cultura

Rothko, il colore del buio: l'arte, la fragilità e l'ultima stanza

lunedì 31 agosto 2026
di Beatrice Curci

Non basta guardare i quadri Mark Rothko, bisogna restare. Lì davanti, e a lungo, perché il colore sembra venire incontro allo spettatore, attraversarlo, costringerlo a fare i conti con qualcosa che non ha nome. Forse è per questo che Rothko continua ad inquietare e commuovere: perché dietro quei grandi rettangoli sospesi, dietro il rosso, il viola, il giallo, l’arancio, il nero, non c’è soltanto una rivoluzione della pittura. C’è un uomo che per tutta la vita ha cercato di dare una forma visibile a ciò che dentro di lui non riusciva a trovare parole. Questo, forse, è il viaggio più intenso che ha regalato la mostra "Rothko a Firenze", a Palazzo Strozzi. Una delle più importanti esposizioni mai dedicate all’artista, costruita come un percorso cronologico attraverso oltre settant’anni di storia dell’arte e, insieme, attraverso le diverse stagioni della sua esistenza. 

Ma prima dei rettangoli di colore c’era Marcus Rothkowitz. Nato nel 1903 a Dvinsk, nell’allora Impero russo, oggi Daugavpils in Lettonia, emigrò negli Stati Uniti con la famiglia quando aveva dieci anni. A Portland, nell’Oregon, crebbe in una famiglia ebrea colta. Nel 1921 arrivò a Yale, con una borsa di studio, immaginando per sé un futuro lontano dalla pittura. Ma quell’università divenne presto il luogo della sua estraneità: giovane immigrato ebreo in un ambiente dominato dalle élite protestanti, Rothko sperimentò il sentimento di essere un outsider. Nel 1923 lasciò Yale e si trasferì a New York. Poco dopo cominciò a studiare arte. 

È qui che la sua vita comincia lentamente a coincidere con la sua pittura. Negli anni Trenta Rothko dipinge persone, strade, interni, paesaggi. Ma sono ancora immagini riconoscibili. Poi qualcosa cambia: il mondo attraversato dalla guerra, la crisi dell’uomo contemporaneo, l'interesse per la mitologia, il rito, l'inconscio e il Surrealismo lo spingono progressivamente lontano dalla rappresentazione. Negli anni Quaranta le figure si dissolvono. La realtà riconoscibile scompare e al suo posto arrivano forme sempre più essenziali, fino ai celebri campi cromatici che, alla fine degli anni Quaranta e all’inizio dei Cinquanta, diventeranno la sua firma. La sua riconoscibilità. 

È la nascita del Rothko che conosciamo. Ma chiamarlo semplicemente “pittore del colore” sarebbe riduttivo. Rothko non voleva raccontare qualcosa attraverso il colore: voleva che il colore diventasse un’esperienza. I suoi dipinti non chiedono allo spettatore di riconoscere un soggetto, ma di sostare davanti a una sensazione. Per lui la pittura doveva confrontarsi con le emozioni fondamentali dell’esistenza: estasi, tragedia, destino, disperazione. E qui la biografia diventa inevitabilmente una lente, ma anche un pericolo.

Perché Rothko soffrì. E soffrì profondamente. Negli ultimi anni della sua vita la sua salute fisica peggiorò: nel 1968 fu colpito da un aneurisma aortico quasi fatale, mentre negli anni successivi comparvero una serie di problemi di salute. Parallelamente attraversò una grave crisi personale e una depressione maggiore. Intanto, la sua pittura si faceva più scura. A partire dalla fine degli anni Cinquanta, la luminosità che aveva caratterizzato molte delle sue grandi tele lascia spazio sempre più spesso a tonalità profonde. Negli ultimi anni compaiono i bruni, i grigi e i neri. Opere che, inevitabilmente, dopo la sua morte sono state lette come il presagio di ciò che sarebbe accaduto. Ma sarebbe troppo semplice dire che Rothko “dipinse la sua depressione”.

La relazione tra arte e malattia mentale è molto più complessa e sarebbe una banalizzazione sovrapporre automaticamente biografia e pittura: nello stesso periodo in cui realizzava le celebri opere scure, Rothko produceva anche lavori dalle tonalità morbide, con rosa, lilla e azzurro. La sua arte non può dunque essere trasformata in una diagnosi visiva della sua sofferenza. Eppure è difficile non avvertire, davanti alle opere estreme della maturità, la tensione di un uomo che sembra spingersi sempre più vicino al limite.

Rothko per tutta la vita aveva cercato uno spazio capace di contenere l’esperienza umana. Lo aveva fatto anche attraverso la dimensione spirituale della pittura. Tanto che tra il 1964 e il 1967 lavorò alla serie destinata alla Rothko Chapel di Houston: quattordici grandi tele pensate per un luogo di raccoglimento, nel quale il colore non doveva decorare lo spazio, ma trasformarlo. E forse questo è il paradosso più struggente della sua storia: mentre la sua vita diventava sempre più fragile, Rothko continuava a cercare attraverso la pittura qualcosa che assomigliasse a una forma di trascendenza.

Il 25 febbraio 1970, nel suo studio di New York, Mark Rothko si tolse la vita. Aveva 66 anni. Da allora la tentazione di molti è stata quella di tornare indietro nei suoi quadri e cercare i segnali della fine. Di guardare il nero e vedere la morte. Il grigio e vedere la depressione. Il vuoto tra due campiture e leggervi la solitudine. Ma la grandezza di questo artista merita di più, perché la sua malattia non “spiega” la sua arte. La sua sofferenza non è una chiave universale con cui decifrare ogni tela. Semmai fu la fragilità ad attraversare una ricerca già profondamente interessata all'angoscia, alla spiritualità, al silenzio e alla condizione umana. La malattia può aver modificato il suo sguardo, la sua vita, il suo rapporto con il mondo e con il colore, ma non può e non deve essere trasformata retroattivamente nell'unica origine della sua pittura.

Per questo l’ultima sala di Palazzo Strozzi può essere letta anche come una domanda. Che cosa resta quando un artista non c’è più? Restano i quadri, certo. Ma nel caso di Rothko resta soprattutto un’esperienza. Le sue tele continuano a chiedere allo spettatore di fermarsi, di lasciarsi attraversare dal colore, di accettare per qualche minuto l’incertezza invece di cercare immediatamente una risposta.

La mostra fiorentina a lui dedicata ha avuto un grandissimo merito: restituire Rothko non soltanto come l’autore dei grandi rettangoli sospesi, ma come un artista che ha attraversato figurazione, Surrealismo, astrazione, spiritualità e ricerca dello spazio, seguendo un percorso che è anche cronologia della sua opera. Forse, allora, il modo più giusto per riconoscere Rothko non è fermarsi davanti al tormento o al suo ultimo atto di vita. Ma tornare davanti a un suo quadro e restarci a lungo, in silenzio. Per capire che quel colore che sembrava raccontare il buio, in realtà, continuava ostinatamente a cercare la luce.

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