cultura

Ritrovato lo stemma nobiliare dei Conti del Castello di Lerona

giovedì 1 ottobre 2026
di Felice Roberto Danielli

Recentemente, essendo un appassionato di storia locale, sono venuto a conoscenza dell'esistenza di uno stemma in pietra, molto significativo per la storia del castello, proveniente dal palazzo nobiliare del castello di Lerona. Questo stemma sottovalutato ed occultato non è più nel palazzo ma ha seguito le sorti migratorie della famiglia che lo ha ricevuto in eredità.

Sapendo quanto i proprietari dei castelli ci tenevano ad esibire l'appartenenza dinastica, magari con blasone nobiliare, facendo scolpire stemmi e/o facendoli affrescare sui muri di casa, tramandando così ai posteri la ricostruzione della importanza storica della famiglia e la grandezza dei loro possedimenti, era anomalo il fatto che dal castello di Lerona non fosse stata tramandata alcuna testimonianza.

Nel palazzo più importante del castello, da dove è stato prelevato lo stemma, la tradizione orale ci tramanda che all'inizio del 1900 un proprietario del palazzo essendo disturbato al momento dei pasti del fatto che i figlioli, invece di mangiare, si distraevano a guardare i molti affreschi che erano sui muri e sui soffitti, decise purtroppo di cancellare tutto, spero solo coprendoli con la calce (con adeguato restauro si potrebbero recuperare) e non raschiando gli affreschi (danno irreparabile).

Comunque dopo varie vicissitudini ho avuto la possibilità di ricevere la foto dello stemma scolpito su pietra grigia (foto riprodotta nell'articolo), preso atto delle figure scolpite nello stemma, ho iniziato le mie ricerche anche consultandomi con studiosi esperti d'araldica.

Esaminando il bollettino dell'ISAO 1994-2001 L-LVII dove è pubblicato lo stemmario Cartari dell'Opera del Duomo, studio di Filippo Orsini e Maurizio Bettoja, tra le foto degli stemmi nobiliari orvietani ci sono 2 foto simili alle figure scolpite nello stemma, anche se lo studio riproduce gli stemmi con affresco si può comunque paragonare la somiglianza con gli stemmi delle famiglie dei conti Lattanzi e dei conti Manenti.

Come si può vedere dalla foto (anche se non è nitida) lo stemma è verticalmente diviso a metà, osservandolo di fronte a sinistra è scolpito lo stemma dei conti Lattanzi ed a destra scolpito lo  stemma dei conti Manenti orvietani (orvietani perché come la foto allegata dimostra  i Manenti di Sarteano originariamente avevano nello stemma un leone rampante, ma erano comunque gli antenati degli orvietani).

Esistono altri stemmi con divisione verticale e con la riproduzione di 2 stemmi nobiliari, dicono gli studiosi del settore che dovrebbero rappresentare il matrimonio tra le 2 famiglie nobili.

Per una lettura migliore della foto dello stemma del castello di Lerona (sbiadita) descrivo la scultura, di fronte sulla parte sinistra è scolpito un lupo con la testa rivolta indietro che ha sulla groppa un agnello? considerato il valore simbolico di pace (agnello) che i cristiani gli hanno da sempre attribuito potrebbe rappresentare la pacificazione tra le 2 famiglie raggiunta con il matrimonio. Il lupo è dello stemma dei conti Lattanzi (discendenti dei conti Lupicini di Siena che nello stemma affrescato hanno un lupo nero con la testa rivolta indietro).

Di fronte sulla parte destra è scolpita una mezza aquila simile a quella riprodotta nello stemmario Cartari dei conti Manenti orvietani con la differenza che ha l'ala aperta  a sinistra invece che a destra (I Conti Manenti di Campiglia avevano, sullo stemma dipinto, una mezza aquila rossa).

Questo stemma, insieme a quanto riportato nel saggio introduttivo dello Statuto di Lerona ed a tutti gli atti documentati di vendite e/o donazioni fatti dai conti Farolfingi della stirpe dinastica Farolfi, Peponi, Manenti che più avanti saranno circostanziati con date e contraenti che confermano come questa dinastia ha costruito e dominato il castello di Lerona ed il suo territorio oltre i confini attuali.

I conti Farolfingi discendenti dai longobardi del Ducato di Chiusi che dominavano dall'Amiata al Trasimeno, a Todi a Bolsena nel 774 dopo la sconfitta subita da Carlo Magno, non cruenta, si sottomettono e mantengono quasi tutti i loro titoli, castelli e possedimenti.

Lo statuto del castello di Lerona del 1585, il manoscritto originale in carta pecora è conservato nell'archivio storico del comune, è stato trascritto dal prof. Roberto Abbondanza che ne ha curato l'edizione avvenuta nel 2010 inserendolo nella collana "deputazione di storia Patria per l'Umbria" al n.6 tra gli statuti comunali dell'Umbria.

