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Proiezione del film "La bolla delle acque matte" e incontro con la regista Anna Di Francisca

martedì 14 luglio 2026

Nell'ambito dell'ottava edizione di "ONE - Orvieto Notti d'Estate", la rassegna promossa dall'Associazione Culturale "Cantiere Orvieto" con il patrocinio e il sostegno del Comune e del Gal Trasimeno-Orvietano, mercoledì 15 luglio, alle 21.30, il Giardino dei Lettori della Nuova Biblioteca Pubblica "Luigi Fumi" farà da cornice alla proiezione del film, girato a Castelluccio di Norcia, dopo il terremoto, "La bolla delle acque matte" con Sidy Diop, Kelum Giordano, Fausto Russo Alesi, Lucia Vasini. Ospiti la regista Anna Di Francisca, il compositore Paolo Perna, autore della colonna sonora, e la direttora della fotografia Sara Purgatorio. A presentare la serata, la produttrice Sonia Broccatelli.



Di seguito l'illuminante recensione di Claudio Beghelli (23 maggio 2026):

Ho visto "La bolla delle acque matte" venerdì scorso, alla elegante e cortesissima presenza della regista, Anna Di Francisca, e del protagonista (ma dovrei dire di uno dei protagonisti, perché si tratta di una storia coraggiosamente corale), Fausto Russo Alesi (interprete generoso e meticoloso quanto pochi nel teatro e nel cinema nostrani). Avrei desiderato fare una seconda esperienza del film, prima di scriverne – ma mi accorgo, con disappunto, che, proprio oggi, lo hanno smontato, a Bologna. 

Peccato, perché è la storia perfetta per provare a ritrovare un po' di equilibrio e fiducia nella gente, in questo tempo disgraziato, arido e ostile che ci tocca abitare.Non importa: sono abituato ad onorare le promesse (quando la vita me ne concede il lusso), e ne scriverò ugualmente, con quel che mi ricordo – perché, credetemi, non è un film che si faccia dimenticare. 

Castelluccio di Norcia, paese che sta nel cuore del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, rischiava di morire, già prima del terremoto del 2016-’17, a causa dello spopolamento; e ora, quasi dieci anni dopo il sisma, è lì, desolato, fatiscente e affascinante, che cerca di continuare a vivere, anche se sono in pochi, ormai, a credere davvero che possa riprendersi. Pochi è un eufemismo: Lorenzo (Fausto Russo Alesi, appunto), il sindaco (uomo che nella vita ha già visto le sue: nel corso della storia, sapremo che è reduce da un'infelice migrazione in Svizzera), è il solo che ancora non si rassegna e non si arrende.

Per questo, Elsa (una brillante e sanguigna Lucia Vasini), cuoca eccezionale, ancorché dolorosamente disillusa e un po' troppo legata alle tradizioni culinarie dei suoi avi, lo guarda con aria di affettuoso rimprovero, pensando, in cuor suo, che l'amico sia un ingenuo idealista testone (una “pietra dolce”), fissato com’è in quella sua idea di ricostruire il loro ristorante, malgrado tutto.

Con ‘tutto’, intendiamo la rigida e ottusa burocrazia del Parco nazionale, la diffidenza, il razzismo e il fatalismo della poca gente rimasta (che non si vede, ma se ne percepisce nitida la presenza silenziosa) e, infine, la malvagità senza volto (e perciò più acuta ed insidiosa) di alcuni, non meglio identificati, agenti, i quali stringono d’assedio – con le loro auto nere, incombenti e aggressive, e con i loro droni – le macerie e i tristi prefabbricati di Castelluccio, attendendo famelici che si svuoti del tutto, per poter poi intessere, indisturbati, i loro traffici, sfruttando senza remore quella buona terra. Ecco, il soggetto del film sta in queste poche righe (anche se, naturalmente, non abbiamo detto tutto: anzi!). Può sembrare esile; ma è una falsa impressione.

Muovendo da questa situazione di partenza, infatti, Anna Di Francisca (autrice pure della sceneggiatura, insieme a Laura Fischetto) costruisce una narrazione plurale (in felice equilibrio tra verismo, elegia e apologo dalle tinte visionarie – tre sibille contemporanee, giovani e un po' gotiche, benevole e inquiete, si aggirano, cantando il nostro fosco presente con voci di soprano e di contralto, tra le macerie e nelle fantasie di Lorenzo, risolute ad aiutarlo  nel suo sogno), ricca di umanità autentica, che affronta, con franchezza totalmente priva di moralismo, alcuni dei problemi più urgenti del nostro tempo (quali, per esempio, in ordine sparso ma non casuale: la difficile, ma necessaria, convivenza tra culture e sensibilità diverse; l'urgenza di riuscire a pensare laicamente gli altri – poiché noi siamo le nostre relazioni – senza, per questo, rinunciare alle proprie radici – che, però, non devono affondare nel buio delle origini e dell'ossessione identitaria, bensì, piuttosto, allargarsi come mani a cercare altre mani, come auspicava Edouard Glissandt –; la dipendenza tirannica della nostra vita dall’economia, piena di opportunità ma spersonalizzante, del digitale; l'eclissi di quelle che Pasolini chiamava ‘realtà particolari’, fagocitate da una postmodernità bruta, senza cultura e senza storia, il cui fine unico sembra essere di replicar sé stessa, senza nemmeno aver coscienza della ripetizione – e l'elenco potrebbe proseguire a lungo).

In epoca di esasperata solitudine algoritmica, il film ci ricorda, quanto sia erronea e tragicamente fuorviante l'idea – propalata da certo mefitico darwinismo sociale – che siano i più forti – i superuomini di un Nietzsche frainteso – a dover averla sempre vinta, e come, invece, la salvezza, per tutti, si possa trovare soltanto nell’essere comunità, nel costruire legami e luoghi, nella cooperazione paritaria (ovvero, in quel ‘mutuo appoggio’ in cui Kropotkin – anarchico e biologo geniale – ravvisò un fattore determinante dell'evoluzione".

Lo sparuto gruppo di persone di diversa nazionalità e provenienza che, nel racconto, divide, con difficoltà ma con rispetto, la mensa e le giornate frugali, saprà salvarsi? Com’è giusto, la pellicola (la cui materica ed evocativa luce si deve alla sapiente fotografia di Sara Purgatorio) non lo dice. Certo è che, fin quando qualcuno ne racconterà la storia, loro – le carsiche “acque matte” del titolo – resteranno vive ed avranno un posto nel mondo – e noi spettatori, che ci siamo scoperti così affini, le ricorderemo con grazia.

Una postilla (che è tale solo perché – me ne scuso – non sono riuscito a inserirla nel periodare precedente) la merita senz'altro l’esordiente Jaele Fo, che spicca, con la sua recitazione fresca e minimalista, in un gruppo di attori assai ben condotti e capaci di armonizzarsi tra loro.

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