cronaca

Sepolti due volte, sotto le macerie e sotto la burocrazia

martedì 3 marzo 2026
di Angelo Palmieri

Mentre la giustizia viene compressa da mesi in una disputa sulla riforma costituzionale e sul referendum, c’è un’Italia che sperimenta un paradosso brutale: una giustizia che c’è, ma non arriva. Sentenze depositate, motivazioni solide, perfino decisioni definitive e tuttavia incapaci di tradursi in risarcimento effettivo, tutela, riparazione concreta. È questo che denunciano con una lettera aperta, nata dal dolore di Amatrice e rivolta allo Stato, i familiari delle vittime: la solidarietà non può funzionare “a intermittenza”.

Un dato che non è statistica, ma memoria: 24 agosto 2016, 299 vittime, magnitudo 6.0. Un sisma inferiore a quello dell’Aquila (6 aprile 2009, 6.3, 309 vittime), eppure sufficiente a far crollare alberghi e case affittate ai turisti, in un territorio dove un terremoto di quella intensità non era certo imprevedibile. E se la politica ama i “casi concreti”, la storia di Barbara e Matteo non chiede carità, ma giustizia esigibile. I familiari hanno tentato tutto ciò che la legge consente per ottenere un ristoro, anche solo simbolico.

Si sono costituiti parte civile nel processo penale contro l’ingegnere, unico imputato ancora in vita. A ottobre 2022 la condanna di primo grado per crollo e omicidio colposo plurimo, con una provvisionale di circa 170.000 euro. Il 24 aprile 2024 (deposito 31 gennaio 2025): in appello la condanna per crollo colposo. Le statuizioni civili vengono confermate, con prescrizione di sei capi di omicidio colposo e riduzione della pena. Il 17 settembre 2025, Cassazione n. 35209/2025, ricorso inammissibile, condanna definitiva.



Eppure il punto è qui: 0 euro. Precetto notificato, esecuzione tentata, nulla: il condannato non paga e risulta incapiente. La verità viene timbrata, ma resta inesigibile. Lo dimostra anche un altro caso. Stesso copione, nessuna garanzia patrimoniale e speranza di un risarcimento effettivo minima. A questo punto la lettera smette di essere cronaca e diventa denuncia civile: “alla luce dei due casi concreti”, il dibattito e perfino i costi del referendum vengono vissuti come “un’altra offesa” per i familiari delle vittime e per tutte le famiglie ancora senza indennizzo, di fronte a calamità che lo Stato avrebbe dovuto “prevedere, prevenire, governare, impedire”, in attuazione dei doveri costituzionali di tutela della vita e dell’incolumità.

Qui affiora l’asimmetria più intollerabile: la solidarietà non è una regola, sembra un’eccezione. In passato, si ricorda, lo Stato ha previsto “speciali elargizioni” per singole tragedie come quella di Rigopiano del 18 gennaio 2017, con uno stanziamento di 10 milioni di euro. Indennizzi speciali esistono per altre categorie di vittime (terrorismo, strada), ma per le calamità naturali manca ancora una cornice analoga. Tradotto: chi perde tutto per un evento naturale rischia di finire in un limbo, dove la riparazione dipende dal caso e dalla contingenza legislativa.

Non è solo un problema giuridico: è un fenomeno sociale preciso, una vittimizzazione secondaria. Il trauma non finisce con il crollo: continua quando lo Stato riconosce, ma non protegge. Le procedure si trascinano, i costi si accumulano, le sentenze arrivano e restano sterili. La seconda scossa non butta giù i muri: butta giù la fiducia. E quando la fiducia cade, non fa rumore: si consuma, giorno dopo giorno, nell’idea che lo Stato sappia giudicare ma non sappia riparare.

In quella resa istituzionale nasce anche una gerarchia invisibile: non del dolore, ma dei diritti. Alcune tragedie ottengono corsie straordinarie, altre restano inchiodate al “dopo”, senza un canale stabile di riconoscimento. È così che il patto sociale si sfibra: non per mancanza di pietà, ma per assenza di struttura.

Il cuore della richiesta è scritto senza diplomazie: “A nostro avviso non è urgente la riforma costituzionale, la separazione delle carriere o i due Consigli Superiori della Magistratura, ma l’approvazione di una legge dello Stato che preveda finalmente termini e condizioni per concedere benefici, elargizioni e/o indennizzi a sostegno dei familiari delle vittime di calamità naturali”.

“A circa 10 anni dal terremoto di Amatrice nulla è stato fatto”, scrivono i familiari. La loro domanda – “Se non ora, quando?” – richiama l’attenzione del Parlamento, ma anche di tutti noi. Perché una società che si abitua alla giustizia “sulla carta” finisce per normalizzare l’ingiustizia reale: si può morire sotto le macerie e poi sparire negli archivi, ridotti a fascicoli e timbri.

Diciamolo senza ipocrisie: una sentenza inesigibile non è “sfortuna”. È abbandono istituzionale. È violenza fredda: ti riconosco la ragione, ma ti lascio solo. Così la giustizia diventa scenografia e il lutto una pratica amministrativa. La peggiore delle macerie, allora, non è solo quella delle case: è quella morale. È l’assuefazione a un Paese che certifica il dolore e non ripara. E finché non cambia, la domanda resta lì, come una sentenza rovesciata sulla Repubblica: e la risposta non può più essere rimandata.

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