cultura

Le Rose di Rocca Ripesena, il Parnaso orvietano

domenica 1 giugno 2025
di Raffaele Davanzo

A Rocca Ripesena si sta realizzando il grande obiettivo di confermare le rose come simbolo universale di bellezza e di gentilezza, nell'amicizia e nella Pace. Come finisce "Il Nome della Rosa?". Fa freddo nello scriptorium, il pollice mi duole. Lascio questa scrittura, non so per chi, non so più intorno a che cosa: Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. È l'ultima riga del romanzo di Umberto Eco. Parla Adso, il pupillo di Guglielmo di Baskerville. La rosa antica esiste solo nel nome, noi possediamo solo nudi nomi. È una citazione dal poema latino De contemptu mundi (Il disprezzo del mondo) di Bernardo di Cluny: ciò che è stato, ciò che aveva un significato importante, ora è solo un ricordo, un concetto astratto, un mero nome.

Infatti della conoscenza, dei libri (come il secondo libro della Poetica di Aristotele, la perduta Commedia), dei misteri del passato, sono rimasti solo i nomi, i ricordi: perché la verità si è persa nel tempo. La frase originale di Bernardo, come riconobbe poi lo stesso Eco, aveva probabilmente Roma al posto di Rosa. Ma vogliamo mettere il fortissimo valore poetico dell'usare la rosa come elemento pristino, primigenio, come riferimento all'idea platonica, quella che sta nell'iperuranio e su cui si modellano tutte le rose? Allora, della rosa rimarrebbe solo il nudo nome? E come sarebbe il mondo senza la bellezza della rosa? Quindi, è meglio dire con Shakespeare (Romeo e Giulietta, Atto II: parla Giulietta): 
Oh Romeo, perché non porti un altro nome?
Ma poi, che cos'è un nome?
Forse che quella che chiamiamo rosa
cesserebbe d'avere il suo profumo
se la chiamassimo con altro nome? 

Immergiamoci nelle suggestioni che ci comunica la rosa pristina: è il primo nome che fin dagli scolari di Roma antica si impara come esempio della prima declinazione latina: Rosa rosae (come in greco Musa musas). Per fare un riferimento alla musica (esistono centinaia di canzoni sulla rosa) segnalo quella di Francesco De Gregori dal titolo appunto Rosa rosae che si conclude così: Rosa d’amore padrona / Punisci e perdona / Non chiuderti mai / Rosa d’amore signora / Digiuna e divora / Non perdermi mai. 

Rosa pristina: una delle primissime composizioni della letteratura italiana, una ventina d'anni dopo il Cantico delle Creature di Francesco d'Assisi, è il contrasto amoroso di Cielo d’Alcamo noto per il suo primo verso Fresca rosa aulentissima: è in volgare siciliano, ed è composizione ritenuta letterariamente valida da Dante Alighieri che la inserisce tra i capisaldi della nuova lingua nel suo De vulgari eloquentia. 

Ancora: la rosa primigenia, la rosa pristina, ha cinque petali, ed è la capostipite della maggior parte delle rose che noi oggi conosciamo, quelle con tantissimi petali. Perché per ibridazione, sia spontanea che voluta dall'uomo, man mano è aumentato sempre più il numero di petali. Tra gli operatori che hanno realizzato queste ibridazioni emergono alcuni famosi rodologi. Il faber delle rose di Rocca Ripesena è il Maestro Walter Branchi, che oltre ad essere un innovatore nella Musica, ha scelto di essere un rodologo perché le regole essenzialmente matematiche della Musica le possiamo ritrovare nella immensa classificazione delle nostre rose: il che risponde anche alle leggi della genetica, oltre che a quelle della poesia.

Tutte le rose che ammiriamo alla Rocca sono corredate da didascalie che ci rammentano quei rodologi che hanno compiuto un'operazione artistica, perché hanno creato qualcosa di nuovo, quasi con uno spirito divino: natura naturans da una parte e natura naturata dall’altra. Cioè il frutto della creazione divina da una parte, e dell'Uomo dall'altra, altrettanto preziosa come riconobbe per primo Tommaso d'Aquino. 

Riflettiamo sulla nostra rosa primigenia (pristina) di 5 petali. Il numero 5 nell'uomo e in molti altri esseri viventi non è comunissimo: di solito sono i numeri 1 e 2 a rappresentare le quantità di organi più o meno visibili (occhi orecchie braccia seni gambe polmoni ecc.). Ma 5 è il numero delle dita di una mano e lo ritroviamo anche nel numero dei denti definitivi di un essere umano che è di 32 (32 è la quinta potenza di 2). Il numero cinque è anche un numero della serie del Fibonacci, essendo la somma dei due precedenti (2 e 3). La serie di Fibonacci spiega tante cose naturali, ed il rapporto tra due numeri successivi della serie ha come limite la sezione aurea, il numero 1,618 che contiene proprio la radice quadrata di 5. Il rettangolo aureo, con lati 1 e 1,618 è la più classica delle rappresentazioni perfette, come ad esempio accade nel fronte del Partenone (1,618 infatti è anche chiamato col nome della lettera greca Φ – Phi -, l’iniziale di Fidia, il creatore del Partenone).

È un numero particolare perché le sue potenze hanno la parte decimale sempre uguale, e la parte intera è uguale al numero in esponente. Ricordiamo anche che 5 erano gli elementi i primigeni, pristini. Questo perché oltre ai quattro che noi ancora oggi conosciamo (acqua fuoco aria e terra) vi era incluso anche l’etere, ipotetica sostanza rarefatta e imponderabile che fino alla fine dell'Ottocento fu ritenuta essere il mezzo in cui si propaga la luce. E aveva un compito importante, perché permetteva di poter pensare all'Universo come a una serie di sfere concentriche, ognuna relativa a un pianeta, dando così forma al suo ruotare. È il principio tolemaico seguito nel medioevo, e anche da Dante. Il Paradiso dantesco si organizza al centro con la Rosa mistica, il luogo a forma di anfiteatro di luce dove sono disposti i beati, vestiti solo di luce come simbolo di perfezione divina. 

Quindi, riflettendo sul numero 5, lo possiamo riconoscere come una delle principali basi della possibilità di moltiplicazione proprio nel rapporto natura naturans e natura naturata che vediamo in tutte le magnifiche rose della Rocca. Sabato 31 maggio gli alunni di alcune classi del Liceo Artistico di Orvieto, sotto la guida di Michela Mollia (musicista, pianista, rodologa) si sono ispirati alla meraviglia delle rose fotografandole, disegnandole e descrivendole: con tanto entusiasmo, coinvolti tutti nella mission di capirle! Il parco delle Rose di Rocca Ripesena è davvero una sorta di Parnaso, dove le Muse, patrone di tante discipline, si incontrano e si completano a vicenda! 

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