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Cristiano Gimelli: "Orvietana? Il peggio è passato, il gruppo c'è"

venerdì 19 febbraio 2016
di Roberto Pace
Cristiano Gimelli: "Orvietana? Il peggio è passato, il gruppo c'è"

Stavolta, la chiacchierata con Cristiano Gimelli inizia dal presente. Perché l’Orvietana non è stata bene, domenica scorsa ha dato cenni di ripresa, importante conoscere l’idea che si è fatto uno fra i giocatori più esperti in forza alla squadra di Massimiliano Nardecchia.

“Personalmente, valuto il periodo non certo positivo come fisiologico. L’ho detto, a suo tempo, al mister, ai compagni e l’ho ripetuto alla Società in occasione di un civile confronto. Ci può stare, in una stagione, che è lunga, nella quale non ci siamo mai risparmiati. Adesso il peggio è passato. Ci rimbocchiamo le maniche e andiamo avanti, con l’idea di dare il massimo fino alla fine. Non dobbiamo pensare agli altri, ma provare a vincere le otto partite che restano. Poi faremo i conti”.

La risposta è chiara e inequivocabile. Essenziale che sia condivisa.

“Guardate che il nostro gruppo è solido per davvero. Io, in carriera, ne ho visti tanti ma pochi, o meglio nessuno con la coesione che c’è all’Orvietana. Merito, soprattutto, di Nardecchia, ma anche della Società e delle persone più vicine alla squadra. Mi viene da ridere, quando sento parlare di spogliatoio diviso. Chi ha pensato, o fatto certe affermazioni, è veramente fuori strada. Senza dimenticare il lavoro portato avanti dal mister riguardo ai giovani, che stanno crescendo e acquisiscono sicurezza”.

Giocatore esperto fa del temperamento la sua forza. Carriera lunga, iniziata con le giovanili della Lodigiani e poi proseguita, per parecchi anni, a respirare l’aria del professionismo:

“Con la Lodigiani, ero assieme a Moretti, oggi al Toro, Rosati, portiere del Perugia ed altri che hanno fatto carriere più che dignitose. Purtroppo, mancando l’esordio in prima squadra, decisi di scendere tra i semi pro. Tre anni di gavetta, poi la chiamata della Lazio. Grossa opportunità, capitata, però, nel momento peggiore della società bianco azzurra, che si trovava nella fase di riordino dopo l’arrivo del pres. Lotito. Avevo cinque anni di contratto, ma, per i più giovani, come me, di spazio ce n’era veramente poco. Mi diedero in prestito, prima al Casale, C2, dove mi trovai molto bene, poi alla Viterbese con la quale sfiorammo la promozione. Al rientro dalla seconda esperienza, il d.s. Sabatini, allora alla Lazio, mi propose un trasferimento all’estero, per giocare con maggiore continuità. La scelta cadde sulla Grecia e sul Panionios, adesso quarta in classifica nel campionato greco. Faticai ad ambientarmi, per le difficoltà con la lingua e il sistema di allenamento. Forse, ci misi anche del mio, perché soffrivo la lontananza da casa. Meglio a Lanciano, dove sono rimasto due stagioni, in C1, entrambe soddisfacenti sul piano professionale. Il fallimento della società rovinò tutto. Arrivato alla soglia dei trenta anni, cominciai a ponderare se valesse ancora la pena restare nell’orbita del professionismo di seconda fascia, oppure concentrare le attenzioni su un’occupazione e far passare il calcio in secondo piano”.

In ogni caso, hai sempre deciso con la tua testa, nella buona e nella cattiva sorte. Cos’è che ti è rimasto scolpito nella mente, di buono o di sbagliato?:

“Quale miglior ricordo conservo l’accoglienza ricevuta, il primo giorno, nello spogliatoio della Lazio. Paolo Di Canio si dimostrò una gran persona. Con due parole, creò le condizioni per togliermi dal disagio. In Grecia, invece, ho sbagliato. Dovevo dimostrarmi più forte e andare sino in fondo. Spesso, se riesci ad aprire un piccolo pertugio, è poi facile si spalanchi un portone”.

La stoffa, però, c’è. Ovunque sia approdato, anche in seguito, hai sempre fatto la tua porca figura:

“Diciamo – e sorride – che ovunque sia stato ho sempre, o quasi, lasciato bei ricordi calcistici”.

Scorrendo la tua scheda, ho notato una certa propensione a rimanere poco nello stesso ambiente. C’è una ragione particolare?

“Vero. A mio giudizio, per rimanere più anni, nella stessa società, è indispensabile rinnovare le motivazioni. Io vivo di stimoli e considero il temperamento, la mia dote migliore. Quando si riducono, piuttosto che rimanere preferisco cercarli altrove”.

A Orvieto, c’è un Presidente, Roberto Biagioli, il quale, in tempi non sospetti ha cominciato a predicare contro un eventuale disgregazione del gruppo. Se, domani, dovessi fare una scelta?:

“Mah, io ho sempre detto agli altri ragazzi e ad Andrea Solini, col quale ho un ottimo rapporto, che un gruppo così, non mi era mai capitato. Dovendo ripartire, il prossimo anno, nel Campionato d’Eccellenza, potrebbe essere davvero interessante. Il ragionamento del presidente è giusto, da persona che sa di calcio. I gruppi, una volta formati, non vanno smembrati. La base solida è troppo importante. Mi sbilancio, e dico che, un insieme così, farebbe la sua figura anche in Eccellenza ”.

Il messaggio di Cristiano è fra le righe, ma abbastanza chiaro. Tra l’altro, nel suo intenso percorso calcistico, ha conosciuto e frequentato giocatori e tecnici, anche loro passati per Orvieto. Cita Mario La Cava, Alessio Cardarelli, Valerio Ingrosso, Luciano Marini, Fabrizio Fratini. Tutti, indistintamente, pur con motivazioni diverse, conservano un buon ricordo dell’Orvietana calcio”.

Finora, ha realizzato cinque gol che, per un difensore sono già un ottimo bottino. Gioca in una linea, piena zeppa di giovani:

“Quando si hanno quattro, cinque compagni che hanno un eccellente rapporto con la palla, segnare diventa più semplice, perché sanno dove mettere la palla. Quanto ai compagni di reparto, è la prima volta che mi ritrovo con quattro under intorno. Tutti molto bravi, in crescita e ai quali auguro di arrivare in alto. Importante, capiscano presto cosa vogliono dal calcio e dalla vita. Se me lo consenti, vorrei fare un altro elogio a Nardecchia. Non tutti gli allenatori hanno il coraggio di affidarsi, in difesa, a tanti giovani”.

I genitori non perdono una partita. E non da oggi. All’infuori della breve esperienza greca, mi hanno sempre seguito tutte le domeniche. Convive, felicemente, da sei anni. Da due, c’è anche Mattia, il vero padrone di casa. Tra i prossimi obiettivi, c’è quello perorato dalla compagna:

“Ora che, tra pallone e lavoro andiamo verso la stabilizzazione, ti decidi o no a sposarmi?”.

 

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