Al Ridotto del Mancinelli la leggenda del tango narrata da Riccardo Cambri

Come annunciato al Ridotto del Teatro Mancinelli di Orvieto è andato in scena domenica 19 aprile, in due turni (pomeridiano e serale), "Milonga del Ángel", definito racconto musicale dal suo vulcanico ideatore, l’affermato pianista Riccardo Cambri. Definizione, quella di racconto musicale, che sembra alquanto riduttiva, data l’ampiezza di respiro, la tematica e soprattutto la fantasmagoria vista ed ascoltata su un piano d’azione dilatato verso l’alto fino alle vertiginose balaustre del quarto piano dello teatro, in cui un violino e una voce recitante hanno aperto lo spettacolo dialogando con il pubblico da un’altezza irreale, riflesso della distanza temporale con l’inizio della storia stessa.
Il Maestro non si è limitato a rappresentare il tango, ma ne ha rielaboraro l’essenza elevandola a un livello di profonda spiritualità e consapevolezza artistica. Il risultato è un viaggio che trascende il tempo e la semplice dimensione musicale, capace di toccare intimamente il pubblico e restituire il tango come forma viva del pensiero musicale. "Ho voluto rappresentare quella che è per me l’essenza del Tango" conferma Cambri, regista, arrangiatore ma anche pianista e fisarmonicista in scena, nonché anima dell’intensa pièce.
"Non un semplice ballo, affascinante e sensuale, ma espressione artistica intrisa di magia, capace di calamitare schiere di appassionati. Ho voluto andare oltre: capire l’evidenza del fenomeno, scavando nel tempo e nella storia per dare luce alle sue origini. In questo lavoro di archeologia musicale e sociologica mi è stato di grande aiuto Alberto Romizi, mio ex allievo e drammaturgo-attore. Lui, col proprio registro poetico, drammatico e leggero al tempo stesso, ha saputo raccontare attraverso i suoi testi originali le complesse vicende del Tango, elaborando un agile copione dove le emozioni parlano al cuore, senza filtri e sulle ali della musica. Alberto ha compreso appieno il mio desiderio di trovare nella storia stessa del Tango e dei suoi protagonisti un percorso di spiritualità, in grado di condurci dalla perdita alla luce".
Sulla scena abbiamo visto, oltre al Maestro Dino Graziani, suo brillante collega violinista col quale intrattiene da molti anni una feconda collaborazione artistica, e alla meravigliosa Francesca Bruni, soprano da lei ingaggiata frequentemente, suoi allievi musicisti, anche particolarmente giovani (Luisa Casasole e Amane Ada Brugnera), e - con una certa sorpresa - un attore emblematico del teatro nazionale come Edoardo Siravo, oltre allo stesso Alberto Romizi. Quali le ragioni per la scelta di un cast così variegato e particolare?
"Ho deciso di raccontare le vicende del Tango attraverso due voci, quella di Carlos Gardel, che ne rappresenta la nascita e l’evoluzione percorrendo i brani della classicità, e quella del rivoluzionario Astor Piazzolla, che lo ha rinnovato decisamente nella struttura e nelle intenzioni, per restituire al mondo una versione nobile e cristallizzata dell’antica danza. È stato naturale affidare la complessa figura di Piazzolla all’immenso Siravo, il quale non solo ha scavato il personaggio nelle più intime pieghe ma ha saputo descriverne il travagliato percorso spirituale come solo un attore del suo rango poteva fare. Alberto Romizi, mio prezioso riferimento personale, ha saputo interpretare perfettamente la figura di Gardel, avendone già delineato sulla carta il carismatico carattere. Impiegare nei miei progetti dei giovani musicisti, per altro miei studenti, lo considero sia un dovere didattico che una risorsa espressiva; la loro presenza ha garantito quello slancio naturale che ha contaminato il risultato finale d’irresistibile freschezza. Mi ritengo molto fortunato a poter attingere ad un bacino di colleghi ed amici di tale bravura e disponibilità, per i quali nutro altissimo rispetto".
Il traboccante pubblico ha decretato un trionfale successo alle due rappresentazioni, tributando scroscianti applausi a tutti i protagonisti. In particolare, ha destato viva ammirazione il suo virtuosismo tecnico nel destreggiarsi con rara abilità sia al pianoforte che alla fisarmonica. La sua figura artistica è legata strettamente allo strumento a coda, ancora in pochi sanno che lei è pure un fisarmonicista di ottimo calibro. Quale è il suo rapporto con questi strumenti?
"La fisarmonica è il tramite col quale mia madre, che non ringrazierò mai abbastanza per aver intuito - ancor prima di me - quale potesse essere il mio futuro, mi mise in mano la musica, quando avevo appena compiuto tre anni. Rappresenta il primo amore e, in un certo qual modo, la mia natura più autentica. Il pianoforte è una scelta successiva, consapevole e determinata, alla quale devo totalmente la mia evoluzione culturale e intellettuale. Ho tenuto ben lontani fra loro i due strumenti, nella prima parte della mia vita. Ora, in età pienamente matura, sono diventati complementari alla mia essenza spirituale. Come se le anime di Chopin e Piazzolla, immagino quanto questa affermazione farà inorridire gli accademici, si tenessero per mano, con deferenza e lealtà, mentre percorrono assieme il sentiero della creatività".
Foto: James H. Willetts
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