Dall'inferno si può uscire, Roberta Bruzzone racconta il "non amore"

Le luci si spengono all’interno del Teatro Mancinelli per l’inizio di “Amami da morire. Anatomia di una relazione tossica.”
Il pubblico che occupa ogni poltrona della platea e dei primi due ordini immagina, ma non fino in fondo, come sarà la successiva ora e mezza.
Si apre il sipario e sullo sfondo vi è l’immagine di un cuore e il volto della criminologa Roberta Bruzzone.
Il musicista Massimo Marino, marito della psicologa, suona musiche psichedeliche e progressive, che rendono perfettamente la gravità delle parole della dottoressa Bruzzone che entra in scena con la lucida grinta che la contraddistingue.
Non è uno spettacolo teatrale. Non è una seduta dallo psicologo. Non è neanche un sopralluogo dove è stato commesso un crimine.
È molto diverso. È molto di più.
È l’anatomia di una vita.
È il racconto di un periodo della vita di Anna, donna poco meno che quarantenne, intelligente, brillante, professionalmente realizzata, con una vita relazionale contraddistinta da profonde e sincere amicizie. Anna ha un appuntamento telefonico serale con la madre, sempre alla stessa ora. Vive in un appartamento acquistato grazie al proprio lavoro e arredato come desidera. Possiede una pianta di cui si prende cura, tanto averla resa rigogliosa.
Tutto cambia una sera. A una cena tra amici è presente anche un volto nuovo. Affascinante, curioso, affabile, lusinghiero. Qualche ora più tardi arriva ad Anna un messaggio che rappresenta in poche parole tutto ciò che una persona sogna di sentirsi dire “Sei unica. Speciale. Insostituibile.”
La trappola è scattata. La relazione inizia. In poco tempo il soggetto di cui sopra ‘Affascinante, curioso, affabile, lusinghiero.’ si rivela per quello che è. Un manipolatore. Una persona che non ama, ma seduce, incanta, poi controlla, poi rende incerte, riconquista se ci si allontana, isola e allontana dagli altri.
Travolge in tutte le declinazioni possibili di questa parola. Travolge di parole, di dolcezza, di dolore, di derisione, di annientamento.
È la rappresentazione del troppo. La relazione è troppo. Troppo travolgente. Troppo veloce. Troppo presto si parla d’amore.
Non è una persona che ama, ma un killer di illusioni.
Non ama, è bravo a recitare l’amore.
E la ‘vittima’ cade nella ragnatela, viene inghiottita in un vortice, in una spirale che esalta e distrugge, rende felici e addolora, osanna e confonde, magnifica e distrugge.
Anna non risponde alle telefonate della madre, il proprio appartamento è diventato la dimora dell’altro, la pianta rigogliosa è morta.
L’incredulità di quanto accade si alterna al senso di colpa. Si ama, si perdona, si prende coscienza, si vuol tornare indietro, ci si ricade ancora e ancora.
Prevalgono i “Se si comporta così è perché mi ama.” “Ha ragione, è colpa mia.” “Ho sbagliato io.” Fino alla peggiore delle (presunte) certezze: “Lo cambierò.” L’ultimo è l’errore più grande. Non è possibile cambiare queste persone. Bisogna tirarsi indietro.
Gli studi approfonditi nel corso degli anni, il contatto diretto con tante vittime e persone a loro vicine, le decine di situazioni analizzate, ha permesso alla psicologa e criminologa Roberta Bruzzone di portare sul palco la vita ‘travolta e stravolta’ di una donna dopo l’incontro con il ‘manipolatore’ dando voce alle tante donne che hanno subìto quell’esperienza. Regala al pubblico parole che sono di denuncia ma anche di speranza, di avviso e di aiuto, fornisce strumenti per catturare i segnali e non sottovalutarli.
La musica cambia sonorità e intensità mentre le parole della criminologa, che si muove sul palcoscenico portando attenzione e riflessione, colpiscono come un pugno nello stomaco perché non sono finzione ma realtà. Siamo in un teatro, ma la vita fuori è quella di Anna, la protagonista della storia raccontata, e di tantissime altre donne.
La bravura della dottoressa Bruzzone è creare un’atmosfera coinvolgente, assolutamente vera, con un crescendo di riflessione, emozione, dolore, in modo da essere tutti pronti ad aiutare chi cade nella trappola del manipolatore e, in primo luogo, non caderci noi stessi.
Quello non è amore, ma possesso.
Quel cuore sullo sfondo del palco a inizio serata non è morto per una storia d’amore ma per un’intossicazione.
Quel cuore, per tornare a vivere, deve trovare la forza per spezzare la catena.
Dall’inferno si può uscire. Con l’aiuto di persone vicine, di professionisti, di centri antiviolenza, delle forze di polizia. Sarà doloroso, sarà difficile, servirà tempo, ma si può uscire dall’inferno.
IL COMMENTO A CALDO DEL PUBBLICO
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