La Trilogia della Memoria Vissuta

Cristiano Castaldi è un professionista della fotografia ed una vecchia conoscenza dei banchi del liceo. L'ho ritrovato dopo molti anni in ragione della mia esperienza associativa in "Cantiere Orvieto" e dell'attività culturale svolta all'interno della manifestazione "ONE - Orvieto Notti d'Estate". Ne è spontaneamente nata un'amicizia, di cui mi onoro, e una stimolante collaborazione.
Quando nel 2022 mi avanzò la proposta di presentare il suo primo docufilm - "Homo Homini Virus" - non attesi che finisse di descrivermi il progetto: accettai dopo le prime battute e posso umilmente affermare che fu un'ottima intuizione. Oggi Cristiano ha (credo) concluso il suo lavoro portando a termine una trilogia sulla memoria vissuta che, a mio modesto parere, rappresenta uno straordinario documento di analisi antropologica che andrebbe proposto nelle aule dei nostri istituti scolastici.
La sera di venerdì 24 luglio, nel Giardino dei Lettori della Biblioteca Pubblica "Luigi Fumi", sempre all'interno della rassegna cinematografica di "ONE", si è proiettato il terzo atto della sua trilogia. Avrei dovuto partecipare per raccontare quel percorso che ci ha visti in qualche modo insieme, pur nella diversità dei ruoli. Purtroppo non ho potuto e allora ho lasciato alla penna il compito di esprimere quel che avevo inteso, capito, apprezzato del suo lavoro. Ne è venuto fuori lo scritto che segue, volendo rendere omaggio all'autore e ringraziarlo per avermi coinvolto.
Memoria Vissuta
Una trilogia (quasi) epica sulla memoria della nostra comunità.
Nessun sequel previsto: la memoria, quella vera, non ha bisogno di spin-off.
C'è chi ha girato trilogie tra le stelle, chi tra gli anelli del potere, chi tra i clan di Little Italy. Tu hai scelto un terreno altrettanto epico: il nostro territorio e la sua comunità. Un ambito ove un pugno di ottuagenari custodisce l'unico archivio che nessun incendio, nessuna guerra e nessun server in crash ha potuto né mai potrà cancellare del tutto: la memoria vissuta.
Se Sergio Leone ci ha insegnato come le storie migliori nascano nella polvere, qui la polvere è quella dei ricordi che riaffiorano. Non ci sono pistoleri, ma soltanto testimoni. Non ci sono duelli, ma silenzi, sguardi e parole che pesano quanto uno sparo. Tre docufilm, tre chiavi diverse per aprire la stessa porta: cosa significa aver vissuto abbastanza a lungo da vedere la storia ripetersi, l'amore restare identico a sé stesso e la fatica di un tempo che rischia di diventare materiale da museo.
Come in ogni trilogia che si rispetti, si può guardare in ordine sparso. Ma chi lo fa in sequenza scopre un disegno più grande perché con un microfono, una sedia comoda e la pazienza di ascoltare fino in fondo, anche le storie più piccole, se raccontate bene, possono diventare epiche.
I. Homo Homini Virus
(Guerra e pandemia, ottant'anni di distanza allo specchio)
Con il primo capitolo della tua trilogia hai messo a confronto due assedi: quello delle bombe del secondo conflitto mondiale e quello della clausura forzata del 2020. Capovolgendo Hobbes ci hai fatto interrogare su cosa resti dell’umano quando il nemico non si vede, non ha un volto da odiare, ma un genoma. Ed è forse più difficile fare eroismo contro un'assenza che contro un esercito.
II. Le Stagioni dell'Amore
(Follie giovanili a confronto)
Il tuo secondo capitolo ha fatto accomodare ottantenni e ventenni sulla stessa panchina della memoria, a confrontare le follie commesse per amore — lettere scritte di nascosto, corse in bicicletta sotto la pioggia, promesse impossibili da mantenere. Cambiano i mezzi, non cambia la sostanza: l'amore ha sempre reso tutti un po' scemi, in ogni epoca. Prima dell'alba, prima del tramonto, prima della mezzanotte, o prima di WhatsApp, prima del selfie, prima che tutto diventasse così veloce. Ma il cuore batte sempre alla stessa sconsiderata velocità. Non è un caso che quando ci innamoriamo diciamo di aver perso la testa. Il trionfo dell’irrazionalità, vivaddio.
III. Passato Remoto
(La vita contadina, quando la fatica era l'unico comfort disponibile)
E siamo alla conclusione del tuo lavoro. Questa volta non ci sono guerre né amori: solo campi, stalle, albe che iniziano prima del sole. Non ci sono eroi né nemici: c'è la vita nuda, fatta di lavoro e di poco altro, raccontata da chi l'ha vissuta senza sapere che un giorno sarebbe diventato indispensabile conservarla e proteggerla come una reliquia.
Se anche la grammatica ci suggerisce che il passato remoto si usa per ciò che è finito per sempre, senza legami col presente, guardando i volti dei tuoi protagonisti viene il dubbio che non sia mai finito del tutto. Anzi, forse il tuo merito maggiore è proprio aver fatto capire loro di avere un futuro!
Grazie Cristiano!
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