L'uomo che diventa macchina: la diagnosi di Giaccardi e Magatti sul presente digitale

In "Macchine celibi. Meccanizzare l'umano o umanizzare il mondo?" (il Mulino, collana "Contemporanea", 2025, 200 pp., 17,00 euro), Chiara Giaccardi e Mauro Magatti proseguono la loro lunga indagine sulla condizione contemporanea spostando lo sguardo sulla svolta digitale, letta non come semplice progresso tecnico ma come un nuovo regime di organizzazione della vita sociale.
Il punto di partenza è la domanda su cosa resti oggi della "modernità liquida" descritto un quarto di secolo fa da Zygmunt Bauman. Per gli autori quella fase si è esaurita: la trasformazione digitale ha prodotto una forma sociale inedita, frutto dell'incontro tra due grandi aspirazioni della cultura occidentale, il sogno leibniziano di ridurre il mondo a calcolo e l'impulso surrealista a liberare desiderio e immaginazione. Nel presente digitale, sostengono, queste due spinte non si escludono: convivono, facendo del nostro ambiente qualcosa che insieme misura e seduce, ordina e disorienta.
Da qui la metafora che dà il titolo al libro, ripresa dal Grande vetro di Marcel Duchamp: le "macchine celibi", dispositivi in perenne movimento che non arrivano mai a compimento. È l'immagine che gli autori usano per descrivere un individuo sempre più efficiente, connesso e performante, ma anche isolato, incapace di fermarsi e di riconoscere davvero l'altro. Il digitale viene definito un farmaco, insieme rimedio e veleno: risolve problemi reali e ne generi di nuovi, in una condizione di "policrisi" che intreccia fragilità economiche, ecologiche, simboliche e istituzionali.
La parte centrale del saggio affronta le radici psicosociali del malessere contemporaneo, dal narcisismo prestazionale alla deprivazione economica, culturale e istituzionale, fino a spiegare come questo terreno alimenti forme di tecnopopulismo e polarizzazione sociale. Il registro non è mai puramente descrittivo: Giaccardi e Magatti mettono in dialogo autori molto diversi tra loro, da Byung-Chul Han a René Girard, da Hannah Arendt a Bruno Latour, costruendo una diagnosi densa ma sempre leggibile.
Il libro non si chiude però su una nota rassegnata. Nell'ultima parte gli autori propongono una "politica dello spirito", capace di tenere insieme tre ecologie – ambientale, sociale e mentale – e di restituire peso alla parola, al pensiero, alla relazione. L'alternativa che pongono è netta: diventare macchine celibi, o scegliere la via del "poeta sociale", capace di ascoltare la realtà e di intrecciare di nuovo i legami che la razionalizzazione digitale rischiando di sfilacciare.
Il merito principale del volume sta nel non trasformare la critica alla tecnologia in un attacco alla tecnologia in sé: la domanda che attraversa tutto il libro è se la tecnica diventi uno strumento per una vita più umana o un modo elegante per farci funzionare sempre meglio, capendo però sempre meno. Il limite, se c'è, riguarda la traduzione pratica di questa proposta: restano più netti la diagnosi e l'orizzonte valoriale che le indicazioni operative su come, concretamente, costruire istituzioni e politiche capaci di sostenerlo. Ma è proprio questa apertura, più che una debolezza, a rendere il libro un utile punto di partenza per chi vuole continuare a discutere di cosa significa, oggi, restare umani dentro un mondo sempre più calcolato.
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