cultura

"Grande miracolo è l'uomo!"

giovedì 4 giugno 2026
di Mirabilia Orvieto

Medaglia celebrativa di Niccolò Spinelli, 1486

Così, nel 1486, Giovanni Pico della Mirandola si esprimeva nella sua celebre Orazione: “Negli scritti degli Arabi ho letto, Padri venerandi, che nulla scorgeva più splendido dell’uomo. E con questo detto concorda quello famoso di Ermete: Grande miracolo è l’uomo!”. Un uomo che “per l'acume dei sensi, per l'indagine della ragione, per la luce dell’intelletto" poteva “arrogarsi il privilegio di un’ammirazio­ne senza limiti”. Ma le audaci affermazioni del Mirandola sollevarono la disapprovazione delle autorità ecclesiastiche che, ancorate ai vecchi schemi mistici del medioevo, si opposero alle tesi del giovane filosofo, soprannominato “signore di Concordia”; lo stesso papa Innocenzo VIII non esitò a definire come eretiche le sue idee, impedendo di presentarle pubblicamente davanti ai maggiori filosofi e teologi del tempo.

Nel cambiamento epocale dal teocentrismo all’antropocentrismo, il cristianesimo si apprestava a fare il grande salto, ossia passare da una visione trascendente del divino, esaltata nel medioevo dai tanti prodigi eucaristici, a un mondo tutto pervaso dal divino dove risplendeva il valore e la dignità di ogni essere umano, sia nella dimensione individuale che pubblica. Irrompe, nell’Apocalisse di Orvieto, il concetto d’uguaglianza fra tutti gli esseri umani che spazzava via improvvisamente il dominio di una società gerarchica fondata sul potere politico ed economico. Un potere che Signorelli mette in luce nella folla degli Ultimi tempi, nella quale a sostenere l’ascesa politica dell’Anticristo ci sono ricchi e influenti personaggi, più o meno noti, che ostentano nel lusso tutta la loro agiatezza.  


Homo Microcosmus, incisione di Johann Theodor de Bry

Fu proprio il matematico e cardinale Nicolò Cusano a esprimere, in una suggestiva immagine, lo spirito visionario dei nuovi tempi attraverso la rappresentazione geometrica del mondo, a cui Signorelli sembra ispirarsi per dipingere la sua Resurrezione della carne: “La terra è una superficie ricoperta di punti dove ciascun punto è un uomo e ogni uomo, in Cristo, è al centro dell’amore, del pensiero e dell’attenzione di Dio”. Infatti quella sterminata pianura ultraterrena, popolata dalla moltitudine dei corpi dei risorti, diventava il simbolo della società del nuovo mondo teorizzata da quel fiorente movimento culturale che da Firenze si stava espandendo in tutta Europa.

Siamo attorno alla metà del ‘400 quando l’Umanesimo di Ficino, Cusano e Giovanni Pico detto della Mirandola, iniziò a rovesciare quell’idea di mondo che per secoli si era imposta sull’umanità. L’arte ritrovava così la sua funzione iniziatica ed educativa sul senso ultimo dell’esistenza umana che si dischiudeva alla luce di una riunificazione dei saperi e delle fedi. Si trattava della mirabile sapienza che l’Umanesimo seppe trasmettere in tutte le attività umane e che Signorelli interpretò magistralmente, a partire dal piccolo drappello di religiosi posti al centro della scena dell’Anticristo. Sono i “dodici saggi”, ovvero gli “Amici dell’Accademia medicea”, teologi e filosofi, che rimangono impassibili di fronte al terribile caos che li circonda. Essi incarnano la culla di pensiero che si affacciò nel mondo come una nuova Pentecoste dell’umanità. 

Leggendo, scrutando e meditando la sapienza umana e divina, essi stanno edificando la nuova civiltà fondata sull’intelletto e sull’amore. E se, nel giorno di Pentecoste, i discepoli di Cristo uscirono dal cenacolo per scendere nelle strade di Gerusalemme ad annunciare la salvezza, ora, nei giorni più difficili e convulsi della storia umana, e cioè negli ultimi tempi, i “nuovi discepoli” disputeranno pubblicamente a difesa della verità e del bene universale. Una comunità di uomini coraggiosi, segno d’unita e d’uguaglianza, di pace e di fraternità operosa, che combatte in mezzo all’antitetico mondo dell’Anticristo, un mondo immerso nel caos e nella violenza perché guidato dagli istinti animali: qui “la scena contiene una denunzia atroce: su tutto aleggia un’indifferenza sociale assoluta, dei gruppi tra loro, e dei singoli occupati a far denaro, dei violenti prevaricatori sopra tutti i quali domina la fredda efficienza di squadra dei neri soldati occupatori di città”(L.O.Valentini). 


