"Le dirimpettaie", dietro ogni finestra una vita. Il nuovo romanzo di Serena Bortone

C'è un momento per chi scrive in cui il talento smette di essere una promessa e diventa cifra stilistica. Con "Le dirimpettaie", edito ad aprile di quest'anno da Rizzoli, Serena Bortone supera questa prova con naturalezza, firmando un romanzo che ne conferma la maturità e la riconoscibilità della voce narrativa. Un libro che segna un'evoluzione evidente, quasi naturale, rispetto ad "A te vicino così dolce" e dimostra come l'autrice abbia trovato un raro equilibrio tra introspezione, costruzione narrativa e osservazione del presente.
Già nel romanzo d'esordio, Bortone aveva dimostrato una particolare capacità di raccontare le fragilità emotive senza indugiare nel sentimentalismo. A te vicino così dolce era una storia intima, quasi raccolta, costruita soprattutto sulle sfumature psicologiche dei personaggi e sulla forza dei legami affettivi. La scrittura aveva una qualità delicata, elegante, con una sensibilità che lasciava intuire un grande potenziale. Con "Le dirimpettaie" quel potenziale si compie.
Questo nuovo romanzo amplia l'orizzonte, non racconta soltanto le emozioni individuali, ma costruisce una piccola geografia umana in cui ogni personaggio diventa il tassello di un mosaico più grande. Le vite che si osservano da una finestra all'altra finiscono per riflettere le nostre: desideri, paure, incomprensioni, segreti, solitudini e improvvise possibilità di rinascita. Il titolo è già una dichiarazione poetica. Le dirimpettaie non sono soltanto due vicine di casa, sono donne che si specchiano l'una nell'altra, che imparano a conoscersi attraverso le differenze, che dimostrano come spesso sia proprio la prossimità, più ancora dell'intimità, a creare legami profondi.
Serena Bortone costruisce questa trama con una naturalezza sorprendente. Non forza mai gli eventi, non cerca il colpo di scena a tutti i costi. Preferisce lavorare sulla credibilità delle emozioni, sulla precisione dei dialoghi, sulla quotidianità che lentamente si trasforma in racconto universale. È una narrativa che si prende il tempo di osservare e, proprio per questo, conquista. Il passaggio dal primo al secondo romanzo è evidente anche sul piano della scrittura. Se "A te vicino così dolce" privilegiava una dimensione più lirica e intimista, "Le dirimpettaie" mostra una penna più sicura, più matura, più consapevole del ritmo narrativo.
Le pagine scorrono con leggerezza senza mai risultare superficiali. E ogni capitolo aggiunge un dettaglio, una sfumatura, un elemento che arricchisce la complessità dei personaggi. Ma la giornalista Serena Bortone non scompare mai del tutto, ma compie forse la scelta più intelligente che una scrittrice e uno scrittore possa fare: mette la propria capacità di osservazione al servizio della letteratura, senza trasformare il romanzo in un saggio mascherato. Lo sguardo resta lucido, attento alle dinamiche sociali, alle contraddizioni del presente, alle trasformazioni del mondo femminile, ma tutto viene filtrato attraverso la narrazione e mai attraverso la tesi. Ed è forse questo il pregio maggiore del libro.
"Le dirimpettaie" non pretende di impartire lezioni. Invita piuttosto il lettore ad abitare le vite degli altri, a comprendere che dietro ogni porta chiusa esiste una storia che merita di essere ascoltata. In un'epoca dominata dalla velocità, l’autrice sceglie invece il tempo dell'ascolto, dell'attenzione e della cura. Anche i personaggi femminili rappresentano uno dei punti di forza del romanzo. Sono donne lontane dagli stereotipi, attraversate da contraddizioni autentiche, capaci di essere forti e vulnerabili nello stesso momento. Nessuna viene trasformata in simbolo: tutte restano profondamente umane.
Ma ciò che rende "Le dirimpettaie" un romanzo riuscito è soprattutto la sua capacità di parlare di relazioni. Non soltanto quelle di amicizia o di vicinato, ma il rapporto con il tempo che passa, con le occasioni perdute, con ciò che scegliamo di mostrare agli altri e con quello che, invece, custodiamo dentro di noi. La scrittura in questo romanzo acquista profondità senza perdere leggerezza. È una prosa limpida, raffinata, mai esibita. Sa quando fermarsi, quando suggerire invece di spiegare, quando lasciare che sia il silenzio tra due battute a raccontare più delle parole. È questo, probabilmente, il segno più evidente della maturità di una narratrice, in un romanzo capace raccontare le donne senza retorica, la contemporaneità senza cronaca, la vita senza artifici. Ed è proprio questa autenticità a renderlo una lettura che rimane, ben oltre l'ultima pagina.
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