economia

"Settembre, quando l'uva è fatta e il fico pende"

giovedì 10 settembre 2026

"Settembre, quando l’uva è fatta e il fico pende". Questo proverbio popolare, in questi giorni, si ascolta in tutti i luoghi frequentati dai “diversamente giovani” e non solo. La conversazione si incentra sull’uva, solitamente su “Sarà tardi, sarà presto per raccoglierla? Quanto sarà il grado zuccherino? Che tipo di malattia può aver colpito il vigneto?”. 

Forse la peronospora, l’oidio e via elencando. Tutto questo ci ricorda il piccolo viticoltore che accudisce il suo vigneto per vinificare una quantità di vino necessario a soddisfare le esigenze della sua famiglia e a regalare qualche bottiglia ad un parente o a un amico, anche per dimostrare le sue alte capacità di enologo.

Ma il discorso si fa più serio quando ci si trova a valutare questo strategico settore che impatta in modo notevole sul reddito di migliaia di imprese e del Pil, prodotto interno lordo, del nostro Paese. Intanto possiamo certamente essere fieri di aver superato la Francia e la Spagna come produzione, essendo così il primo produttore mondiale di vino. 

I nostri esperti del settore hanno stimato intorno ai 40 milioni di ettolitri per l’annata in corso. È certamente un risultato importante. Purtuttavia, questo dato ci consegna delle responsabilità che, se non gestite con capacità e responsabilità politica, potremmo andare in grave, anzi gravissima, difficoltà.

Il rischio di una sovrapproduzione è già in atto. I dati forniti dal Ministero dell’Agricoltura ci dicono che le giacenze di vino nella metà di luglio 2025 sono cresciute di oltre l’8,5%. A metà 2026 i vini Doc italiani hanno subito in media una perdita dell’8%, equivalente a circa 1,50 euro al litro. Per i vini comuni la perdita è ancora più marcata: circa il 20%. 

Ancora: la contrazione del commercio estero ha subito una perdita di oltre il 7% con un crollo di oltre il 15% sul mercato americano che, come tutti sappiamo, è il principale Paese per il nostro export. Il combinato disposto tra la contrazione del commercio e l’arrivo delle nuove uve, unitamente alle giacenze del 2025, rischia di mettere in ginocchio tutta la filiera.

La viticoltura rappresenta un volano per l’occupazione, soprattutto giovanile, e una forte integrazione di reddito in modo particolare nelle zone di colline che, unitamente all’olio, formano il magro reddito dell’impresa agricola. Tutto questo, unitamente ad altro, colpisce lo status sociale dei nostri agricoltori, costringendoli a produrre sotto il costo di produzione. E quando questo accade, l’agricoltore non ha altra scelta che il parziale o totale abbandono dell’azienda.

Passiamo, infine, alla storia del grano che sul mercato attuale viene remunerato con circa 20 euro, o poco più, al quintale. Un coltivatore di media o alta collina produce sotto il costo di produzione per circa il 30%. Tutto questo non accade a caso, ma è un disegno ben ordinato dal sistema finanziario controllato dalla grande distribuzione, e non solo italiana. Mentre tutto questo succede, il nostro Governo è completamente assente. Non un piano di settore vero e praticabile, non iniziative per incentivare l’export. Nemmeno la vigilanza, che è un compito affidato alle istituzioni viene espletato efficacemente.

Basta pensare alla pratica dell’abusivismo viticolo. Si parla di diverse decine e decine di mila ettari abusivi in tutta Italia. Non si intravede una spinta risolutiva verso l’Unione Europea. Insomma, niente di niente. Questo giacimento economico, professionale, ambientale e di capitali investiti, rischia di scomparire per l’ignavia dei nostri governanti. 

Infine, ma non per importanza, il ruolo della rappresentanza sociale degli agricoltori. C’è troppo contiguità tra la rappresentanza del settore con la politica legislativa e il più delle volte si prendono decisioni che non difendono adeguatamente l’agricoltura e l’agricoltore per non disturbare il conducente politico pro-tempore.

Fausto Prosperini,
già assessore regionale 

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