cultura

Quando Rijeka era Fiume, Dubrovnik era Ragusa. La storia tormentata lungo il confine orientale

domenica 1 marzo 2020
di Stefano Mariotti
Quando Rijeka era Fiume, Dubrovnik era Ragusa. La storia tormentata lungo il confine orientale

Itineranti nell'intero territorio regionale, personalità quali Toni Concina, Franco Papetti. Umberto Senin e Giovanni Stelli si accendono per comunicare la loro storia nel mese di febbraio. La storia di chi, nostro connazionale fu costretto ad abbandonare la propria terra per sopravvenuti gravi pregiudizi alle aspettative di una vita serena.

Sono essi stessi rappresentanti delle etnie giuliane dalmata, la cui attività di divulgazione sempre vigile durante l'intero anno raggiunge tuttavia l'apice in occasione del 10 febbraio. Tale giorno infatti è per legge dal 2004 solennità nazionale per ricordare le tragedie patite dalle popolazioni italiane stanziate lungo le frontiere orientali. La data ricalca quello che fu il dì del 1947, allorquando con i Trattati di Parigi l'Italia da Paese considerato sconfitto nella Seconda Guerra Mondiale cedette vaste aree della Venezia Giulia e Dalmazia alla emergente Jugoslavia.

Ciò che è accaduto in quelle regioni è di una complessità tale che solo accurate trattazioni possono farsene carico, come ad esempio il libro di Dino Messina dal titolo “Italiani due volte” presentato anche in Umbria. E dunque perché Regioni come l'Istria...la Dalmazia...hanno conosciuto un fenomeno di abbandono quasi totale da parte dei suoi abitanti qualificati giuridicamente “esuli”?

E' stato un vaso di pandora pieno di odi, rancori, vendette e sete di potere traboccato le cui manifestazioni si sono protratte sino alle Guerre in Ex Jugoslavia degli anni 90. Circostanze uniche verificatesi nella Venezia Giulia hanno permesso che l'uomo abbia perso la sua umanità per abbracciare l'unica legge, quella del più forte in grado di disporre degli altri sino nei casi più gravi a deliberarne la morte.

Le popolazioni di confine in ogni angolo del Pianeta insegnano che la convivenza fra etnie si può svolgere con un'efficiente integrazione, tuttavia possono bastare poche scintille come nazionalismi esasperati e ideologie politiche per compromettere questa pace consolidata. E' quanto accaduto nella tormentata area Balcanica e regioni attigue. Senza pretendere di ripercorrere l'intera articolata storia di queste aree è possibile fissare alcuni punti. E' l'8 settembre 1943 quando diviene pubblico l'Armistizio italiano.

I Balcani e la costa adiacente sono una polveriera pronta ad esplodere. Sono un contenitore di una pluralità di etnie, e le genti si vedono soggette all'influenza di numerose correnti politiche nonché nazionaliste. Si verifica la perdita del controllo stabile da parte delle amministrazioni legittime ed il governo del territorio diviene preda del dominatore di turno. Acquisisce la supremazia chi ha più forza in un dato momento, che si tratti di un esercito o un qualsiasi gruppo armato.

Si deve evidenziare che l'Italia con la disgregazione dell'Impero Asburgico dopo la Grande Guerra ha esteso la propria amministrazione in molte zone della Penisola balcanica e successivamente con l'avvento di Mussolini questa si è fascistizzata. Si deve altresì precisare che qui il fascismo non è un fascismo diverso da quello che si sviluppa nel resto d'Italia; solo che in aggiunta qui l'Ordinamento si deve misurare con la presenza di altre razze. Il Fascismo di fatto è una dittatura e porta con sé il germe del nazionalismo.

