economia

Gli investimenti delle imprese umbre rendono il 3,90%. Toscana e Marche poco sopra

sabato 7 novembre 2026

Tre euro e novanta centesimi. È il risultato operativo che nel 2024 le società di capitali umbre hanno ottenuto, in media, ogni 100 euro impiegati nella loro attività. In Toscana sono 4 euro e un centesimo, nelle Marche 4 euro e dodici, in Italia 4 euro e trentacinque. La distanza dalle regioni vicine è di pochi centesimi ogni 100 euro. Ma entrando nei settori la graduatoria cambia. 

Dopo l’analisi sulla produttività del lavoro, l’esame dei bilanci si concentra dunque sul capitale: quanto rende nelle imprese umbre, e quanto nelle regioni con cui più direttamente si confrontano? Il campione comprende 15.511 bilanci del 2024, presentati nel 2025. Le società di capitali costituiscono poco meno del 30% delle imprese regionali, ma producono fra il 70% e il 75% del fatturato: sono una minoranza per numero, non per peso economico.

A misurare il rendimento è il Roi, l’indicatore che rapporta il risultato dell’attività aziendale al capitale utilizzato per ottenerlo. Il 3,90% umbro è sotto il 4,35% italiano di 0,45 punti percentuali, il 4,12%marchigiano di 0,22 e il 4,01% toscano di appena 0,11. Non è l’utile netto che rimane dopo interessi e imposte; è la resa della gestione operativa. E rispetto al 2019, quando l’Umbria era al 2,53% (Italia 2,87%, Marche 3,06%, Toscana 2,67%), è cresciuto di 1,37 punti. Migliora il rendimento, senza annullare il divario.

La notizia migliore arriva dalle fabbriche. Nell’industria manifatturiera il Roi umbro raggiunge il 5,28%: supera le Marche, ferme al 5,09%, e la Toscana, al 4,84%. Resta sotto il 5,57% nazionale, ma è un risultato che rovescia la graduatoria complessiva. Nelle imprese manifatturiere il capitale investito in Umbria rende più che nelle due regioni vicine. Nelle costruzioni il rendimento è del 5,31%, contro il 6,21% italiano, il 5,72% marchigiano e il 6,36% toscano. Nel commercio si scende al 4,98%: Italia 5,74%, Marche 5,26%, Toscana 5,42%. Qui la differenza è più visibile che nel dato medio regionale.

Il settore che richiede maggiore attenzione è l’alloggio e ristorazione, ossia il turismo in senso stretto. Il Roi è del 3,63% in Umbria, a fronte del 5,01% italiano, del 4,18% marchigiano e del 4,62% toscano. La distanza dalla media nazionale è di 1,38 punti, la più ampia fra i sei settori. Rispetto al 2,16% del 2019 c’è stato un progresso, ma non abbastanza per avvicinarsi agli altri territori. Nel comparto, inoltre, il costo del personale assorbe il 77,4% del valore aggiunto in Umbria, contro il 66,9% in Italia.

L’agricoltura restituisce un quadro diverso: 0,33% in Umbria, contro lo 0,96% italiano e lo 0,86% marchigiano, ma sopra il valore negativo della Toscana (−0,26%). Negli altri servizi — trasporti, attività professionali e altri comparti, esclusi commercio e alloggio e ristorazione — il rendimento arriva al 3,59%: vicino al 3,70% italiano e superiore sia al 3,27% delle Marche sia al 3,45% della Toscana. Anche qui, il dato medio regionale nasconde punti di forza. Il divario attraversa anche le due province, ma con intensità diversa: a Perugia il Roi è del 3,97%, a Terni del 3,77%. Entrambe sotto Italia e Marche; Perugia è praticamente sul livello toscano.

È a questo punto che i bilanci aggiungono il risultato più inatteso. Se si misura quanto valore aggiunto viene prodotto rispetto al valore contabile di impianti, macchinari, fabbricati, software e altri beni impiegati, l’Umbria guida il confronto: 69,2 euro ogni 100 euro di beni produttivi, contro 61 nelle Marche, 50,2 in Italia e 46,7 in Toscana. Nel 2019 erano 59,7. Le società umbre producono dunque molta ricchezza rispetto al capitale fisso iscritto nei loro conti. Non significa, però, che ottengano utili o rendimenti più elevati.

