opinioni

Salsedini

martedì 14 gennaio 2020
di Fausto Cerulli
Salsedini

La quercia che muore di tempo lascia che vivano i nidi
e noi non siamo ancora tutti scolpiti nella roccia aspra
dei profili, anche se sono pronte le nostre lapidi. Dove
qualche vento ha voluto scrivere - per dirmi buono
in vita - che mi sono inginocchiato solitario in una valle
implacata, ma tace, quel vento perfido sempre come
i venti salmastri, non dice che non avevo scampo
e che le mie ginocchia si sono piegate come in antico
istinto boschivo quando ho visto quella troppa luce
che usciva da me come anima. E fu obbligo dunque
che io fossi prono sulla nuda pietra e la mia pelle
sdrucita e urlava nel senza parole pregando che
morte mi allontanasse da quelle colline azzurre
di ricordi e frastagliare quasi nuvole ad avvilire
di insolita nebbia lo splendore cieco di amori
dispersi. E nei miei versi ero dunque io, io,
io, la morta quercia vagante in cerca dei nidi.
Ed era amore, come in una residua vita,forse
di anima e nido, ad obbligarmi a vivere cieco
come il regale Edipo dopo l’incesto innoquo.