cultura

Chi dite che io sia?

venerdì 26 giugno 2020
di Mirabilia-Orvieto
Chi dite che io sia?

Petra, la città scavata nella roccia

"Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa". Ebbene, chi non conosce questa celebre frase pronunciata da Gesù?
Questa volta il maestro conduce i suoi discepoli a Cesarea di Filippo, una località pagana all’estremo nord del Paese, per allontanarli dal ‘lievito dei farisei’, e cioè dal condizionamento della loro mentalità e della loro dottrina. Qui li interroga: “Disse loro: La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”.

La risposta è deludente: “Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia, o qualcuno dei profeti”. Questi personaggi erano infatti tutti appartenenti al passato e, quindi, nessuno tra la gente aveva compreso la sua novità. Gesù chiede allora: “Ma voi, chi dite che io sia?”. A rispondere è proprio Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”.

Per la prima volta nei vangeli Simon Pietro riconosce che Gesù è il figlio del Dio vivente, del Dio vivificante, cioè che comunica vita. Quella di Pietro è un’intuizione nata dallo spirito, perché Pietro è un puro di cuore e riesce a percepire la realtà di Dio. Gesù lo conferma immediatamente: “Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli”.


Giona, il fuggitivo

Ma che cosa significa figlio di Giona? Giona è l’unico dei profeti dell’Antico Testamento che ha fatto l’esatto contrario di quello che Dio gli aveva chiesto. L’unico, non esistono altri. Dio aveva mandato Giona alla città di Ninive per convertirla, altrimenti l’avrebbe distrutta. Ma l’uomo si dirige nella direzione opposta, va al porto e prende una nave per Tarsis, in Spagna, per fuggire da Dio.

Pietro viene chiamato Giona perché gli assomiglia. Pur riconoscendo l’identità profonda di Cristo, Pietro era noto per la sua durezza di cuore per cui si comporterà sempre in modo contrario alle parole del Signore. Gesù aggiunge: “E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. Questo versetto è il più studiato e anche il più difficile della Bibbia al punto che fu causa di profonda divisione tra le confessioni cristiane.

Nella versione originale scritta in greco - osserva il biblista Alberto Maggi - la parola ‘pietra’ non è il femminile di Pietro, ma ha un altro significato, e cioè ‘roccia’, mentre Pietro è tradotto con la parola ‘sasso’. La differenza è enorme: mentre un sasso è appunto una piccola pietra, una roccia è grande quasi quanto una montagna!

In pratica l’affermazione di Gesù doveva suonare così: "Tu sei Pietro, cioè sei una pietra, un mattone, e su questa roccia, che sono io! (il Cristo), costruirò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa". La roccia nella Bibbia indica sempre Dio o la fede in Dio. Cosa sta dicendo allora Gesù a Simone?


La vocazione di Pietro, Caravaggio

Che è lui il primo mattone per la costruzione della comunità che dovrà poggiare su fondamenta veramente solide come la roccia, una roccia che non si può neanche scalfire da quanto è dura. È proprio su questa roccia che il potere degli inferi dovrà arrendersi perché la morte, ogni forma di morte, non è compatibile con la Chiesa. Le parole dette a Pietro erano ancora più forti se si pensa che, in quel tempo, Cesarea di Filippi era una città in costruzione.

A questo punto Gesù aggiunge: “A te darò le chiavi del regno dei cieli”. Se Pietro può contare sul suo fondamento, che è Cristo, allora la Chiesa può ricevere le chiavi del regno. Ma nel Vangelo queste chiavi non sono quelle del Paradiso. Nella mentalità orientale avere le chiavi di una casa o di una città significava essere responsabile della sicurezza e della vita dei suoi abitanti; colui che aveva le chiavi doveva essere disposto anche a sacrificare la propria vita pur di difendere quella di coloro che stavano dentro.

Nell’idea di Gesù la comunità cristiana non è una realtà religiosa, ma l’immagine profetica di una nuova umanità, il regno dei cieli appunto, dove si metterà fine ad ogni ingiustizia, dove le donne e gli uomini potranno finalmente ritrovare la loro dignità, la loro vita, il loro futuro... in una parola la loro eredità! Avere le chiavi del regno non equivale ad avere un potere, non è un’investitura, al contrario significa svolgere il difficile compito di vigilare, proteggere e prendersi cura del prossimo nella prospettiva di una giustizia terrena dove non si emargina l’altro ma si ascolta, dove non si fugge dall’altro ma gli si va incontro, dove non si opprime l’altro ma si libera.


Caino e Abele, Tintoretto

Pietro è chiamato quindi, insieme a tutta la comunità, a rovesciare la logica satanica dell’uomo che non si sente mai responsabile della vita dell’altro, neanche quando questi paga le conseguenze dei suoi peccati; nella genesi, dopo l’uccisione di Abele, Dio domanda a Caino “Dov’è tuo fratello?” ed egli risponde: “Sono io forse il custode di mio fratello?”, in altre parole: cosa c’entro io con lui?

Il fine della fede non è dunque quello di promettere, come tutte le religioni, una illusoria felicità dopo la morte (soffri di qua e sarai felice nell’aldilà), ma aiutare l’uomo a trovare, qui e ora, quella felicità che non ha mai conosciuto prima. La Chiesa di Cristo non vivrà mai nella fuga alienante di un futuro che non esiste, ma dovrà impegnarsi a far nascere, crescere e custodire il paradiso sulla terra così come fece San Gregorio Magno che, in ricordo degli apostoli, accoglieva ogni giorno alla sua tavola i poveri servendoli personalmente.

Ecco perché Cristo ha lottato, combattuto, sofferto in questa vita sino alla fine senza mai rimandare nulla ad un’altra vita! Se Pietro capirà le parole di Gesù allora sarà veramente felice e questa felicità non è qualche briciola di felicità, non è una mezza felicità, ma una felicità piena e illimitata: “Beati i miti perché erediteranno la terra”. Per questo motivo Cristo chiama Pietro beato!


La montagna delle beatitudini

I poveri in spirito godranno infatti della beatitudine dei ‘diseredati’ che pur avendo perso tutto o quasi, magari per colpa propria o per incapacità, non tirano avanti cercando affannosamente di sopravvivere, piuttosto riposeranno nella liberante consapevolezza che ciò che è perduto può essere non solo recuperato ma addirittura superato.

Sta forse qui il segreto delle parole di Gesù “tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”: i discepoli non devono aprire o chiudere nessuna porta, ma operare con fede e coraggio affinché tutto quello che realizzeranno in questa vita sarà realizzato anche in Dio.


Orvieto, la Cattedrale costruita sulla roccia