cultura

Nel Segno del Miracolo

sabato 5 giugno 2021
di Mirabilia Orvieto

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Il reliquiario di Ugolino di Vieri, dalla forma tricuspidale come quella della facciata del duomo di Orvieto, non venne realizzato solo per onorare il segno del Miracolo ma per diventare la più grande catechesi possibile sull’eucarestia, che dal cuore della cattedrale si irradiasse intutta la cristianità.

Mentre profondi dubbi tormentavano la chiesa del Medio Evo, sempre più ossessionata dalla ricerca di Dio e della salvezza, cresceva negli animi la fede nei miracoli e nelle ‘sacre reliquie’ a cui era affidato il compito di testimoniare il divino nel mondo.

In quel tempo il lino insanguinato di Bolsena divenne la prova tangibile della verità racchiusa nel mistero eucaristico che, già due secoli prima, nel Concilio di Roma del 1059, la chiesa definì come il vero corpo di Cristo ‘sostanzialmente presente’ nell’ostia e distribuito dalle mani del celebrante per essere ‘triturato dai denti dei fedeli’.

Il santissimo Corporale, posto nel suo maestoso Tabernacolo, rendeva perciò visibili più dei sermoni quelle realtà invisibili nascoste nelle specie eucaristiche da cui scaturiva tutto il potere, la grazia e l’energia racchiusi nel corpo e nel sangue del Signore. 

Costruita appositamente per custodire il segno divino, la cappella era il luogo privilegiato dove la comunità cristiana si riuniva in preghiera per celebrare gli ultimi istanti della vita di Cristo, resi ancora più vivi dalla presenzadella reliquia che creava una profonda unità tra la Passione di Cristo e il Miracolo di Bolsena, unità che veniva anche celebrata dal reliquiario di Ugolino di Vieri.

Nelle formelle rettangolari che rivestono la preziosa teca, ricoperta di oro, argento e smalti, sono incise infatti, in un’unica grande storia in miniatura, tutte le tappe del prodigio di Bolsena e della Settimana Santa. Il racconto inizia con la messa del sacerdote dubbioso, Pietro da Praga, e prosegue con il viaggio delle ‘reliquie’ portate in processione da Bolsena fino a Orvieto, sede del papa Urbano IV, Patriarca di Gerusalemme.

Quel giorno era Cristo stesso che si incamminava attraverso l’ostia e il lino insanguinati verso l’antica Rupe, e a fargli incontro furono il papa, i sacerdoti, i religiosi e tutta la popolazione che lo attendeva a ponte di Rio Chiaro; come in una ‘seconda Passione’, il Figlio di Dio faceva allora il suo ingresso nella città di Orvieto, la nuova Gerusalemme, accolto devotamente dagli orvietani che contemplarono “con lacrime liete e letizia nel pianto”, il segno della presenza di Cristo nell’eucarestia.

E dopo l’entrata simbolica di Cristo nella città, così come fecero gli apostoli al tempo di Gesù, la chiesa di Orvieto preparò al Signore la santa Pasqua, cioè la prima festa del Corpus Domini, dove tutti fecero solenne memoria dell’Ultima Cena quando il Figlio di Dio prese il pane e il calice del vino dicendo: “Se qualcuno avrà mangiato di questo pane vivrà in eterno, perché la mia carne è veramente cibo e il mio sangue è veramente bevanda”(Gv 6,56).

Davanti al miracolo di Bolsena, lo spirito e la mente potevano allora immergersi nei ‘simboli’ della Passione che attraverso gesti, parole, oggetti liturgici e immagini facevano rivivere ai fedeli tutto il mistero della Redenzione: dal sacrificio sul Golgota, rappresentato nella scena della Crocifissione, al corpo di Cristo nel sepolcro, simboleggiato dall’ostia deposta sull’altare; dalla pietra che chiudeva la tomba di Gesù, rappresentata dalla patena sul calice eucaristico, al vaso di Giuseppe d’Arimatea, raffigurato nella scena della Deposizione, fino al sudario che avvolse il corpo del Signore, simboleggiato dal Corporale custodito nel reliquiario, tutto doveva rendere profondamente vivo il mistero della Redenzione dimostrando che il sangue zampillante dall’ostia di Bolsena era lo stesso di quello “sgorgato dall’immacolato fianco trafitto e preziosamente colato dalle mani e dai piedi del Signore”.

Nella scena della Deposizione, situata dietro l’altare, appaiono Nicodemo, Maria, le donne e l’apostolo Giovanni che si prendono cura del corpo di Gesù tra la commozione e le lacrime. Tra di essi si intravede, sullo sfondo, la figura di Giuseppe d’Arimatea con un ‘vaso’ tra le mani, mentre sembra ricevere dall’alto l’ispirazione di raccogliere il sangue della Passione. Nella famosa leggenda del Graal, scritta verso la fine del XII secolo da Robert de Boron(Joseph d’Arimathie o Roman de l’Estoire dou Graal), si narra che il discepolo del vangelo, dopo aver custodito il sangue della Redenzione dentro il calice dell’Ultima Cena, fu scelto da Cristo risorto per ricevere la rivelazione sul mistero del “Corpo venerabile e vivificante del Signore e della divinità che risiede inseparabilmente in lui”.