Marsilio Ficino e Niccolò Cusano

In questo resto di vera umanità vive l’utopia dell’Umanesimo cristiano promosso da “uno scelto gruppo di uomini legati insieme da una mutua amicizia, dal comune gusto per la convivialità”(Pico) che si prodiga senza sosta nell’impegno unanime di realizzare sulla terra la “pace filosofica” e “delle religioni”, considerate nel Rinascimento “ornamento dell’universo”(Ficino). Un piccolo “corpo” spirituale e politico perché sarà il germe della nuova umanità, della nuova città degli uomini che non porta con sé alcuna volontà di dominio, ma anelerà alle cose più alte “dal momento che, volendo, è possibile”(Pico della Mirandola). Saranno loro per primi a intravedere la realtà di una umanità “mediatrice” che sposerà la terra al cielo e ai doni superiori della conoscenza. Infatti solo la teologia unita alla sapienza avrebbero potuto donare “la pace invocata, la pace santissima, l’unione indissolubile, l’amicizia concorde, per cui tutti gli uomini non solo si accordano in quell’unica mente che è sopra ogni mente, ma in maniera ineffabile si fondono in un solo”(De hominis dignitate). 

Una visione d’umanità così rivoluzionaria per la società di quel tempo che Signorelli non esitò a rappresentare, con la sua inimitabile genialità artistica,  nella Resurrezione della carne. Qui, a sinistra della scena, poco lontano dalla fila di scheletri animati che attendono di ricomporsi nella carne, appaiono tre risorti che si abbracciano teneramente, stretti da un legame indissolubile e sublime. Ecco raffigurata l’atto finale del progressivo cammino esistenziale della civiltà verso la sua completezza, quella della mente e dell’animo, coincidente con la maturità spirituale e intellettiva dell’intero genere umano che subito si traduce nel raggiungimento di una piena armonia. 


Resurrezione della carne, particolare

Il richiamo va inevitabilmente all’immagine delle “Tre Grazie” ereditata dal mondo classico, simbolo di “bellezza, amore e perfetta convivialità”, che Signorelli mise in scena in modo spettacolare e rigoroso nella sua Apocalisse. È il concetto stesso di “amicizia”, e cioè quella comunione profonda che riflette i legami esistenti in natura tra le diverse parti dell’universo. In essa risplende l’amore perfetto, quello di Cristo, che tutto dà senza chiedere nulla in cambio. Un amore “dai piedi alati” che rende gli uomini dei “corpi leggeri”, poiché rimanendo “in questo siffatto amore, godremo finalmente della pace desiderata: amicizia unanime, per cui tutte le anime in un certo qual modo ineffabile, raggiungano nel profondo l’uno”(Ficino).

È la visione secondo cui solo la “salute dell’anima”(Platone) farà coincidere il bene del singolo con quello comune, quando cioè la virtù riesce a comandare sui bassi istinti ferini privi d’ogni direzione e guida. In questa lotta esistenziale o si vince sul male o ci si lascia vincere dal male, abbandonandosi alla forza e alla violenza delle passioni che sovvertendo ogni legge, ordine e moralità, mirano invece a ottenere l’egemonia sul mondo a spese del più debole. Un istinto selvaggio e incontrollato che quando prende il sopravvento -affermava il filosofo siciliano Empedocle(ritratto proprio sotto il Finimondo)- costringe gli uomini a trovarsi in balìa di quegli “umori corporali” che producono un eccesso di bile nera; così come avveniva nei bellicosi Centauri, ovvero quelle creature mitologiche, per metà uomini e per metà bestie, le quali ebbri di vino seminavano disordine e distruzione sottomettendo le civiltà più prospere e pacifiche. 


Dante nel Purgatorio, Cappella Nuova

I dodici umanisti di Signorelli sono quindi gli unici testimoni sulla terra dell’amore vicendevole e dell’armonia che prevale sul desiderio di dominio, della compassione e della comunione fraterna che si erge sulla sopraffazione, della speranza che supera la paura. Una condizione favorevole che non è frutto di una buona natura o del destino o di altre influenze attribuite a Dio, ma è dovuta solamente all’arbitrio dell’uomo che Dante definì, nella sua Commedia, “libero, diritto e sano” (Purgatorio, Canto XXVII, 140).

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