Sempre accesi, fino a bruciarsi

Nel suo nuovo libro Stress e Burnout, lo psicologo Roberto Ausilio smonta una delle bugie più tossiche del nostro tempo: non è vero che per riuscire bisogna consumarsi.
Questa mattina ho incontrato nel suo studio Roberto Ausilio. Libri ovunque, fascicoli aperti, carte sovrapposte, appunti che affiorano dalla scrivania come se ogni foglio custodisse un caso, una domanda, un passaggio ancora vivo. Non è il caos di chi accumula: è il paesaggio concreto di chi lavora davvero dentro ciò che pensa. Ausilio accoglie con disponibilità, ma ciò che colpisce subito è altro: ha un’energia mentale contagiosa. Parla con slancio, tiene insieme piani diversi, rilancia immagini, non si rifugia nelle formule. Sembra un fiume in piena, ma sa dove andare. E si capisce presto che Stress e Burnout non nasce per cavalcare una parola di moda: nasce da vent’anni di esperienza clinica e da una domanda secca, quasi scomoda. Quanto ci stiamo danneggiando mentre continuiamo a chiamare tutto questo normalità?
Gli chiedo quando avvenga il passaggio decisivo: quando lo stress smette di essere una condizione fisiologica e diventa un collasso silenzioso. La risposta rifiuta subito ogni semplificazione. Non esiste una soglia identica per tutti, un momento preciso in cui si possa dire: da qui in poi è burnout. Il punto, semmai, è un altro: quasi sempre ce ne accorgiamo tardi. Non arriva con fragore, né annuncia il proprio ingresso. Si accumula. Si annida nelle pieghe della quotidianità. Lavora sottotraccia mentre continui a fare tutto, a rispondere, a produrre, a reggere. Poi, a un certo punto, il corpo presenta il conto.
I segnali, spiega l’autore, arrivano molto prima dello stato di esaurimento: mal di testa, insonnia, stanchezza persistente, irritabilità, ansia, ruminazione mentale, difficoltà a staccare. Lo stress non inventa le patologie, ma può amplificare i disagi e logorare, nel tempo, le risorse psicofisiche. Per questo il corpo parla prima di noi.
A un certo punto ricorre a un’immagine semplice e potentissima. È come un’automobile con le spie sul cruscotto: se funzionano, ti avvertono che qualcosa non va; se le ignori, o non sai leggerle, la macchina prima o poi si ferma. Il burnout, in fondo, sta tutto qui: nella pretesa di andare avanti anche quando, dentro di noi, esistono già segnali inequivocabili. Per Roberto non si tratta solo di una questione individuale: tutto nasce dall’intreccio tra fragilità personali e contesti lavorativi malati. Perché i vincoli dell’ambiente esterno, col tempo, vengono interiorizzati e si trasformano in dispositivi di pressione soggettiva.
Ne consegue che sarebbe superficiale attribuire ogni responsabilità all’individuo. Ma sarebbe altrettanto comodo assolverlo del tutto. Esistono contesti professionali che consumano: organizzazioni tossiche, comunicazioni opache, carichi ingestibili, burocrazia fuori controllo, precarietà, assenza di confini, richiesta di reperibilità continua. Vi sono, però, anche fattori interiori che trasformano la fatica in una trappola: perfezionismo esasperato, bisogno costante di approvazione, incapacità di fermarsi, identificazione totale tra valore personale e prestazione. Quando un sistema malato si salda con l’autosfruttamento, prende forma il terreno ideale per il logoramento.
Il discorso, inevitabilmente, si allarga alla società della prestazione. È difficile non pensarci. Viviamo in un tempo in cui essere stanchi è diventato quasi normale e dichiararsi esausti suona persino come una prova di serietà. Se oggi chiedessimo a dieci persone “come stai?”, nove risponderebbero più o meno allo stesso modo: sempre di corsa. Ausilio lo dice con nettezza clinica: uno dei sintomi più comuni dello stress e dell’esaurimento è la stanchezza cronica. Ma la cosa più impressionante è un’altra: molte persone non sanno più recuperare. Dormono, ma non riposano. Si fermano, ma non si rigenerano. Provano a staccare, ma vivono la pausa come un senso di colpa. È qui che il problema smette di essere soltanto sanitario o professionale e diventa una questione di civiltà.
