica a distanza attuata in questi ultimi tre mesi di scuola in tutto il territorio nazionale a causa dell’emergenza Coronavirus, è un tema molto dibattuto in vista dell’avvio del prossimo anno scolastico. Personale della scuola, alunni e famiglie hanno ben compreso che la didattica a distanza più che una libera scelta di impostazione pedagogica è esclusivamente una didattica dell’emergenza.

Partiamo dalla premessa che in Italia funziona male, viste le carenze strutturali di connessione ,di mezzi telematici e di carenze formative di DAD dei proponenti. Tutti hanno ben compreso che insegnare e imparare a distanza è più difficile, meno efficiente e meno efficace che farlo in presenza.

Così come è ben vidente che il trasmettere sapere e insegnamento tramite connessione non può sostituire l’insegnamento in presenza e che la “diversa presenza”, quella ricreata attraverso il digitale, è, appunto, "diversa" e assolutamente penalizzante per gli alunni.

Tutti abbiamo ben compreso che la didattica a distanza era legata alla emergenza sanitaria,imprevista ,che ha notevolmente modificato le nostre abitudini di vita. Tutti abbiamo dato per sconato che la didattica a distanza non poteva che essere la risposta degli insegnanti alle criticità del momento, superato il quale, tale modalità didattica doveva essere abbandonata per ritornare alla scuola in presenza.

Dopo tre mesi di questa modalita’di insegnamento stiamo mettendo a fuoco che nasce e si evolve anche come questione e volontà politica. Da come si è sviluppato il discorso su questa modalità didattica, pare che essa non sia destinata a scomparire dai nostri orizzonti tanto presto, a prescindere dalla evoluzione dell’emergenza sanitaria , ma usata anche per perseguire una precisa visione di scuola.

Che tale prospettiva fosse presente fin da subito lo si è visto già nel giorno in cui il ministro ha annunciato l’avvio della didattica dell’emergenza affermando che abbiamo davanti un grande opportunità per innovare la scuola puntando sul digitale. La natura politica della didattica a distanza si sta mostrando in tutta la sua triste realta’ nel discorso sul rientro a scuola a settembre.

E così si scopre che il rientro non sara’per tutti,alunni e docenti, così agevole per le molte carenze infrastrutturali: le classi sono numerose, le aule sono piccole. Dovendo ridurre il numero di studenti per classe, si scopre che aule sufficienti a raccogliere la classe smembrata non ci sono e che anche gli insegnanti per gestire i piccoli gruppi non ci sono.

Tutti i nodi sono venuti al pettine grazie a questa emergenza sanitaria. Stanno emergendo tutti i danni prodotti dalle sciagurate politiche di contenimento finanziario attuato ai danni della scuola dai vari governi succedutisi negli ultimi decenni che hanno portato ad avere una dotazione docenti insufficiente e inadeguata e ha portto alla creazione del fenomeno delle cosiddette classi-pollaio che caratterizzano la scuola dei nostri giorni.

L’emergenza sanitaria ha scoperchiato il barile della scuola impoverita di tutto. Ecco, quindi, la didattica-spezzatino, la classe frantumata… espedienti didattici a costo zero.

La scuola non merita nuovi investimenti e si deve arrangiare con le risorse disponibili, segno che non viene riconosciuta l’esistenza di una ”emergenza educativa” come si è riconosciuto per l’emergenza sanitaria quando sono state investiste ingenti risorse finanziarie per farvi fronte, quando si sono costruiti in pochi giorni ospedali da campo, si sono riconvertite in strutture sanitarie aree non utilizzate, si sono fatti inserimenti straordinari di personale.

Per la scuola nulla di tutto questo, solo la geniale idea di far partecipare metà classe in presenza e l’altra metà a seguire in collegamento video da casa. Soprassediamo alle implicazioni didattiche di questo modo di insegnare, soprassediamo anche agli impatti sull’apprendimento e sullo stato emotivo degli studenti, mettiamo solo in evidenza la scelta politica di non investire sulla scuola non riconoscendone, evidentemente, l’importanza e neppure lo stato di emergenza educativa in cui ci troviamo dopo mezzo anno scolastico di didattica precaria.

O, forse, ci si è assuefatti allo stato perenne di emergenza e precarietà. Al di là del momento particolare e per il quale sarebbero necessarie più aule e più insegnanti per ragioni sanitarie, il miglioramento della qualità dell’apprendimento passa necessariamente attraverso il superamento delle classi-pollaio: solo con piccoli gruppi (massimo gruppi classe di 10 studenti) è possibile che il docente curi adeguatamente la relazione con ciascuno studente, si accerti costantemente dei progressi che sta compiendo, attivi micro interventi di recupero o di personalizzazione, utilizzi le potenzialità della didattica tra pari.

Nelle classi affollate di adesso l’insegnante non può prendersi cura di ogni singolo studente ed è possibile solo una didattica standardizzata lasciando l’apprendimento alle risorse che ogni studente riesce a mettere in campo per storia propria.

La scelta, tutta politica di non investire sulla scuola e trovare scorciatoie semplicistiche è evidente anche nelle ultime ipotesi che filtrano: limitare il “nozionismo” (così viene bollata la didattica disciplinare) a favore di nuovi contenuti come l’arte, la musica lo sport, la creatività – ovviamente – digitale, attività gestite fuori dalla scuola con l’intervento non di insegnanti ma di operatori del terzo settore.

Siamo all'"appaltamento" dell’insegnamento di di alcune discipline didattiche, esattamente come in sanità sono stati esternalizzati tanti servizi appaltandoli a cooperative di infermieri, tecnici e impiegati. Con questo approccio non si tratta di fare più “scuola” ma di farne di meno, sempre che si ritenga che la scuola debba istruire e non intrattenere le persone.

Ecco, quindi, che la didattica a distanza nata come risposta dovuta all’emergenza, stia aprendo le porte ad una trasformazione pericolosa dell’assetto scolastico del nostro Paese e dagli esiti imprevedibili,e lo sta facendo non già per la via maestra (e costituzionale) del dibattito parlamentare ma per via amministrativa, come è già avvenuto più volte nel recente passato.

La direzione politica che il cambiamento della scuola sta prendendo è quella avviata con la così detta “buona scuola”: impoverimento dei curricoli culturali, professionalizzazione precoce, digitalizzazione ossessiva, abbassamento dei livelli d’istruzione in uscita, trasformazione del ruolo dell’insegnante sempre meno intellettuale e sempre più intrattenitore. Il tutto all’insegna di una innovazione di facciata e apparente.

La didattica a distanza in qualche limitato caso, con studenti autonomi dal punto di vista della gestione del processo di apprendimento, per specifiche operazioni che caratterizzano l’apprendimento potrebbe essere fonte di arricchimento e tornare utile, ma con l’uso cui è stata sottoposta, e usata come grimaldello per altri scopi, risulta malvista e indigesta al personale della scuola, alunni e famiglie.