Credo sia importante evidenziare quanto scritto a pag.XXII punto 2.2 citando un frammento dello statuto precedente (si ipotizza della prima metà del XVmo secolo) conservato all'Archivio di Stato di Siena, dopo l'avvenuta donazione effettuata dalla famiglia Bandini di Sarteano, sulla coperta del fascicolo è scritto "Castello a suo tempo compreso nel dominio feudale dei conti di Sarteano, Chianciano etc. continua sul retro della copertina " Compreso nel dominio feudale dei conti Manenti di Sarteano".

Gli autori del saggio introduttivo, pur non essendo esperti grafologi si avventurano ad affermare che quanto scritto sulla copertina sia scritto con calligrafia moderna, ammesso che anche sia così, quale poteva essere l'interesse a scrivere una bugia?

Il frammento di statuto è fatto risalire alla prima metà del XVmo secolo, ma non si tiene in debita considerazione lo studio pubblicato da L. Fumi sugli statuti di Chianciano del 1287, essendo i signori di Chianciano e Sarteano gli stessi del castello di Lerona non potrebbero avere dotato tutti i loro castelli degli stessi statuti con la stessa tempistica?

Nell'Archivio del comune di Allerona ci sono riformanze che prevedono spese sostenute per i correttori dello statuto e per la carta che risalgono alla prima metà del 1400.

Il suddetto frammento di statuto da cui scientemente è stata eliminata la parte iniziale descrittiva laddove, come in tutti gli statuti, viene indicato il committente, l'estensore ed i nobili del castello, restano nel frammento tre libri (III, IV, V) e 73 capitoli dal LXI al CXXXIV dove in nessun modo c'è la possibilità di risalire ai proprietari del castello.

Lo stemma nobiliare ed il frammento di statuto (copertina) indicano chiaramente la presenza dei conti Manenti nel castello di Lerona, ulteriore prova sarà il riscontro con l'elenco degli atti di vendita e/o donazioni fatte dalla stirpe dei Farolfingi nel territorio del castello di Lerona e confinanti, stipulati spesso dagli ecclesiastici e per gli ecclesiastici (Vescovi, monaci, preti, canonici etc.).

 

Il ramo dei conti Farolfingi che è stato protagonista  nel territorio del castello di Lerona ha questa genealogia dal conte Farolfo (capostipite m.1003 da cui prende il nome la casata dei Farolfingi) e la moglie Adiletta (m.1038) nascono 5 figli tra cui Winigildo o Winildo che sposa Teodora ed avranno 4 figli tra cui Pietro/Petrus detto Pepo o Pepone I (m.1085) che sposa Willa o Willia (m.1112) ed avranno 2 figli Pepone II (m.1139) ed Ildebrando/Ildebrandino II che sposa Maria, Pepone II avrà 4 figli tra cui Manente I (m.1191).

Il castello di Lerona ed Acquapendente, contrariamente a quanto affermato da alcuni studiosi non sono stati restituiti allo Stato Pontificio nell'anno 817 dal re Ludovico il Pio quando ha restituito Orvieto, Viterbo, Bagnoregio etc. ma sono stati mantenuti sotto la Tuscia longobarda controllata direttamente dal re. Lerona ed Acquapendente erano dentro il territorio perimetrale del Ducato longobardo di Chiusi, i loro territori ripartiti tra i nobili longobardi che ne hanno mantenuto il possesso anche dopo la sconfitta subita da Carlo Magno (774).

Quando gli orvietani (inizio anni 1000) procedono con l'espansione verso nord e verso l'occidente lo fanno con un unico esercito formato da popolari longobardi rimasti stanziali, carolingi ed esercito pontificio, i nobili del ducato longobardo definiti Conti Comitali di Chiusi ed Orvieto come i Farolfingi (A: Spicciani) con i vari rami discendenti saranno protagonisti fino al medioevo ad Orvieto e soprattutto nei castelli dell'Alto Orvietano compresi i castelli del Peglia.

La famiglia dei Farolfingi che ha avuto il dominio sul territorio del castello di Lerona è quella elencata nella genealogia precedente, gli atti elencati successivamente confermano quanto finora affermato.

1001-I conti Farolfingi sono valvassori del Grande marchese Ugo di Toscana.

 

1028/1029-Il vescovo Sigfrido concede ai canonici di Orvieto, per il loro sostentamento, terre che

         aveva in proprietà ed altre avute in diritto di proprietà (enfiteusi) come nel caso di loc.

         Mezana (poi denominata Meana) proprietà dei Farolfingi (Winildo). Nel 1273 il vescovo sarà

         costretto ad acquistare la tenuta, con grande sacrificio, per non vedersi privato delle

         concessioni fatte ai canonici. L'atto d'acquisto stipulato con il patrizio orvietano Pandolfi, sarà

         valido quando sarà firmato dalla moglie (soprannominata Longobarda) che avendo ricevuto

         in eredità la tenuta l'ha portata come dote matrimoniale (era una dei 6 figli avuti dal

         discendente dei Farolfingi (Pepone V) del ramo del castello di Lerona). Nel 1275/1280 sono

         state corrisposte nella Diocesi di Orvieto le decime per la chiesa di San Giovanni di Meana

         versate dal barone Pepone.

