La rivoluzione verde si tinge di nero

La capacità dell’uomo di produrre sementi ibride in grado di assicurare raccolti più generosi, se coltivate con le giuste dosi di fertilizzanti e acqua, è pratica ben seguita per tutto il ‘900. Ma l’incremento esponenziale di questa manipolazione umana dei raccolti su scala mondiale si può far risalire agli anni del dopoguerra, quando il mercato globale dei semi e dei raccolti conosce uno sviluppo che mai si era realizzato prima.
L’effetto “collaterale” di questa enorme diffusione di semi ibridi, però, appare da subito: le piante sono più deboli, più esposte alle malattie, specie se vengono coltivate in zone lontane dal proprio habitat naturale. Può sembrare paradossale per chi le sviluppa in nome della produttività, eppure è esattamente quanto avviene, sostituendo varietà che per millenni avevano sviluppato le proprie difese genetiche in determinate zone, con altre che in quei suoli non sarebbero mai cresciute spontaneamente.
La stessa Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura, la FAO, non si sottrae all’egemonia dell’agrofarma. Nel 1966 l’ente nato sotto l’egida della Nazioni Unite per combattere la fame nel mondo e fornire aiuto all’agricoltura ospita un segretariato, ufficialmente ente senza fine di lucro, a cui partecipano Ceiba Geigy, Basf, Bayer, La Roche, Sandoz, ecc. Questi enti siederanno nelle sedi FAO fino al 1979, grazie all’indignazione seguita alle denunce giornalistiche, ma intanto formano il personale agricolo di mezzo mondo all’uso dei pesticidi, favoriscono le autorizzazioni anche senza alcuna prova di impatto sull’uomo e sull’ambiente.
E la produttività sale, ma a tutto vantaggio dei pochi. Dopo aver cambiato radicalmente l’agricoltura, aver incrementato le superfici destinate a queste colture, le popolazioni soffrono paradossalmente di una maggiore carenza di quegli alimenti che da sempre costituivano il proprio cibo. Bayer, Chevron, Dow, Dupont, Monsanto, Shell sono presenti in ogni angolo del globo.
Per non contare gli incidenti come l’ICMESA.
Nel luglio 1976 in questa fabbrica esplode il sistema di controllo del reattore che serve per produrre il triclorofenolo, utilizzato per un potente erbicida: il bilancio conta centinaia di persone colpite da cloracne, una dermatite che crea ustioni, alterazioni neonatali e difetti fisici e intellettuali nelle età dello sviluppo. Dal punto di vista ambientale si contano campi distrutti dal diserbante ed animali abbattuti, terre sostituite, interi boschi ripiantati ex novo. In una intervista dell’ex-direttore della fabbrica svizzero Jorg Sambeth alla domanda se l’Italia fosse considerata in Svizzera come un paese del Terzo Mondo risponde candidamente: "Assolutamente sì, si ammodernavano tutti gli impianti del mondo, quello italiano no!".
(continua)
Riccardo Quintili (testo adattato da Vittorio Fagioli)
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