Analogamente a quanto accade quindi nel resto del Paese, diversi detentori del potere si abbandonano a violenze per imporre la propria autorità. Violenze spesso anche molto atroci, inumane vengono esercitate sulle nazionalità slave trattate in subordine. Come ogni fenomeno politico, alcuni aderiscono alla dittatura per convinzione, ma ve ne sono altri che lo fanno per paura, altri per convenienza, altri ancora manifestano pubblicamente la qualità di oppositori patendone le conseguenze. Questo per rimarcare che ci si trova dinanzi ad un panorama che non può avere una chiave di lettura univoca, tuttavia di fatto la collettività italiana dagli anni 20 del '900 in poi si è uniformata al fascismo. Questo è quindi lo sfondo politico che vige nei territori a egida italiana.

Saranno questi ultimi dopo l'Armistizio a subire l'aggressione dell'Ex Alleato tedesco autore di feroci attacchi nei Balcani (La città di Zara subirà pesanti bombardamenti prima tedeschi e poi Angloamericani, è considerata la Dresda italiana). Ciò accade mentre il Duce destituito e incriminato dal Re d'Italia viene appoggiato dai Nazisti per costituire un nuovo governo fantoccio nell'Italia settentrionale, ovvero la celebre la Repubblica di Salò. La presa di posizione dei cittadini italiani è quantomai frammentata fra chi resterà fedele a Mussolini fino alla fine e chi invece imbraccerà le armi in qualità di partigiano anti nazifascista. Si verifica un totale caos nel quale molti slavi chiedono vendetta per la repressione sofferta durante il fascismo.

Ed è proprio all'interno di questo disordine che fra serbi, croati, sloveni, italiani, partigiani, collaborazionisti dei nazisti (come ad esempio i Domobranci sloveni, i Cetnici serbi e gli Ustascia croati) si fa largo una personalità chiamata Josip Broz Tito. Costui forte dell'appoggio di Stalin con i suoi partigiani intende creare un vasto Paese Comunista eliminando chiunque si opponga a tale disegno. In questo progetto per lui è prioritario cancellare l'amministrazione italiana dove presente sostituendola con nuovi soggetti di etnia slava.

Inizia la caccia all'italiano sotto l'ingiustificata equazione italiano-fascista ritenuto responsabile della guerra e della sottomissione slava. Inizia la snazionalizzazione italiana in molte aree dell'Ex Jugoslavia, il prezzo da pagare per non soggiacere alle atrocità è obbedienza cieca e collaborazionismo incondizionato per contribuire alla causa imposta dal Maresciallo Tito. Anche gli italiani possono entrare a far parte del nuovo ordine comunista propagandato dai titini, ma al prezzo di perdere la propria cultura e di integrarsi in quella che sarà un'ennesima dittatura.

Tito infatti riuscirà progressivamente ad ottenere il controllo dell'intera Ex Jugoslavia prevalendo su tutti gli attori antagonisti nello scacchiere balcanico, in primis scacciando i Tedeschi nello sforzo di una frenetica corsa per l'occupazione di Gorizia e Trieste. Siederà quindi al tavolo dei vincitori della Seconda Guerra Mondiale avanzando numerose rivendicazioni territoriali. Anche per questo passerà in sordina la responsabilità per genocidi e massacri da lui comandati. Molte delle efferatezze attribuibili agli uomini di Tito sono realizzate sfruttando le foibe. Si tratta di cavità carsiche ovvero inghiottitoi naturali derivati dalla dissoluzione della roccia calcarea di cui è disseminata la Penisola balcanica.

Si ripete un macabro iter in base al quale molti vengono fatti prigionieri di notte per non destare clamore. Fra le vittime ci sono italiani, fascisti ed anche italiani innocenti che nulla hanno avuto a che fare con tale politica. Taluni sono infoibati solo per il fatto d'essere di nazionalità italiana. Si annoverano anche nemici militari, slavi oppositori o semplicemente persone divenute oggetto di ritorsioni personali da parte dei tentori del potere militare per ragioni attinenti alla vita privata. Come ogni dittatura emergente, domina il culto del sospetto e chiunque, anche per comportamenti insignificanti può essere considerato nemico del nuovo ordine e quindi “nemico del popolo” per usare la formula titina.