1038-Quando il conte Winildo dona un terreno all'Abbazia di S. S. del monte Amiata viene citato il

          monastero di San Pietro Acquaeortus, in posizione sud rispetto alla donazione, come se fosse

          stato sotto la sua giurisdizione.

1072-Il conte Ildebrandino dona al vescovo di Acquapendente un mulino collocato lungo il torrente

           Quintaluna nel territorio del castello della Pieve di Santa Vittoria.

 

1072-Il conte Ildebrandino acquista una casa nel castello della Pieve di Santa Vittoria di

          Acquapendente.

1082-L'esercito radunato e comandato da Pepone di Winildo con le armi in battaglia invade Roma

          e sconfigge l'esercito di papa Alessandro II, ma è una vittoria di Pirro, pagherà a caro prezzo le

          conseguenze.

1103-Il conte Il debrandino e la moglie Maria donano ai 2 preti (rettori) la chiesa di San Michele

          Arcangelo del castello di Ripagra (territorio di Lerona) con vincoli e condizioni.

1107-Il conte Ildebrandino e famiglia donano alla chiesa di San Sebastiano del castello di Monte

          Rufeno un terreno in località Loreto (vocabolo in frazione Centeno del comune di Proceno

          che confina con la Bandita) per favorire l'edificazione di una canonica per i molti frati eremiti

          che ivi erano confluiti.

1118-Il conte Ildebrandino e famiglia donano ai monaci di san Pietro Acquaeortus il monastero

          tramite un'operazione finanziaria per prestiti ricevuti dal monastero, quali testimoni sono

          presenti uomini di fiducia della sua famiglia che vengono dai territori di Fabro, di Torre Alfina

          di Acquapendente e di San Casciano (dimostrando così la vastità delle loro loro proprietà,

          nella descrizione dei confini di pertinenza della tenuta del monastero c'è ad est Fabro a sud il

          Paglia, a nord il castello di Bagno (S.C. dei Bagni), ad ovest Acquapendente con i confini della

          sponda destra del Paglia.

1139-Viene stipulato nel castello Plagaio l'atto di restituzione del diritto di esazione ai monaci del

          monastero di Acqua Alta (Castel di Fiori/Montegabbione) diritto che gli era stato sottratto

          dai nobili dei Farolfingi. Quando L. Fumi (n.1849 m.1994) nel Codice Diplomatico

          trascrive il documento XXVIII annota a margine in corsivo "in Piegaro" pensando che

           fosse quello il castello dove era stato stipulato l'atto. Credo possa essere confutato citando

           vari argomenti:

-1) Monaldo Monaldeschi (n.1522 m.1590) nei Commentari Historici per almeno 2 volte cita il castello PIEGAIO (perché così veniva chiamato in quei tempi Piegaro)

- 2) il presente atto doveva essere stipulato all'interno della Diocesi di Orvieto a cui apparteneva il monastero, Piegaro è sempre stato nella Diocesi di Chiusi.

-3) Plagaio è il nome in latino trascritto da L. Fumi ed è forse il vero nome del castello della Pieve di San Giovanni (Meana). Bernardino di Bulgarello II dei Farolfingi è il pronipote di Farolfo, è il ramo del castello di Parrano che darà origine ai di Marsciano, ai di Corbara etc., è colui che firma il citato atto di restituzione dei diritti ai monaci.

Il docente universitario di Siena don A. Spicciani nel libro "I Farolfingi Conti di Chiusi e di Orvieto" a pag.58 scrive che nella Contea di Orvieto i Farolfingi possedevano almeno i seguenti castelli: Parrano, Ripagra, Plagaio etc.

1178-Federico I detto Barbarossa concede ai conti Manenti le terre in Feudo, nella decisione di concedere e confermare c'è il riconoscimento dei titoli feudali già posseduti, il Feudo lo terranno fino al 1280.



Concludendo si può affermare che questi nobili, come gli atti sopra esposti dimostrano, sono stati protagonisti nel territorio del castello di Lerona e che oltre il territorio abbiano avuto il dominio anche del Castello di Lerona?

Nota della Redazione: Orvietonews, giornale online registrato presso il Tribunale di Orvieto (TR) nr. 94 del 14/12/2000, non è una bacheca pubblica. Pur mantenendo fede alla disponibilità e allo spirito di servizio che ci ha sempre contraddistinto risultando di gran lunga l’organo di informazione più seguito e letto del nostro territorio, la pubblicazione di comunicati politici, note stampa e altri contributi inviati alla redazione avviene a discrezione della direzione, che si riserva il diritto di selezionare e modificare i contenuti in base a criteri giornalistici e di rilevanza per i lettori.