cultura

Angela Torri "Anin". La lezione delle donne della Carnia durante il primo conflitto mondiale

domenica 28 novembre 2021
di Ornella Cioni

"Anin" (“Andiamo” in friulano) di Angela Torri è un breve romanzo storico che illumina un evento di storia locale  inserito nella Grande Guerra con le sue contraddizioni e la sua complessità. I fatti si svolgono in Carnia, nella difficile situazione di ritardo in cui l’Italia si venne a trovare all’indomani del patto di Londra con cui si schierava al fianco dell’Intesa.  L’esercito si trovò ben presto a doversi confrontare sulla linea di confine con l’Austria che prontamente, già prima della dichiarazione di guerra, aveva occupato le posizioni più favorevoli e approntato i punti strategici per la difesa del territorio e per l’allestimento delle retrovie.

La situazione si fece particolarmente grave al passo di Monte Croce Carnico dove la possibilità di  sfondamento da parte del nemico avrebbe significato il dilagare degli austro - ungarici sulla valle e poi in tutta Italia. La grave emergenza rese necessario il reclutamento dei civili sia per costruire il sistema di difesa e dei collegamenti sia soprattutto per rifornire di viveri, armi e munizioni i soldati al fronte. Poiché non si potevano distogliere uomini dal fronte vennero chiamate le donne a diventare “portatrici” dietro un compenso giornaliero.

Le donne si stupirono di essere coinvolte e di ricevere un compenso, ma l’ Alto Comando conosceva bene la storia di quando, essendo gli uomini per lo più emigrati per trovare lavoro, erano le donne - guida nell’Ottocento a sostenere le spedizioni degli alpinisti che venivano dalla città. Saranno ora le donne con gerle di quaranta chili, con spallacci di legno di nocciolo, con ai piedi gli scarpetz, calzature di pezza abilmente cucite dalle più anziane o zoccoli d’estate, ad affrontare i rischi della salita in quei luoghi impervi, fin là dove non c’erano più nemmeno i sentieri e dove talvolta nemmeno i muli riuscivano ad arrampicarsi, rischiando i colpi dei cecchini o i cannoneggiamenti.

Ma è tutta una comunità di donne, anziani e bambini ad essere chiamata a sostenere una guerra non sempre capita, tuttavia nessuno se la sente di abbandonare quegli uomini, spesso i loro uomini, che combattono in montagna. Le donne accettano prontamente il compito che viene loro assegnato, il loro ancestrale senso di protezione della vita le porta a vedere con più chiarezza le conseguenze della violenza bellica, ma è anche il senso pratico, l’abitudine alla fatica e a risolvere i problemi, per quanto duri, della gente di montagna che dà forza e capacità di reazione a tutte loro e alla comunità.

Le donne sono anche sostenute da “un senso di inclusione e la percezione del proprio valore insieme alle altre”,  un nuovo sentimento di sorellanza si diffonde tra loro che si conoscono da sempre, ma sono ora chiamate alla condivisione di un’esperienza che le porta in qualche modo fuori dagli schemi prestabiliti nella comunità. Trovano coraggio nelle parole di incitamento della più anziana di loro, Caterina, una donna di cinquant’anni pronta a salire in montagna: “Anin, senò chei biadaz ai murin encje di fan!” (Andiamo, altrimenti quei giovani moriranno anche di fame!).

Ed è sempre Caterina che insegna alle ragazze come si affronta il dolore, ricordando le parole di sua nonna: “Una volta, in uno dei tanti momenti difficili della mia vita, chiesi alla nonna come si affrontasse il dolore, e volete sapere cosa mi rispose? Con le mani … Le mani … se le fai muovere cucendo, cucinando, se le sprofondi nella terra, loro portano via il dolore dall’anima. Si dice che tutto quello che è fatto con le mani è fatto con il cuore, e allora avete ancora qualche dubbio che Isabella e le nostre madri antiche ci riusciranno? Provate solo ad immaginare a quanti dolori sono scampate. Facendo quegli scarpetz per noi calmeranno la pena che hanno nel cuore, come noi lo faremo aiutando quei poveracci al fronte”.

Per dare spessore alla trama l’autrice segue la vicenda del villaggio e delle portatrici attraverso i personaggi di Giuseppe, anziano ma energico vedovo e delle sue figlie: la solare Elisabetta, giovane sposa di guerra e la pensosa e sognatrice Lucia. Ci sono Ghita e Angelo, nipotini di Elisabetta, che rappresentano lo sguardo dei bambini sulla guerra. C’è il Pre Florio, luminosa figura di pastore del villaggio, che trascina e affianca la comunità di Timau con la sua energia e il suo coraggio. L’occhio critico sulla guerra e sulle deficienze degli alti comandi e della loro gestione è rappresentato attraverso Emanuele, studente di Lettere, catapultato nella guerra, che si innamorerà poi di Lucia.

Ancora una volta sarà nell’amore che troverà alimento la speranza di un ritorno alla bellezza e alla pace: “Quando i piccoli uomini avranno chiuso la loro partita, le montagne faranno crollare con quel ritmo, che solo a noi effimeri sembra lento, le gallerie dove la paura si rintanò e richiuderanno i morti nel segreto di tombe di ghiaccio. E i fiori torneranno … La bellezza tornerà”. Un ritorno alla pace in cui la natura riprenderà il suo ruolo lento e silenzioso di ricostruzione di quanto distrutto dagli uomini, i quali non saranno altrettanto in grado di rinnovarsi nel dopoguerra, di riconoscere alle donne l’importanza del loro impegno.

Come sottolinea Linda Cottino nella prefazione, una volta finito il conflitto le donne  furono rigettate nell’anonimato del recinto domestico, prive della possibilità di esprimere la propria soggettività nel lavoro, nella vita civile e politica. Lo stesso avverrà, nonostante una partecipazione più ampia e diffusa, per le donne alla Resistenza e saranno necessarie le lotte degli anni Sessanta e Settanta perché qualcosa cambi e soprattutto perché le donne imparino ciò che è chiaro oggi, che non debbono smettere di lottare e che anche i diritti ottenuti vanno difesi. Il libro evocativo e stimolante di Angela Torri ci restituisce una memoria preziosa  e necessaria.

L’autrice ha esordito nel 2020 con “Ricciaspersa”, raccolta di racconti edita da Letteratura Alternativa Edizioni, “Anin”, Gruppo Albatros – Il Filo 2021, è il suo primo romanzo.



Il libro sarà presentato ad Orvieto da Angela Torri giovedì 2 dicembre, alle 18 nella Sala Cittaslow di Palazzo dei Sette. Converseranno con l’autrice Barbara Carnelutti, presidente dell’Associazione Amici delle Alpi Carniche e lo storico Marco Venanzi. Introduce Pier Giorgio Oliveti, segretario generale di Cittaslow. Durante la serata Ornella Cioni e Loretta Fuccello dell’Associazione Culturale "Il Filo di Eloisa" si alterneranno nella lettura di brani tratti dal libro. La serata è organizzata da Cittaslow International e Associazione Stefano Zavka, con il patrocinio di Comune di Orvieto, Cantiere Orvieto, Il Filo di Eloisa, Club Alpino Italiano – Sezione di Orvieto, in collaborazione con il Museo della Grande Guerra di Timau (UD) e il Gruppo Albatros – Il Filo.