Per capire la differenza basta pensare a un macchinario acquistato molti anni fa. Continua a lavorare, magari a pieno ritmo, ma in bilancio vale ormai poco perché è stato ammortizzato. Il valore prodotto rispetto a quel bene può apparire altissimo. Il Roi, invece, considera sia il risultato operativo sia un capitale più ampio, nel quale possono pesare anche scorte di magazzino e crediti verso clienti e così via.

Torna alla mente l’immagine di un’economia imprenditoriale muscolare, capace di far crescere attività e valore prodotto, ma meno efficace nel trattenere margini. È il tema affrontato nel rapporto «L’economia umbra e i bilanci delle imprese», presentato il 6 marzo dalla Camera di Commercio dell’Umbria con l’Università degli Studi di Perugia, in un lavoro guidato dal team composto dal professor Andrea Cardoni, da Giuseppe Castellini e da Andrea Massarelli, L’Ebitda margin, la quota di produzione che resta dopo i costi ordinari e prima degli ammortamenti, era all’8% in Umbria, contro il 9,4% delle Marche e il 9,6% della Toscana.

I due studi usano campioni e indicatori diversi: l’Ebitda margin non è il Roi e non si possono sovrapporre i risultati. Insieme, però, sollevano una questione concreta. La capacità di produrre valore è importante; altrettanto lo è trasformarla in risultati economici che sostengano nuovi investimenti, occupazione e crescita. Nel rapporto di marzo il commercio assorbiva il 37,5% del valore della produzione umbra, contro il 30,1% marchigiano e il 24,2% toscano: anche il diverso peso dei settori conta.

Un altro dato merita di entrare nella discussione. Le immobilizzazioni immateriali — come software, brevetti e licenze — rappresentano l’11,5% dei beni produttivi considerati nei bilanci umbri, contro il 23,2% in Italia, il 25,1% nelle Marche e il 30,5% in Toscana. Non è una misura di tutta l’innovazione delle imprese, ma indica una differenza significativa nella composizione dei beni contabilizzati. La precedente analisi camerale sulle immobilizzazioni, diffusa il 19 settembre, aveva già richiamato l’attenzione sul rapporto fra investimenti materiali e immateriali.

Le cifre non autorizzano diagnosi affrettate. Dicono, piuttosto, dove aprire il confronto: capire i distacchi di turismo, costruzioni e commercio, osservare come si finanziano e si organizzano le imprese. La domanda non è se l’Umbria sappia produrre. È come far rendere meglio, settore per settore, le risorse che già impiega.

"Il primo dato da sottolineare - dichiara Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria - è che le imprese umbre ottengono dagli investimenti rendimenti vicini a quelli della Toscana e delle Marche. Le distanze sono contenute e questo ci dice che abbiamo una base solida sulla quale lavorare. Ma il risultato più interessante emerge guardando ai singoli settori: nella manifattura l’Umbria supera entrambe le regioni vicine, mentre nell’alloggio e ristorazione, cioè nel turismo in senso stretto, i rendimenti sono più bassi. Sono differenze importanti, perché ci ricordano che le imprese non hanno tutte gli stessi problemi e non possono ricevere tutte le stesse risposte.

Nell’industria bisogna consolidare la capacità di innovare e competere sui mercati; nel turismo occorre lavorare sulla qualità dell’offerta, sulla durata della stagione e sulla capacità delle aziende di ottenere risultati economici migliori. Investire di più è importante, ma conta soprattutto investire bene. E non basta aumentare il fatturato: bisogna fare in modo che una parte adeguata della ricchezza prodotta resti nelle imprese, consentendo loro di rafforzarsi. La Camera di Commercio vuole contribuire con dati, analisi e strumenti concreti, perché le decisioni migliori nascono dalla conoscenza dei problemi reali. Migliorare la redditività significa dare alle aziende la possibilità di programmare nuovi investimenti, creare occupazione qualificata e offrire prospettive più solide ai giovani. È questa la crescita di cui l’Umbria ha bisogno".

Camera di Commercio dell'Umbria

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