CariOrvieto, si torna al punto di partenza. Ma chi comprerà la banca?

Dopo il definitivo no a Banca del Fucino, Mediocredito Centrale torna a mettere sul mercato la controllata Cassa di Risparmio di Orvieto. Lo fa in una fase particolarmente delicata per il sistema bancario italiano, attraversato da un risiko che coinvolge i principali gruppi nazionali e che inevitabilmente restringe il numero dei potenziali acquirenti. L'operazione con Banca del Fucino sembrava poter rappresentare una soluzione credibile. Oggi, invece, si riparte da zero. Un po' come nel Gioco dell'Oca: si torna alla casella iniziale, ma con un interrogativo ancora più grande. Chi potrebbe essere disposto ad acquistare CariOrvieto?
Dal punto di vista teorico la partita si riapre per tutti, ma le opzioni non sono molte. Una cosa appare ormai chiara: Mcc ha scelto di separare definitivamente il destino della Cassa di Risparmio di Orvieto da quello del gruppo BdM. Anche dopo l'interruzione delle trattative con Banca del Fucino, l'istituto controllato dal Ministero dell'Economia ha ribadito la volontà di cedere la banca orvietana come realtà autonoma. Tra i possibili interessati potrebbero esserci il gruppo francese Credit Agricole, attraverso CariParma, Banco Desio oppure qualche gruppo del credito cooperativo a partire da ICCREA.
Al momento, però, si tratta esclusivamente di ipotesi. Nessun soggetto ha manifestato pubblicamente interesse e nessuna trattativa è stata annunciata. Come puntualmente accade in queste circostanze, si torna anche ad invocare un intervento della politica e della Regione. Ma quali margini di manovra esistono realmente? Pochi, almeno sul piano diretto. Una strada potrebbe essere quella di promuovere una cordata composta da un istituto finanziario regionale, Fondazioni bancarie e imprenditoria privata. In questo scenario la Regione potrebbe svolgere un ruolo di coordinamento, magari attraverso Gepafin, contribuendo a mettere insieme interessi e risorse del territorio.
È però un esercizio teorico. Prima ancora bisognerebbe verificare la disponibilità della Banca d'Italia, tradizionalmente molto prudente rispetto ad assetti proprietari composti da una pluralità di fondazioni e imprenditori privati. E, soprattutto, oggi non esiste alcun documento, alcun progetto né alcun impegno concreto che lasci pensare a un percorso di questo tipo. C'è poi un elemento che merita attenzione. Dopo l'esito della trattativa con Banca del Fucino è difficile immaginare che le autorità di vigilanza non esercitino un controllo ancora più rigoroso sul prossimo processo di vendita. E nel brevissimo comunicato con cui ha annunciato la fine del negoziato, Mediocredito Centrale ha ribadito di voler operare "in un contesto di massima attenzione per le persone e per il territorio di riferimento di CRO".
È un passaggio tutt'altro che secondario, perché richiama proprio quei criteri che, almeno inizialmente, avevano contribuito a orientare la scelta verso Banca del Fucino rispetto ad altri potenziali acquirenti. Da oggi, quindi, la partita ricomincia davvero. Ma rispetto a un anno fa il contesto è cambiato: il mercato bancario è più concentrato, le opportunità sono diminuite e il tempo nongioca a favore. La vera sfida non sarà soltanto trovare un compratore, ma individuarne uno capace di garantire solidità patrimoniale, credibilità industriale e un progetto che non consideri CariOrvieto una semplice casella da aggiungere a un bilancio, bensì una banca con una storia, un territorio e una comunità da accompagnare nel futuro. Perché, al di là delle logiche finanziarie, è proprio questa la partita che interessa davvero agli orvietani.
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