Il gesto di Giuseppe d’Arimatea, tramandato dai testi apocrifi, sottolinea che all’epoca della realizzazione degli affreschi(1357-64) si era già affermata nell’immaginario della cristianità la convinzione dell’esistenza di una ‘coppa’, simbolo dell’eucarestia, dove era conservato il sangue della Passione. Una coppa, dunque, che nel Medio Evo alimentò la fantasia popolare dell’esistenza del Graal che possedeva il più grande potere sulla terra, quello cioè della vita eterna, dato a coloro che fossero entrati in possesso del sacro oggetto.

Ma il calice dell’immortalità trasmesso alla sua discendenza discendenza da Giuseppe d’Arimatea, buon chierico e saggio eremita, ammaestrato da “l’insegnamento dello Spirito Santo e dell’Angelo”, venne perduto e da allora nacque l’epopea della ricerca del Graal il cui ritrovamento avrebbe ridato al mondo la salvezza. Fu così che la Storia biblica andò di pari passo con quella della Leggenda e questa unità trovò la sua mirabile sintesi nella suggestiva figura del cavaliere dell’Apocalisse, raffigurato proprio all’ingresso della cappella.

Qui, in una mistica compenetrazione tra Rivelazione e Leggenda, tra Bibbia e Letteratura, si trova l’immagine di un cavaliere crociato, simbolo del perfetto cristiano, che avanza armato di certezza e coraggio. Nell’affresco l’eroico personaggio ha lo sguardo fisso suun’Ostia coperta da una nube a significare che il segreto dell’eucarestia e, quindi del suo potere, dovrà essere ancora svelato.

Ecco perché accanto a lui appaiono le figure dei Padri della chiesa, l’apostolo Paolo, Sant’Agostino e san Tommaso i quali invitano i credenti a ricevere, con il corpo di Cristo, anche la conoscenza del mistero eucaristico, profetizzato da Abramo, Elia e Mosè nelle scene della volta sopra l’altare, conoscenza che avrebbe allontanato i credenti dal peccato dell’ignoranza da cui scaturisce il dubbio della fede. Fu proprio l’ignoranza che impedì al leggendario Perceval, il quale dedicò tutta la sua vita alla ricerca del Graal, di concludere con successo la sua impresa.

Nella leggenda l’impavido cavaliere, arrivando alla dimora del Re Pescatore, assistette per puro caso ad una meravigliosa processione nella cappella del castello dove gli apparve una ‘coppa’ d’oro, splendente di luce e incastonata di gemme, insieme a un piatto d’argento. Alla fine del racconto, la mitica coppa purtroppo scomparve e un eremita spiegò a Perceval che il suo peccato era stato quello di non aver chiesto il significato di quanto ebbe la fortuna di vedere, perdendo così l’occasione di venire in possesso del segreto del Graal.

Entrare nella cappella del Corporale significava allora non fermarsi al “discorso elementare su Cristo”, ma crescere nella consapevolezza della fede e comprendere il profondo mistero racchiuso nell’eucarestia che col tempo era andato perduto a causa delle dottrine eretiche dei Catari. Durante la santa messa, prima della comunione con il corpo di Cristo, il sacerdote trasmetteva ogni volta, con le sue omelie, i mirabili insegnamenti di quei santi uomini, san Paolo, Sant’Agostino e san Tommaso, che ebbero la grazia di illuminare, con intelligenza e amore, il mistero dell’Ostia, vita e sapienza, sangue e rivelazione del Signore, un mistero che sarà svelato soltanto alla fine dei tempi con la venuta del cavaliere dell’Apocalisse.

Rappresentato insieme ai santi Padri nella volta d’ingresso, il personaggio biblico che ricordava le epiche gesta dei Templari, i monaci-guerrieri che tra il 1135 e il 1312 fondarono ad Orvieto il terzo presidio più importante d’Italia, anela di riceve da Cristo risorto il segreto dell’Ostia mistica che sarà donata a colui che se ne mostrerà degno. Sotto i piedi del Figlio di Dio si vede una scritta che dice “Al vincitore darò la manna nascosta”, ovvero donerò il cibo celeste per mezzo del quale sarà possibile portare a compimento tutta la Storia della Salvezza. Egli corre, corre verso la meta promessa e, dopo aver vinto sulle tentazioni del mondo e la seduzione delle passioni, e dopo aver sconfitto il maligno, cioè il drago distruttore che sputa fuoco, si lancia verso l’ultimo traguardo, la piena conoscenza di Cristo, di colui che è, che è stato e che sarà.