Abbiamo costruito un modello nel quale l’allerta continua viene scambiata per dedizione, la saturazione per efficienza, lo sfinimento per impegno. Intanto perdiamo i confini. Non distinguiamo più tra intensità e sovraccarico, tra desiderio e auto-coazione, tra lavoro ben fatto e sacrificio sterile. Ed è proprio qui che il libro di Roberto Ausilio trova il suo punto più interessante: non propone una retorica anti-lavoro, non predica fughe esotiche dalla realtà, non offre consolazioni facili. Propone, piuttosto, una correzione di rotta.
Il Metodo GreenStress è il cuore operativo del libro: non promette di cancellare lo stress, ma di distinguerne le forme. C’è il Red Stress, che logora, e il GreenStress, che orienta e sostiene l’azione in modo sostenibile. La distinzione è semplice, ma coglie il punto essenziale. Il problema non è vivere senza tensione, come in una sorta di anestesia esistenziale. Il rischio è trasformare tutta la vita in una febbre permanente.
L’acronimo, a questo punto, va letto fino in fondo. La G sta per Goal Reset: ritrovare direzione e confini, recuperare una visione d’insieme, rimettere a fuoco gli obiettivi generali della propria vita. Perché si può correre moltissimo anche nella direzione sbagliata, e allora perfino l’efficienza diventa dispersione ben organizzata.
La R rimanda a rilassamento e respirazione: due pratiche concrete, corporee, essenziali per interrompere il circuito dell’iperattivazione continua. Poi arrivano le due E, che danno spessore al metodo. La prima è l’elaborazione: significa attraversare e nominare ciò che ha ferito, soprattutto i vissuti traumatici, sottraendoli alla confusione o alla rimozione. La seconda è l’energia: significa imparare a custodire e rigenerare le proprie risorse psichiche e fisiche, senza ridursi a serbatoi sempre aperti e mai riforniti. Infine c’è la N di natura.
E qui Ausilio insiste su un punto troppo spesso liquidato come un vezzo da benessere: ci siamo sganciati dallo stato di natura più di quanto immaginiamo, e ne stiamo pagando il prezzo. Anche dieci minuti trascorsi al sole, all’aria aperta, a contatto con la terra, ricorda, hanno un valore enorme sul piano del riequilibrio psicofisico. Non è folklore: è fisiologia, è salute, è ricomposizione.
Ma la parte più tagliente del nostro scambio arriva quando gli chiedo quale sia la menzogna più pericolosa che continuiamo a raccontarci su stress, prestazione e successo. La risposta è secca: l’idea più tossica è pensare che tutto questo sia inevitabile. Che stress cronico e burnout siano il prezzo da pagare per riuscire. Che, per avere successo, ci si debba, in fondo, distruggere un po’. È una frase che lascia il segno perché fotografa un’intera antropologia malata. Come se lo schianto a quarant’anni fosse il pedaggio normale della carriera. Come se l’infarto, il vuoto interiore, il logoramento affettivo rientrassero nel pacchetto.
Lo psicologo non demonizza la performance. E fa bene. La performance, in sé, non è il nemico. Il problema nasce quando la trasformiamo in un assoluto e la interpretiamo secondo una versione caricaturale e feroce, come se, per rendere di più, dovessimo per forza massacrarci. Qui il suo ragionamento si fa persino culturale: occorrerebbe rimettere l’uomo al centro. Tornare a una misura più umana, non meno ambiziosa, ma meno ottusa. Non si tratta di fuggire alle Maldive per sottrarsi alla vita. Si tratta di lavorare meglio, vivere meglio, rendere meglio, ma in modo equilibrato e sensato. Fare in modo che ciò che fai non ti svuoti, ma ti ricarichi. Che non ti consumi, ma ti strutturi.
Ed è forse proprio questo il punto che rende Stress e Burnout un libro utile, e utile adesso. Perché non si limita a registrare un malessere diffuso. Prova a nominare il meccanismo che lo produce. E soprattutto rifiuta la frase più usata per zittire ogni allarme: “è normale così”. No, sembra dirci Roberto Ausilio. Non è normale vivere accesi fino a bruciarsi. Non è normale lavorare fino a svuotarsi. Non è normale chiamare successo ciò che ci sta togliendo la salute, il sonno e il senso.
Quando esco dal suo studio, con quella sua energia ancora addosso e con l’impressione nitida di aver parlato con qualcuno che non separa la clinica dalla vita vera, mi resta una convinzione semplice: non è il cedimento dei fragili. È il collasso degli infaticabili. Ed è proprio per questo che va riconosciuto per tempo.
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