Con "Questa non è casa mia" Giulia Trippetta porta a OrizzontiFestival le incertezze della sua generazione

Ha debuttato a dicembre al Teatro Basilica di Roma. E mercoledì 31 luglio alle 23 approderà nel Chiostro San Francesco di Chiusi per "OrizzontiFestival". Ad ogni replica di "Questa non è casa mia", una pioggia di applausi ringrazia e congeda, nell'attesa di nuova esibizione, l'attrice Giulia Trippetta, che del testo dello spettacolo è anche autrice. Nata 34 anni fa a Monteleone d'Orvieto, lei fa parte a pieno titolo della Generazione Y, quella dei cosiddetti "Millennial", che si sentono – più o meno consapevolmente – ancora bambini, seppure dentro corpi da adulti, come intrappolati in un'eterna adolescenza con inevitabile smarrimento e la necessaria, salvifica dose d'ironia.
Sì, perché quella che all’inizio potrebbe apparire agli spettatori come una bambina, è in realtà una giovane donna che dovrebbe già essersi affacciata con sicurezza al mondo degli adulti e avere tutti gli strumenti per affrontare paure e difficoltà. In un gioco infantile di eterna procrastinazione, però, si trova a viaggiare in un limbo di incertezze, nell'incapacità di assumersi qualunque responsabilità, in un disagio esistenziale alla disperata ricerca del suo posto nel mondo, di se stessa, della sua casa. "Qual è la mia casa?", non a caso, è la domanda, solo apparentemente semplice, che più rimbomba dall'inizio alla fine del monologo simile a un viaggio di formazione al limite dell'assurdo.

Divertente e oscuro, tra sogno e realtà, in cui il confine tra ciò che è vero e ciò che è frutto dell'immaginazione si confonde per via di quel lato ironico, sottile e a volte impenetrabile. Come in un moderno "Alice nel Paese delle Meraviglie", il percorso si popola di personaggi reali e buffe caricature che metteranno la protagonista di fronte alle sue più profonde insicurezze e i desideri più reconditi. Al suo fianco, come un mentore, "la Luigia", proiezione del "Fallimento", ovvero quella sensazione che accompagna la protagonista da quando, a 10 anni, grazie ad un fortuito evento, ha scoperto di essere una di quelle persone che non farà mai niente di buono nella vita.
Lo stesso viaggio non le darà tutte le risposte che cerca, ma le farà capire l’importanza del saper attraversare con coraggio il dolore che la vita pone davanti e dal quale per anni aveva cercato di fuggire. Chissà, allora, che non si nasconda proprio lì la risposta alla sua domanda. Anzi, alle tante domande ora sussurrate, ora urlate dalla vocina interiore in mezzo al caos frenetico e competitivo di un mondo che vuole tutte e tutti brillanti e performanti. Quesiti e questioni che hanno a che fare con un disagio più vasto – universale! – che non coinvolge soltanto chi fa parte di quella generazione, ma che sempre di più abbraccia persone di tutte le età.
"Quali sono al giorno d’oggi i parametri con cui un individuo si definisce adulto, se la maggior parte delle persone a 30 anni non ha ancora la possibilità di avere un lavoro fisso e di conseguenza una famiglia e una casa? Abbiamo davvero gli strumenti per affrontare queste difficoltà oppure la verità e che siamo solo degli eterni adolescenti piagnucoloni terrorizzati dall’assumersi delle responsabilità? Da piccoli come immaginavamo saremmo diventati a 30 o a 40 anni? Abbiamo realizzato tutto quello che pensavamo di realizzare? Siamo dove saremmo voluti essere?". Sulla scena, senza scenografia, delimitata da un tappeto nero quadrato. In un spazio nudo, ma vivo.
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