La prassi, dopo il sequestro notturno nelle abitazioni è quella di legare con il fil di ferro, sovente anche spinato, i prigionieri collegandoli l'un l'altro. I polsi di ognuno vengono immobilizzati e con la torsione del filo spesso vengono spezzati. Condotti davanti al precipizio, spogliati di ogni dignità, spesso percossi e seviziati ancor prima di giungere al margine della foiba. A seguire uno o più spari uccidono uno dei prigionieri che morendo precipita nella foiba trascinando gli altri vivi con sé anche per centinaia di metri. Di questi ultimi chi sopravvive durante la caduta agli urti sulle pareti rocciose, morirà di fame e di sete urlando per giorni, vedendo altre vittime cadere sino ad esalare l'ultimo respiro. Nelle foibe sono finiti anche bambini, donne in gravidanza e ragazze minorenni.

Davanti a ciò non è possibile addurre “giustificazionismi” se non scorgerne solo la ferocia insensata. Accanto al fenomeno delle foibe un'infinità di altre crudeltà si consumano nei campi di prigionia. Innanzi a questi accadimenti un'Italia piegata dalla sconfitta in Guerra e con una società interamente da riedificare, con scarsa forza diplomatica chiede timidamente spiegazioni su ciò che avviene nel suo lontano oriente (come timide si rivelano le indagini degli stessi Alleati sulle atrocità che vi si perpetrano).

Tutto ciò mentre dal governo di Tito promanano normative sempre più severe come la confisca dei beni degli Italiani, la chiusura delle scuole italiane e il cambio dei nomi delle città. Gran parte del comunismo italiano a guida Palmiro Togliatti nel Dopoguerra vede inizialmente con ammirazione le gesta di Tito, convinta che le sue conquiste siano il necessario grimaldello per esportare il Comunismo in tutto l'Occidente. Un Comunismo che nella sua massima aspirazione ambisce a costituire una fratellanza che superi i confini delle singole Nazioni.

Ecco un'altra ragione per l'indifferenza verso la sofferenza di questa gente, in sostanza la si accetta come prezzo per l'affermazione di una nuova e migliore società globale. Questa gente invece non ha cercato semplicemente di scappare dal Comunismo, ma ha scelto una fuga per la libertà da una dittatura e in molti casi non ha ricevuto accoglienza alcuna, nemmeno in quella amata Patria Italiana ridimensionata dai Trattati di Parigi 1947.

Che poi molte città cedute della Venezia Giulia, della Dalmazia, dell'Istria siano state a maggioranza non slava (nonostante il boicottaggio jugoslavo teso a dimostrare il contrario agli Alleati per la determinazione dei confini) lo dimostra la matematica stessa dell'esodo che vede lo svuotamento pressoché totale delle stesse. Infine, il sogno della civiltà globale unita si infrangerà dapprima con la rottura dei rapporti fra Tito e Stalin e poi con il crollo del muro di Berlino. Gli esuli abbandonando le proprie case e la propria vita hanno fatto una dolorosa scelta per la libertà.

Toni Concina, Franco Papetti. Umberto Senin e Giovanni Stelli sono i rappresentanti di una popolazione su cui Indro Montanelli nel 1954 sul Corriere della Sera scrisse «Bella gente, la più bella d’Italia, la più educata, la più dignitosa. Ridotti a vivere in dieci o dodici in una stanza, riescono a farlo in un ordine e pulizia esemplari, cercando lavoro e senza mai lamentarsi».

Ogni 10 febbraio sono pronti a raccontarci dunque la loro storia, che non deve essere contaminata da superficiali slogan di cui è sempre ghiotta una certa politica. Una storia che ha bisogno di un'attenzione anche spirituale, come quella che Padre Massimo Vedova frate francescano del Convento di San Francesco al Prato in Perugia rivolge ogni anno. Infatti, nel periodo natalizio è solito far sostare la comitiva che conduce in pellegrinaggio a Medjugorie per la celebrazione di una Messa all'aperto sulla Foiba di Basovizza.

L'augurio ultimo è quello che nella coesione dei popoli all'interno dell'Europa Unita queste antiche ferite possano trovare la giusta considerazione e ristoro.

https://www.youtube.com/watch?v=_KX-y5YMGlo