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Andrea Cochi, un gigante all'Orvietana: "Se facciamo il nostro, non ce n'è per nessuno"

giovedì 10 dicembre 2015
di Roberto Pace
Andrea Cochi, un gigante all'Orvietana: "Se facciamo il nostro, non ce n'è per nessuno"

La prima impressione è di aver sbagliato interlocutore. Andrea Cochi, più che da calciatore, ha la taglia del giocatore di basket. Ma è solo apparenza. Lui ama il calcio in modo più profondo di quanto si creda, tanto da farne, quasi, una ragione di vita: “Fino a un paio d’anni addietro – non riuscivo ad avere alcun interesse per la pallacanestro. Adesso le cose sono cambiate ed è una disciplina che seguo con piacere. Oltre non vado. Il calcio è troppo bello ed io ne sono innamorato”.

Centonovantatre centimetri d’altezza sono una buona stazza. Sempre il più alto, da quando ebbe inizio la sua carriera: “E’ sempre successo, fin dai primi anni. Ricordo che, arrivando alla Ternana, all’età di quattordici anni, ero già un metro e novanta. La qualcosa, mi provocava un certo disagio. Poi mi sono abituato, anche perché, col trascorrere degli anni le distanze con i compagni si sono accorciate”. I primi calci con la Romeo Menti, squadra di Allerona Scalo, che è il suo paese: “Sì. Sono stato lì fino a dodici anni. I miei primi maestri sono stati Antonio Pennino e Carlo Gallina. Poi il trasferimento a Orvieto e l’incontro con Mauro Viviani, grande persona e tra i migliori allenatori che ho incontrato”.

La prima esperienza in maglia biancorossa ebbe breve durata. La Ternana lo tiene sotto osservazione e, nel giro di un anno, Andrea si ritrova in maglia rossoverde, con i giovanissimi nazionali. Bastano due partite per convincere l’allenatore, Danilo Lucianetti, che il suo ruolo è da punta centrale: "Sinceramente, è quello che amo di più. Con i giovanissimi segnavo abbastanza. Purtroppo, l’anno dopo, c’è stato il primo, serio problema alla schiena che ha chiuso, forzatamente, la prima esperienza in rossoverde. Fermo sei mesi, ho ricominciato svolgendo il periodo di preparazione con la Primavera. Poi il ritorno ad Orvieto e il primo campionato in Promozione, con Rosario Scarfone e Andrea Montenero”.

A diciannove anni, fa del calcio la sua ragione di vita: “Per me, la partita della domenica è sacra e soffro quando non gioco. Anche durante la settimana cerco di dare il massimo in ogni momento. Senza calcio non so proprio stare”. E’ capitato, qualche volta, che a tanto ardore non sia seguita una prestazione altrettanto convincente. In questo periodo, l’alternanza sembra aver lasciato il posto a una continuità più che discreta. La risposta è pronta e anche convincente: “Perché adesso sto bene fisicamente. Con il fisico che mi ritrovo, è abbastanza complicato raggiungere la condizione. E’ un po’ come paragonare, nel pugilato, un peso mosca a un massimo. Dopo il periodo della preparazione e i richiami invernali, incontro le maggiori difficoltà, contrariamente a quei compagni diversamente strutturati”.

Nell’ambiente, sono state spesso rimarcate alcune stravaganze giovanili dell’Andrea. Meno risalto, hanno avuto le gesta sportive, comunque importanti. Ora, finalmente, la direzione del vento sta mutando: “Purtroppo, sono abituato alle chiacchiere, per motivi calcistici e non. Che vengano da Allerona o da Orvieto non fa differenza. Personalmente ho poco da rimproverarmi. Ad Orvieto e all’Orvietana mi sento rispettato, cerco di fare altrettanto e ho stretto un ottimo rapporto con tutti”.

Diversamente da altri coetanei e colleghi non ha avuto un grosso rapporto con l’istruzione. Però, si sta attrezzando e, dopo qualche sbandata, sembra aver trovato la sua strada: “Fino alle scuole medie, sono stato ottimo studente. Pensa, sono uscito con la media del nove. Arrivato a Terni, abitando da solo e con cinque allenamenti a settimana, le cose sono cambiate e la scuola è finita da una parte. Ho scelto un percorso del quale, in seguito e ancora adesso, mi sto pentendo. Tanto che,da qualche tempo, sto pensando seriamente di riprendere”.

Sta maturando. E ciò dimostra come lo sport del calcio, quando fatto bene e gestito meglio, funzioni da valido sostegno verso i giovani alla ricerca di un orientamento: “Qualche digressione, anche comportamentale, nella quale ero rimasto impigliato, l’anno scorso, appartiene ai ricordi. Adesso ho una visione più chiara di presente e futuro. Merito anche dei successi sportivi, della consapevolezza di potercela fare e dell’autostima, notevolmente accresciuta. Abbiamo un obiettivo, vogliamo raggiungerlo, prepariamo le partite con una cura addirittura maniacale. Quando riusciamo a mettere in pratica quanto organizzato, possiamo competere con chiunque. La strada è quella giusta. Dobbiamo solo continuare”.

Ha fatto parte della rappresentativa umbra, esperienza nella quale ha intrecciato un ottimo rapporto con il mister, Fabrizio Paffarini, è pressoché certo di avere i mezzi per dire la sua, anche in altre categorie. Ha una leggera ma bonaria invidia per il fratello Davide, maglia biancorossa in serie D, grandissimo affetto per il padre, Mauro, anche lui ex calciatore: “E’ il papà migliore per un ragazzo che pratica calcio. Mi sostiene e segue da sempre. Quando militavo nei giovanissimi della Ternana, lo trovavo in tribuna, tutte le domeniche, in ogni parte d’Italia.”

Sul campionato ha pochi dubbi: “L’ho detto e lo ripeto. Se facciamo il nostro, non ce n’è per nessuno”.

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