Cultura e non discariche

Cari, carissimi presidenti e assessori regionali, sindaci di Orvieto, gestori della discarica, sulle Crete – là dove si distende la magnifica e progressiva discarica di Orvieto – avete tutti ragione, i documenti parlano chiaro, le firme sono state messe, non si torna indietro, il rischio di richieste imponenti di danni, del Comune che protesta…Tutto vero, ognuno ha le sue ragioni, a cominciare da quello che sembra il macigno delle carte bollate firmate.
Come sappiamo carta parla e villan dorme, però il villano in questo caso è il cittadino Orvietano che io sono e che da anni vede sgretolare la bellissima successione di calanchi che guardano quello che fu il piano di Orvieto, anch’esso devastato, distrutto, trasformato in un guazzabuglio di capannoni, cavalcavia, binari e tutto quello che ci si poteva mettere.
Il cittadino Orvietano lo sa come funzionano le cose, non cade dal pero, sa che ci sono i regolamenti, le procedure, le amministrazioni che si succedono, e nel tempo ha sviluppato una sorta di rassegnazione lucida e impotente, soprattutto con il sapore amarognolo della fatalità, di un corso delle cose inevitabile, condannato all’irreversibile. Si chiama destino.
Ora lo sappiamo benissimo che il destino non esiste ed è il prodotto della percezione di un’impotenza, sappiamo che è fatto delle decisioni che si prendono o non si prendono o sono state prese, magari non calcolando l’effetto che avrebbero avuto o semplicemente dilazionando, campa cavallo che l’erba cresce...
No, l’erba (non solo) a Orvieto non cresce più. E tuttavia in questo dibattito, lo chiamo così ma mi pare che ormai si comunichi solo per lettera o attraverso le colonne dei giornali, quello che colpisce è l’assenza. L’assenza di cosa? Intanto, di un’attenzione, anche minima, nei confronti di un territorio e di una città che ormai vive, per quello che riesce ancora a fare, ai margini di una regione che da anni lì la tiene e la considera, carte alla mano - certo! - la sede privilegiata… della discarica. Vogliamo trarne le conseguenze sul piano simbolico, troppo facile, evito.
Ora, la sento la risposta, ma che hanno fatto i sindaci delle amministrazioni passate e presenti? Non vi ricordate quando il pinnacolo del termovalorizzatore avrebbe dovuto essere il nuovo tesoretto della città? Certo che ce lo ricordiamo, ma basta questo per avallare tutto, per accettare che si vada comunque avanti che oggi devastiamo un altro calanco e domani un altro e dopodomani un altro ancora?
Avete tutti ragione, le carte parlano, ma almeno permettete al cittadino orvietano di avere un rigurgito di dignità, di non assecondare questo tran tran burocratico, da ragionieri sia pure eletti, che non si fanno neanche il barlume di una domanda sulla distruzione del territorio, sulla subordinazione della vita, perché di questo stiamo parlando, agli interessi, a un consenso ormai sfuggente, al piccolo cabotaggio di una politica remota, lontana, che amministra e non progetta, che fai i piani ma forse non è mai passata davanti – e se c’è passata non ha avuto l’umiltà di guardare bene - al Duomo, alla bellezza impareggiabile di una cattedrale le cui guglie sono orgogliosamente più alte del disastro di un panorama.
E non è solo una questione di bellezza, che qualcuno ha detto potrebbe anche salvare il mondo, forse si illudeva, è una questione di cultura, sottolineo questa parola dileggiata e anacronistica, cultura vuole dire dialogo, confronto, ascolto delle ragioni, rispetto della cittadinanza, nel suo cammino dal passato al futuro. Siamo cittadini di Orvieto, della provincia di Terni e della regione dell’Umbria e, ancorché in questa landa ormai sperduta, vorremmo essere anche partecipi di una vita più larga di quella che si confina sulla Rupe, infarcita di overtourism e fra poco senza residenti, in una regione che pure, accanto alle guglie slanciate verso l’infinito del Duomo, alle visione pittoriche di Signorelli o del Perugino, ha mandato al mondo messaggi universali di straordinaria profondità.
Vogliamo dire di Francesco d’Assisi, del suo Cantico delle creature, della sua nuda vita di povertà? Lo ascoltiamo davvero, io per primo, quel messaggio? Siamo capaci di trarne le conseguenze e non limitarci al fervorino d’occasione? Abbiamo la consapevolezza dei valori che ci stanno dentro e non sono un decalogo burocratico ma un modello di vita umana essenziale e armonico, incapace di compromessi quali che siano?
Tutto questo per dire, senza cedere alla retorica che è sempre in agguato, che la città, Orvieto, deve avere uno scatto d’orgoglio e di dignità all’altezza del momento che sta vivendo e soprattutto di un futuro che, dati demografici ed economici alla mano, non si annuncia certamente felice.
Deve cioè essere capace di sollevarsi dalla quotidianità amministrativa e dare profondità alle proprie istanze, su un piano – valori, prospettive, idee – che non riguardino solo Orvieto ma tutti. Orvieto, deve averne coscienza, ha questa forza che guarda – Dante perdonerà – oltre le colonne d’Ercole!
Alla regione che tutti ci rappresenta, si chiede la sensibilità che sola può fondare un’appartenenza, uno sguardo che non sia con un binocolo appoggiato sulle carte.
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