POESIA
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"Il sole forse". Poesie del carcere di Daniela Basti

martedì 19 novembre 2013
"Il sole forse". Poesie del carcere di Daniela Basti

È disponibile da qualche tempo, pubblicata per le edizioni LietoColle, la silloge poetica di Daniela Basti "Il sole forse", che affronta in versi un tema di forte impatto sociale quale quello delle condizioni, delle esperienze e dei sentimenti della popolazione carceraria. Un tema che l'autrice può e sa affrontare con grande concretezza e sensibilità grazie alla sua esperienza diretta. 

Daniela Basti, infatti, laureata in Lettere Moderne e in Psicologia, ha insegnato per più di un decennio presso la Casa di Reclusione romana di Rebibbia, dove ha realizzato diverse proposte educative e culturali (tra cui quella che si è concretizzata nella pubblicazione del libro Ricette d'evasione), e continua a rapportarsi tuttora all'ambiente carcerario operando nel Centro Clinico di Regina Coeli e presso Rebibbia con progetti a carattere psicologico e con una costante attività di volontariato.

Come mette in evidenza Giovanna Stefancich nell'introduzione al testo, quando Daniela Basti ci dice di aver fatto il suo ingresso a Rebibbia "i chiavistelli l'hanno rinchiusa fuori dal mondo che conosce e in cui si ritrova ma anche dentro una realtà nuova che occorrerà affrontare e raccontare. Subito vede "il grigio corridoio, la statua della Madonnina", "tutto è sgretolato dal tempo", sul termosifone "è appoggiata una scopa di saggina" e i gradini sono consumati da "milioni di passi". Daniela è entrata nel carcere - Rebibbia e poi anche Regina Coeli - e ora lascerà che il carcere pian piano entri in lei, "il carcere mi ha preso" -dice- attraverso le contraddittorie sensazioni che il luogo le impone e che daranno adito al primo gruppo di versi di questo libro.
Ma questo luogo dove il dolore si espande implacabile sui muri scrostati e sulle finestre "con le triple sbarre", riserva incontri che Daniela Basti non dimenticherà e farà materia di poesia in una serie di ritratti affettuosi e pietosi che occupano la seconda delle tre parti ideali di cui Il sole forse è composto: il detenuto che finalmente sorride ma è poi destinato al manicomio giudiziario, quello impaurito dalla vita, quello dal "viso fiero" e accanto a loro l'agente di custodia, anche lui "chino sotto l'acquazzone".
Le ultime poesie della raccolta sono ancora espresse in prima persona ma questa volta l'autrice presta la sua voce, identificandosi con i reclusi che di voce ne hanno avuta e ne hanno poca, ma lei ne capta l'urgenza di dire e interpreta i loro ricordi, i loro malesseri, i loro poveri progetti.
Ad accompagnare queste tristi vicende umane è la presenza costante dell'acqua, del vicino Tevere dorato, "indifferente, silente, inesorabile" nel suo lento scorrere.
Nonostante il libro tratti una situazione carceraria drammatica su cui costringe a riflettere, il titolo è un invito alla speranza; chissà, forse il disperato di Me ne andrò non lo darà più quel "colpo allo sgabello", chissà, forse, l'altro di In una pozza di sereno, uscendo dal portone con le sue cose "nel sacco della spazzatura", troverà pur qualcuno ad aspettarlo. Forse".

Quanto allo stile di Daniela Basti, ancora la Stefancich nota l'uso irregolare della rima, spesso baciata, e ci parla di "linguaggio poetico piano e chiaro, che va dritto allo scopo, narra, commenta, partecipa e denuncia con semplici parole", senza tuttavia disdegnare qualche accorgimento lessicale e stilistico.

La pubblicazione di Daniela Basti, che raccomandiamo sia per la bellezza dei versi che per l'impegno etico e sociale dell'autrice, rientra in una specificità editoriale che LietoColle mantiene sin dalla sua fondazione, per aver riservato da sempre un'attenzione particolare a questo tipo di temi. "Il libro di Daniela Basti - afferma l'editore Michelangelo Camelliti - consente di porre una parola di verità su un tema drammatico, in un momento nel quale le condizioni della popolazione carceraria nel nostro Paese sono oggetto di ogni possibile censura. Pubblicare oggi i testi di Daniela, densi di passione e di pietas per una causa vissuta in prima persona, sulla propria pelle - non per caso poesie non "dal" carcere, ma "del" carcere - è il modo con cui LietoColle prosegue la propria testimonianza civile accanto a persone che, come recita la Costituzione Italiana, dovrebbero essere "non considerate colpevoli sino alla condanna definitiva", mai scordando che "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". L'autrice offre una testimonianza di civismo e di bene, che merita ogni stima e considerazione. Non dimentichiamo l'urlo silenzioso che viene da dietro le sbarre".

Il libro si può acquistare nelle librerie fiduciarie della LietoColle e tramite le maggiori librerie online